PIANO COLLOQUI e MATERIALI DI STUDIO
MERCOLEDI' 18 FEBBRAIO: NICCOLO' T, REBECCA, VITTORIA, , MANUEL, FILIPPO, CHIARA G., BEATRICE,
GIOVEDI' VINCENZO CHIARA D.
MERCOLEDI' 25 FEBBRAIO EDOARDO NICOLO' DEL, GIORGIO SVEVA ISABELLA PIETRO DAVI ALEXZIA AURORA,STEFANO
I colloqui si svolgeranno (come la volta scorsa) a partire da richieste consegnate a mano, comprendenti sia testi da commentare (Inferno di Dante e altri testi inseriti nella preparazione) sia brevi focalizzazioni a partire da parole chiave. Il tempo dedicato ai colloqui singoli sarà di 10'.
MATERIALI DI STUDIO (LEZIONI TENUTE IN CLASSE DA INTEGRARE CON APPUNTI PERSONALI; RIFERIMENTI AL LIBRO DI TESTO)
POESIA RELIGIOSA
Forse non abbiamo bisogno di una specifica educazione affettiva, se pensiamo a quanto una lettura profonda, sentita, dei testi letterari sia di per sé educativa in tal senso, oltre a essere culturalmente significativa. Se si impara a sentire i testi, con quella tecnica di cui vi dico sempre (sussurrarsi la poesia, ma anche la prosa in certi casi, per dare respiro e forma alla musica che la intride), si realizza un'esperienza emotiva, che coinvolge gli affetti, i sentimenti e che plasma la sensibilità, l'anima, lo spirito, quanto concorre a renderci esseri umani in grado di comunicare gli uni agli altri la propria interiorità. Non dimentichiamo mai che lo studio della letteratura è fondamentalmente un atto comunicativo che sfida le barriere del tempo: per questo è senz'altro importante contestualizzare, avere cognizione della storia del periodo, delle dinamiche sociali e politiche, del sistema di riferimento concettuale, dell'immaginario epocale, ma è altrettanto imprescindibile mettersi in ascolto delle espressioni di singoli soggetti, artisti e pensatori, le cui parole sono arrivate fino a noi. L'impegno odierno è di sentire la voce di Francesco e poi quella di Iacopone risuonare, per cogliere le sfumature emotive o, appunto, gli affetti che ognuno di loro esprime. Procedo quindi leggendo con voi e poi, via via, commentando.
Libro di testo pp. 100-110 (cantico e lauda O segnor)
FRANCESCO, CANTICO DELLE CREATURE
Mannane la malsania
A me la freve quartana,
la contina e la terzana,
la doppia cotidïana5
co la granne etropesia.
A me venga mal de denti,
mal de capo e mal de ventre,
a lo stomaco dolor pognenti,
e ’n canna la squinanzia.10
Mal degli occhi e doglia de fianco
e l’apostema dal canto manco;
tiseco ma ionga en alco
e d’onne tempo la fernosia.
Aia ’l fecato rescaldato,15
la milza grossa, el ventre enfiato,
lo polmone sia piagato
con gran tossa e parlasia.
A me vegna le fistelle
con migliaia de carvoncigli,20
e li granchi siano quilli
che tutto repien ne sia.
A me vegna la podagra,
mal de ciglio sì m’agrava;
la disenteria sia piaga25
e le morroite a me se dia.
A me venga el mal de l’asmo,
iongasece quel del pasmo,
como al can me venga el rasmo
ed en bocca la grancìa.30
A me lo morbo caduco
de cadere en acqua e ’n fuoco,
e ià mai non trovi luoco
che io affritto non ce sia.
A me venga cechetate,35
mutezza e sordetate,
la miseria e povertate,
e d’onne tempo en trapparia.
Tanto sia el fetor fetente,
che non sia null’om vivente40
che non fugga da me dolente,
posto ’n tanta ipocondria.
En terrebele fossato,
ca Riguerci è nomenato,
loco sia abandonato45
da onne bona compagnia.
Gelo, granden, tempestate,
fulgur, troni, oscuritate,
e non sia nulla avversitate
che me non aia en sua bailia.50
La demonia enfernali
sì me sian dati a ministrali,
che m’essercitin li mali
c’aio guadagnati a mia follia.
Enfin del mondo a la finita55
sì me duri questa vita,
e poi, a la scivirita,
dura morte me se dia.
Aleggome en sepoltura
un ventre de lupo en voratura,60
e l’arliquie en cacatura
en espineta e rogaria.
