CANTO XXVI - QUESTIONI DI HYBRIS
A parte le ironie studentesche sul mio eccessivo ricorrere al termine greco che compare nel titolo, superato forse solo da kairòs nella classifica delle mie parole, o meglio concetti, più amate (e spero non abusate), è indubbio che il problema della sfida del limes imposto dalla divinità, quel Dio veterotestamentario che cacciò i due antenati dal paradiso per aver violato una legge da lui imposta, nasce fin dall'inizio della cantica. Nel II canto, proemiale rispetto all'Inferno così come il I lo è rispetto all'intero poema, si legge Ma io, perché venirvi? o chi ’l concede? /Io non Enëa, io non Paulo sono; /me degno a ciò né io né altri ’l crede (vv. 31-33), a proposito della sfida dell'agens di attraversare i regni ultraterreni in compagnia di Virgilio. Ancora più chiara, nella terzina successiva a quella sopra riportata, risuona la vera e propria paura del viaggiatore di incorrere in qualche divina e sicuramente inusitata punizione: temo che la venuta non sia folle (v. 35). Il verso è di quelli destinati a intertestualità, avevo annunciato alla prima lettura, e ora arriviamo appunto a toccare l'altro capo della questione di hybris che rende inopinatamente Dante e Ulisse (protagonista del XXVI canto) fratelli gemelli a dispetto dell'abisso temporale che li separa nonché di quello ancora più profondo creato dal loro essere rispettivamente un poeta realmente esistito e un personaggio della mitologia greca risalente al medioevo ellenico.
Lasciamo per ora la questione a questo punto, ma riassumiamola. Un Dante auctor sta compiendo la massima trasgressione che ci si possa figurare in questo basso mondo, quella di realizzare una creazione così ardita da permettersi già lei, in sé, di costituire una sfida al Creatore per eccellenza, ossia Dio. Un Dante agens sta compiendo un passaggio nei regni ultramondani che solo altri due avevano compiuto: un personaggio protagonista del poema concepito dal poeta Virgilio, Enea, e un essere umano che riteniamo storicamente fondatore del cristianesimo, ovvero l'apostolo Paolo. Al punto della lettura al quale siamo arrivati, il Dante agens, accompagnato proprio da Virgilio, incontra nell'ottava bolgia, destinata ai consiglieri fraudolenti, il suo gemello, o alter ego, Ulisse. L'interpretazione del canto sarà quindi in particolare condizionata dalla chiave di lettura appena esposta.
L'incipit del canto è connesso con quello precedente: un'invettiva contro Firenze (che crea una connessione anche con il canto VI dedicato al goloso Ciacco) i cui cittadini riempiono ben bene i gironi infernali.
Godi, Fiorenza, poi che se' sì grande
che per mare e per terra batti l'ali,
e per lo 'nferno tuo nome si spande!
Tra li ladron trovai cinque cotali
tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
e tu in grande orranza non ne sali.
Ma se presso al mattin del ver si sogna,
tu sentirai, di qua da picciol tempo,
di quel che Prato, non ch’altri, t’agogna.
E se già fosse, non saria per tempo.
Così foss’ei, da che pur esser dee!
ché più mi graverà, com’ più m’attempo.
Da notare soprattutto la costruzione antifrastica del discorso (l'ironia è fondamentalmente antifrasi ovvero capovolgimento): Firenze è invitata a godere del fatto di avere così tanti suoi cittadini dannati, con riferimento ai ben cinque ladri fiorentini appena incontrati. Le ultime terzine riportate riferiscono invece di una prossima vendetta di cui potrà godere anche l'agens, se i sogni del mattino sono veritieri: una vendetta che tanti desiderano, insieme alla piccola Prato, e che quando arriverà sarà pur sempre troppo tardi.
Noi ci partimmo, e su per le scalee
che n’avea fatto iborni a scender pria,
rimontò ’l duca mio e trasse mee;
e proseguendo la solinga via,
tra le schegge e tra ’ rocchi de lo scoglio
lo piè sanza la man non si spedia.
Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi,
e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio,
perché non corra che virtù nol guidi;
sì che, se stella bona o miglior cosa
m’ ha dato ’l ben, ch’io stessi nol m’invidi.
Di nuovo Virgilio aiuta Dante, questa volta a risalire per le scale che li avevano fatti impallidire per la fatica durante la discesa (n'avea fatto iborni, color eburneo, dell'ebano). Interessante, per il nostro tema conduttore, la terzina Allor mi dolsi, come pure la seguente: l'auctor si unisce all'agens (or/allor) nel dolersi di aver frenato l'estro immaginativo per documentare quello che ha visto e che, scrivendo, ricorda. Il punto è che di mezzo c'è la necessità della guida da parte della virtù (divina, ovviamente), facendo ben attenzione a non cadere nell'errore senz'altro fatale (da morte secunda) di arrivare a invidiare addirittura il ben dell'intelletto, necessario per questo ulteriore passaggio. Parentesi, ammettiamo, senz'altro un po' criptica, che tuttavia sembra essere particolarmente adatta al prossimo incontro.