Li miracul’ po’ la morte:
chi ce viene aia le scorte
e le vessazione forte65
con terrebel fantasia.
Onn’om che m’ode mentovare
sì se deia stupefare
e co la croce signare,
che rio scuntro no i sia en via.70
Signor mio, non è vendetta
tutta la pena c’ho ditta:
ché me creasti en tua diletta
e io t’ho morto a villania.
Le origini della poesia d’amore affondano nel mondo antico (dalla greca Saffo nel VII secolo a. C. ai poeti latini Catullo, Properzio, Ovidio nel I secolo a.C. per citare solo quelli a voi già noti), ma essa fiorisce, abbiamo visto di recente, nel contesto del genere romanzo cortese cavalleresco, di cui abbiamo conosciuto l’esempio di Lancillotto o il cavaliere della carretta. La poesia di Chrétien de Troyes, che canta l’amore fra la regina Ginevra e il cavaliere di re Artù Lancillotto, è già utile a delineare un sistema di valori al quale si rifanno, differenziandosi come vedremo fra loro, i poeti di cui ci occupiamo oggi.
Poesia provenzale della Francia meridionale in lingua d’oc nel XII secolo: il trattato di Andrea Cappellano
Questi poeti sono conosciuti come trovatori, talora cantano in pubblico, accompagnati dalla musica quindi, le loro composizioni, oppure le affidano ai giullari. Il loro tema prediletto è appunto l’amore, che coincide con l’amor cortese, per la cui delineazione (oltre a servirci pur sempre di Lancillotto) abbiamo a disposizione un trattato, redatto da Andrea Cappellano in lingua latina, intitolato De amore (1185). Andrea Cappellano presenta l’amore come naturale, ovvero come forza della natura che supera qualsiasi vincolo di tipo sociale e convenzionale. Di qui il fatto che si collochi al di fuori del vincolo matrimoniale, che rappresenti un vertice di realizzazione individuale e che (modellandosi sotto questo profilo sulla società feudale) si manifesti come un servizio reso da un cavaliere alla donna amata. L’amore inoltre si accompagna e associa alla cortesia, la virtù specifica delle corti, che contribuisce ad affinare e senza la quale non può sussistere. Per quanto in parte associato alla vita di corte, l’amore teorizzato da Andrea Cappellano non si esaurisce alla sola espressione in quel contesto, dato che nell’arco dei tre libri l’autore dimostra che la potenza naturale dell’amore è tale da consentire la sua manifestazione in cuori umani che non sono originariamente appartenenti a una classe sociale (la nobiltà, la corte), così come può accadere che persone di alto lignaggio non siano predisposti all’amore cortese. Dunque già in Andrea Cappellano e nei poeti provenzali si rintraccia l’idea, che avrà grande sviluppo nella poesia amorosa del XIII secolo nell’area italiana, secondo cui la gentilezza del cuore non dipende dallo status sociale ed economico. Il cuore gentile è l’unico elemento di distinzione fra esseri umani, per quanto riguarda la possibilità di provare o meno l’amore.
Scuola siciliana
Imitatori dei trovatori e della poesia trobadorica, i poeti siciliani scrivono in lingua del sì, precisamente in siciliano illustre e vengono poi tradotti da poeti della scuola toscana (sono le principali redazioni di cui ci serviamo tuttora per la scuola). Costituiscono una vera e propria scuola poetica attiva sotto Federico II di Svevia, fra il 1230 e il 1250, di cui sono per lo più funzionari. Tra loro, Pier delle Vigne, che incontreremo presto nell’inferno dantesco, nel XIII canto. Cantano l’amor cortese in forme che contribuiscono anche loro a rendere convenzionali: l’amore è una forza incontrastabile che riempie il cuore dell’innamorato, lo induce a una fedeltà eterna addirittura (si intuisce) prescindere dalla corresponsione; è un amore generoso oltre ogni limite, che qualche volta si manifesta come amore da lontano (addirittura scaturito dalla sola visione di un ritratto o dalla fama di bellezza). I poeti siciliani sono virtuosi della lingua, dal momento che sono i primi a forgiare immagini e espressioni in volgare del sì che diano espressione al sentimento di cui stiamo trattando. L’unico esempio per noi è Iacopo da Lentini, inventore della forma sonetto, con Amor è uno desio, p. 133, e con Io m’aggio posto in core a Dio servire, p. 135, che qui riporto e commento.