Quante ’l villan ch’al poggio si riposa,
nel tempo che colui che ’l mondo schiara
la faccia sua a noi tien meno ascosa,
come la mosca cede a la zanzara,
vede lucciole giù per la vallea,
forse colà dov’e’ vendemmia e ara:
di tante fiamme tutta risplendea
l’ottava bolgia, sì com’io m’accorsi
tosto che fui là ’ve ’l fondo parea.
E qual colui che si vengiò con li orsi
vide ’l carro d’Elia al dipartire,
quando i cavalli al cielo erti levorsi,
che nol potea sì con li occhi seguire,
ch’el vedesse altro che la fiamma sola,
sì come nuvoletta, in sù salire:
tal si move ciascuna per la gola
del fosso, ché nessuna mostra ’l furto,
e ogne fiamma un peccatore invola.
Io stava sovra ’l ponte a veder surto,
sì che s’io non avessi un ronchion preso,
caduto sarei giù sanz’esser urto.
E ’l duca, che mi vide tanto atteso,
disse: "Dentro dai fuochi son li spirti;
catun si fascia di quel ch’elli è inceso".
Giunti al di sopra dell'ottava bolgia, standosene a contemplare come sempre un po' dall'alto (la metafora è rassicurante, come fa il contadino quando si riposa dalle fatiche nel periodo dell'anno in cui il sole rischiara di più le giornate, ossia a inizio estate), Dante e Virgilio scorgono una valle piena di lucciole: così sembra alla vista, anche se un dettaglio presto si svela, sempre per via di metafora (il carro di fuoco che trasporta il profeta Elia e che scompare così velocemente dalla vista del suo allievo Eliseo, evocato per via di un aneddoto, da impedirgli di capire cosa stia accadendo al suo maestro o di seguire la scia di fuoco): dentro a ogni fiamma, impossibile da distinguere, dal fuoco, c'è un'anima. L'intervento esplicativo di Virgilio conferma questa difficile percezione.
"Maestro mio", rispuos’io, "per udirti
son io più certo; ma già m’era avviso
che così fosse, e già voleva dirti:
chi è ’n quel foco che vien sì diviso
di sopra, che par surger de la pira
dov’Eteòcle col fratel fu miso?".
Rispuose a me: "Là dentro si martira
Ulisse e Dïomede, e così insieme
a la vendetta vanno come a l’ira;
e dentro da la lor fiamma si geme
l’agguato del caval che fé la porta
onde uscì de’ Romani il gentil seme.
Piangevisi entro l’arte per che, morta,
Deïdamìa ancor si duol d’Achille,
e del Palladio pena vi si porta".
"S’ei posson dentro da quelle faville
parlar", diss’io, "maestro, assai ten priego
e ripriego, che ’l priego vaglia mille,
che non mi facci de l’attender niego
fin che la fiamma cornuta qua vegna;
vedi che del disio ver’ lei mi piego!".
Ed elli a me: "La tua preghiera è degna
di molta loda, e io però l’accetto;
ma fa che la tua lingua si sostegna.
Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto
ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi,
perch’e’ fuor greci, forse del tuo detto".
Dante però è incuriosito da un'altra visione: ha notato che tra le altre si muove una fiamma biforcuta, simile a quella che si levò dalla pira mortuaria dei due fratelli più litigiosi dell'Antico (Eteocle e Polinice, figli di Edipo, che si uccisero a vicenda contendendosi Tebe): Virgilio risponde che in quella fiamma subiscono la punizione del contrappasso Ulisse e Diomede, abituati a vendicarsi insieme e ora puniti analogamente insieme dall'ira divina. Nel ricordarne il peccato che garantisce loro il posto in questa bolgia dei fraudolenti, non manca di riferirsi alla circostanza del cavallo di Troia, alla cui descrizione particolarmente contribuì proprio la poesia virgiliana, così come ad altri due misfatti qui riportati che vedono coinvolto Achille e pur sempre Troia, nella cui rocca era custodito il Palladio, ossia la raffigurazione di Minerva che avrebbe dovuto preservare la città da un saccheggio e che Diomede suggerì di trafugare. Colto da irrefrenabile curiosità l'agens prega Virgilio di far avvicinare la fiamma biforcuta, per poter parlare con i due. Virgilio loda il desiderio, ma suggerisce di lasciar parlare lui. La ragione addotta a questa proposta di dialogo per interposta persona è che i due, in quanto greci, forse non vorrebbero parlare con Dante.
Poi che la fiamma fu venuta quivi
dove parve al mio duca tempo e loco,
in questa forma lui parlare audivi:
"O voi che siete due dentro ad un foco,
s’io meritai di voi mentre ch’io vissi,
s’io meritai di voi assai o poco
quando nel mondo li alti versi scrissi,
non vi movete; ma l’un di voi dica
dove, per lui, perduto a morir gissi".
Virgilio si rivolge con un tono solenne ai due dentro ad un foco, ma soprattutto fa riferimento al merito che avrebbe ricevuto e dato, in un interscambio di notevole suggestione, con gli alti versi scritti a loro riguardo. Si tratta di quello scambio vicendevole di gloria (il merito è questo) che consente la poesia, provvista di potenza eternante. Ulisse e Diomede sono eterni in quanto Virgilio ha scritto di loro e Virgilio a sua volta, grazie a loro, è diventato un poeta eterno. Dopo questo interessante preambolo, la domanda: dove è avvenuta la morte da perduto? Il termine prescelto introduce ovviamente in modo eloquente la storia che stiamo per leggere, la quale è, senza alcun dubbio storia di una perdita.
Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento affatica;
indi la cima qua e là menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori e disse:
Spezzo il verso per un fulmineo commento: la metafora del maggior corno de la fiamma antica, con cui fa riferimento a Ulisse, è particolarmente suggestiva se la si immagina: la fiamma infernale, punizione del contrappasso specifica dei consiglieri fraudelenti, prende la forma di una lingua che mormora...tutte le ipotesi qui sono valide: in quanto la lingua è il principale strumento di questi dannati, eloquenti ingannatori, è pur possibile che il racconto che segue voglia ingannare qualcuno...
"Quando
mi diparti’ da Circe, che sottrasse
me più d’un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enëa la nomasse,
né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né ’l debito amore
lo qual dovea Penelopè far lieta,
vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore;
ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.
L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
e l’altre che quel mare intorno bagna.
Io e’ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov’Ercule segnò li suoi riguardi
acciò che l’uom più oltre non si metta;
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l’altra già m’avea lasciata Setta.
"O frati," dissi, "che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia
d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.
Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza".
Li miei compagni fec’io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;
e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.
Tutte le stelle già de l’altro polo
vedea la notte, e ’l nostro tanto basso,
che non surgëa fuor del marin suolo.
Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che 'ntrati eravam ne l'alto passo,
quando n’apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avëa alcuna.
Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.
Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque,
infin che ’l mar fu sovra noi richiuso".
a tessitura di questo racconto non deve essere interrotta, nemmeno quando si faccia la lettura personale ad alta voce. Il monologo di Ulisse, che risponde alla domanda posta da Virgilio, dura fino alla fine del canto. Il racconto della lingua di fuoco prende le mosse dall'isola della maga Circe, nei pressi di Gaeta, la maga delle metamorfosi che lo tenne prigioniero più di un anno. Dopo (e qui il racconto si fa ellittico) nulla valse a trattenere il viaggiatore compulsivo, I nella sua terra ritrovata: non la moglie, non il figlio, non il vecchio padre (la triade degli accompagnatori di Enea quando Troia va in fiamme...). Conoscere il mondo, la sua intima essenza, è uno sprone invincibile per lui. Così parte con i compagni che sono tutti vecchi come lui, attraversano mari, costeggiano terre e giungono a un limes, anzi al limes, le colonne d'Ercole. Per varcare il limes ci vuole coraggio e così l'Ulisse dantesco pronuncia la sua orazion picciola, con cui richiama i compagni alla necessità di ricordarsi che uno dei semi dell'umanità è la curiosità, la volontà di conoscere, di seguire virtute e canoscenza, il bene e il sapere. IL discorso è convincente, l'imbarcazione procede in quello che viene definito il folle volo in un mare aperto al centro del quale svetta quello che nessun occhio umano dovrebbe vedere: l'isola/monte del purgatorio. La montagna bruna è un'apparizione di pochi secondi: Ulisse e i suoi fanno in tempo a emozionarsi, a gioire. Poi, tosto sopraggiungono dolore e disperazione: la mano di Dio interviene contro i folli, un gorgo fatale costringe la nave a un vorticoso sussulto, poi all'inabissamento che sprofonda tutti in inferno. Ulisse tace e nel canto successivo si parla d'altro. Anche questo, forse, ha un senso.
Un'ultima notazione. In tanti hanno sostenuto che Dante sia Ulisse. Prima di sostenerlo, però, occorre prendere le distanze da questa affermazione: Dante, praticando l'intertestualità, nega che il suo sia un folle viaggio, mentre folle volo è senz'altro quello di Ulisse. Dante non intende, come Ulisse, sfidare Dio, anzi, chiede continuamente il suo appoggio. Allora chi sfida Dante e in che senso in lui c'è Ulisse? Conosco un'unica risposta possibile: Dante sfida se stesso e, diversamente da Ulisse, non va incontro a nessuna punizione. Scrive la Divina commedia e ottiene la consacrazione nei secoli dei secoli. Questo, tuttavia, non gli impedisce di sentire il brivido della condanna possibile, patita dal suo alter ego: ma il gorgo fatale, che nel caso della sfida dantesca sarebbe potuto essere l'oblio della sua opera, non si è mai prodotto.
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