Amore è uno desi[o] che ven da’ core | L'amore è un desiderio che proviene dal cuore per abbondanza di grande bellezza; e gli occhi in primo luogo generano l'amore, mentre il cuore gli dà nutrimento [lo alimenta]. |
TESTO
Io m’aggio posto in core a Dio servire,
com’io potesse gire in paradiso,
al santo loco, c’aggio audito dire,
o’ si mantien sollazo, gioco e riso.
Sanza mia donna non vi voria gire,
quella c’à blonda testa e claro viso,
che sanza lei non poteria gaudere,
estando da la mia donna diviso.
Ma non lo dico a tale intendimento,
perch’io pecato ci volesse fare;
se non veder lo suo bel portamento
e lo bel viso e ’l morbido sguardare:
che·l mi teria in gran consolamento,
veggendo la mia donna in ghiora stare.
Il dolce stil novo
Per presentare la poesia del dolce stil novo mi servo di Dante. Precisamente della sua opera giovanile, e comunque precedente la stesura della Divina commedia, che anzi proprio quest’opera preannunzia: la Vita nuova. Essa è la prima opera di attribuzione certa a Dante, scritta, si pensa, tra il 1293 ed il 1295, ma concepita anche prima (forse addirittura intorno al 1283, da un Dante diciottenne). Si tratta di un prosìmetro nel quale sono inserite 31 liriche (25 sonetti, 1 ballata, 5 canzoni) e 42 capitoli.
Rendere eterno l’amore, assolutizzarlo: questo è il progetto di Dante. E a concorrere alla sua realizzazione un mezzo, la parola, precisamente quella lingua del sì che è il volgare fiorentino di fine Duecento. In una prima fase l’amore non è assoluto: domanda, attende ricompense, anche se “solo” spirituali; poi, dopo la morte, si alimenta solo di sé. Dal punto di vista sia formale sia contenutistico l’opera è influenzata dal De consolatione philosophiae di Boezio, con cui condivide tra l’altro la struttura composita, ovvero la scelta del prosìmetro; altre influenze provengono dalla lirica provenzale, dalla siciliana, dalla scuola toscana (che ho citato solo per le traduzioni dei siciliani)guittoniana, da Cavalcanti (coevo di Dante e suo amico), dal Laelius de amicitia di Cicerone (un trattato sull’amicizia dello scrittore latino).
Sbrigativamente si può definire la Vita nuova l'autobiografia della giovinezza di Dante: vi sono documentati i primi incontri con Beatrice, svariati simbolismi (tempistica degli incontri, motivo cortese della donna - schermo); poi, la morte di Beatrice getta il poeta nello sconforto, lo induce a fuorviarsi (con la cosiddetta donna gentile, forse una personificazione, o un simbolo, della filosofia) e quindi promuove la sua svolta esistenziale in direzione dell’unico amore veramente assoluto, quello spirituale. La Vita nuova è la prima espressione compiuta del sincretismo di Dante, volto a fondere la civiltà classica e la cultura cortese. L’opera è segnata da una profonda cesura: la morte di Beatrice, per via della quale la prima parte, quella in vita di Beatrice, contiene tutti i topoi dell’amore cortese (amore che cerca mercede); nella seconda parte, dopo lo sviamento del poeta che si lascia sedurre da una donna nella quale è chiaramente ravvisabile, a livello allegorico, la filosofia, avviene invece la progressiva scoperta dell’amore spirituale, l’unico in grado di salvare davvero, l’unico degno di essere “dittatore” nel duplice senso (evocato peraltro già all’inizio dell’opera) di colui che domina e colui che detta parole, l’unico ispiratore della poesia. Si tratta al contempo di una conquista spirituale e di una stilistica: l’amore assoluto non può che esprimersi nel bello stilo.
Dal libro di testo: p. 147 origine dell'espressione; Guido Guinizzelli, Al cor gentil rempaira sempre amore, p. 149; Dante, Il libro della memoria, p. 218; La prima apparizione di Beatrice, p. 219; Oltre la spera che più larga gira, p. 233; La mirabile visione, p. 235
POESIA COMICO-REALISTICA
PREMESSA A CARATTERE ETIMOLOGICO
Il termine comico proviene dall'ambito teatrale: la commedia (da cui appunto comico) nasce infatti come genere teatrale in Grecia nel V secolo a. C. e raggiunge immediatamente vertici che per noi si possono riassumere nel nome di Aristofane, vissuto tra il 450 (nacque ad Atene) e il 385 a.C.. Di Aristofane approfitto per ricordare solo il titolo di una commedia, La Pace, nella quale si fa beffe tra l'altro dello spirito guerriero che riscalda gli animi di Ateniesi e Spartani durante la lunghissima (e sanguinosissima) guerra del Peloponneso. Ora però mi interessa il comico di epoca medievale, e allora devo concentrarmi sull'etimologia di questa parola, che nasce con il genere teatrale di cui sopra. Comodia, appunto dal greco, significava canto (odé) del festino (còmos), ed era una rappresentazione teatrale caratterizzata da uno stile basso (comico e basso infatti corrispondono nella teoria degli stili), comprensivo di termini volgari e di turpiloquio, volto a far ridere, con personaggi del popolo e una trama che si sviluppava a partire da una situazione negativa e complicata per evolvere in direzione di un lieto fine. La commedia greca antica, quella di Aristofane, aveva inoltre spesso contenuti politici in coerenza col fatto di essersi sviluppata particolarmente (benché non solo) all'interno della polis Atene. La commedia continua poi a svilupparsi nei secoli successivi in Grecia e passa quindi a Roma raggiungendo i suoi vertici nel II secolo a. C., prima con Plauto (un comico puro, nel senso di di essere particolarmente votato al riso) e poi con Terenzio (un comico pensoso, che mira soprattutto a far riflettere). Un elemento di continuità, pur nella differenza di contenuti e di ispirazioni riconoscibile nel passaggio dal mondo greco a quello latino, è rappresentato sempre dallo stile: il comico è caratterizzato da una coerenza fra forma e contenuto (prerogativa degli stili in genere) secondo cui a contenuto basso corrisponde linguaggio basso. I temi, quindi, devono essere tratti dalla vita materiale, quotidiana, riferirsi preferibilmente alla dimensione fisica, corporea, volgare. All'opposto del comico si colloca, sempre nella teoria degli stili, il tragico, che può essere utile alla concettualizzazione del primo delineare essenzialmente: deriva da tragedia (dal greco odé unito questa volta a tràgos che significa capro, con riferimento a una possibile origine della tragedia dai canti in onore del dio caprone ovvero Dioniso), la forma teatrale che utilizza un linguaggio alto, raffinato, sceglie come protagonisti degli eroi o eroine che appartengono a classi elevate, ha un inizio complicato ed evolve in modo negativo fino alla morte dei soggetti coinvolti nella storia. Così come per la commedia, il nome del tragediografo per noi rappresentativo è uno solo: Sofocle che, nel V secolo, scrive, tra l'altro, l'Edipo re. La tragedia tratta tematiche esistenziali e politiche, assumendo spesso toni filosofici sia con Sofocle sia con autori successivi, anche romani (Seneca, per esempio, nel I secolo d.C.). Ho così delineato i due estremi degli stili, tralasciandone uno (quello elegiaco che è lo stile di mezzo o mediano), ma ora torniamo al comico o basso, per iniziare a conoscere alcuni rappresentanti medievali di poesia comico-realistica.
L'ASSOCIAZIONE DI COMICO E REALISTICO
La poesia comica, servendoci ora di quanto appreso in merito alla sua origine dalla commedia, è naturalmente associata al realismo: si nutre di realtà e di popolo, di gente qualsiasi, arrivando a compiacersi (col fine di produrre il riso) di temi scabrosi, materici, volgari. Nel farlo, ovvero nel compiacersi, il comico-realistico può volgere anche in direzioni iperboliche e fantastiche, come aveva già insegnato a fare Aristofane, che proprio nella commedia sopra citata, La Pace, s'inventa un gigantesco scarabeo stercorario che funge per il contadino Trigeo da magica cavalcatura (sorta di Pegaso parodizzato) fino all'Olimpo. In epoca medievale le prime espressioni di poesia comico-realistica risalgono al XII-XIII secolo, esprimendosi in quella che si definisce poesia goliardica e utilizzando il latino. Si sviluppa in ambienti di chierici e universitari (spesso figure coincidenti) scegliendo come argomenti la triade donne, denaro (gioco d'azzardo), vino e usando uno stile ridanciano, irriverente, eccessivo. La raccolta, i Carmina burana (XIII secolo), è senz'altro la più completa e celebre, anche in virtù della versione musicale novecentesca realizzata da Carl Orff.
Al filone di questa poesia appartengono però singoli autori, di cui si conoscono i nomi e, in alcuni casi, anche un abbozzo di biografia. Senza contare che anche autori per così dire seri come Dante Alighieri si sono dedicati a scrivere componimenti in stile comico realistico. Dante, in particolare, era tra l'altro uno sperimentatore di stili (non sarebbe riuscito a scrivere la Divina commedia se non lo fosse stato, dato che proprio questo poema è una vera e propria summa di stili differenti, compreso quello comico-realistico), e nella breve carrellata di esempi che ora propongo figura anche un suo contributo. Seguo però un ordine cronologico, accompagnando il discorso a riferimenti al libro di testo. A p. 166 si trova la prima parte di Rosa fresca aulentissima di Cielo d'Alcamo (in tutto sono 160 versi suddivisi in 32 strofe). Al nome è impossibile associare un profilo biografico: compare infatti in un manoscritto rinascimentale, e sicuramente il componimento risale all'ambiente siciliano (Cielo è un diminutivo di Michele e Alcamo è una citta siciliana, ma soprattutto nel testo sono presenti termini riconducibili al volgare illustre siciliano). A noi interessa in quanto si tratta di una forma denominata contrasto, che propone una scena evocata con intenti al contempo realistici e giocosi, avendo come protagonisti un uomo e una donna, con il primo che cerca di sedurre la seconda, questa che minaccia di chiamare i suoi parenti a difendersi, e lui che alla fine la convince, giurando sul Vangelo. Riporto di seguito i versi finali.
Ben sazzo, l’arma dòleti, com’omo ch’ave arsura.
Esto fatto non pòtesi per null’altra misura:
se non ha’ le Vangel[ï]e, che mo ti dico ’Jura’,
avere me non puoi in tua podesta;
intanti pren[n]i e tagliami la testa».
«Le Vangel[ï]e, càrama? ch’io le porto in seno:
a lo mostero présile (non ci era lo patrino).
Sovr’esto libro júroti mai non ti vegno meno.
Arcompli mi’ talento in caritate,
ché l’arma me ne sta in sut[t]ilitate».
«Meo sire, poi juràstimi, eo tut[t]a quanta incenno.
Sono a la tua presenz[ï]a, da voi non mi difenno.
S’eo minespreso àjoti, merzé, a voi m’arenno.
A lo letto ne gimo a la bon’ora,
ché chissa cosa n’è data in ventura».
Versione in prosa
Lo so bene, l'anima ti duole come un uomo che ha sete. Questa cosa non si può realizzare in nessun altro modo: se non hai il Vangelo affinché io dica "Giura", non puoi avermi in tuo potere; piuttosto prendimi e tagliami la testa».
«Il Vangelo, mia cara? Io lo porto in tasca: l'ho rubato in chiesa (il prete non c'era). Su questo libro ti giuro di non tradirti mai. Esaudisci il mio desiderio, per favore, poiché l'anima mi si sta consumando».
«Mio signore, poiché hai giurato, io sono tutta un fuoco. Mi offro a te, non mi difendo più da voi. Se ti ho disprezzato, [ti chiedo] perdono, mi arrendo a voi. Andiamo subito a letto, poiché questa cosa ci è stata assegnata dalla sorte».
Passiamo subito ora all'esempio dantesco, che richiede una breve contestualizzazione. Trattando lo stilnovismo, ho sottolineato il fatto che si trattasse di una sorta di confraternita letteraria, un circolo poetico, composto da persone anche amiche fra loro. A riprova di questo, i riferimenti gli uni agli altri che si possono rintracciare in componimenti dedicati, per esempio, all'amicizia (celebre, a questo proposito, il sonetto dantesco Guido, i' vorrei che tu e Lapo ed io, p. 238). Nell'ambito della sperimentazione dantesca in direzione della poesia comico realistica, faccio riferimento alla Tenzone con Forese Donati, una sezione delle Rime dantesche che comprende sei sonetti accoppiati comprendenti ogni volta un attacco di Dante e una risposta di Forese. Tenzone significa combattimento e il termine spiega già l'essenza della composizione poetica: si tratta di uno scambio di battute reciproche, volutamente offensive, che si avvalgono di feroci insinuazioni nei riguardi dell'altro. Un esercizio di stile, soprattutto, che pone però agli interpreti non pochi problemi d'intendimento (alcune allusioni ci sfuggono). Aggiungo qualche dettaglio. La tenzone risale alla giovinezza fiorentina di Dante: Forese Donati era fratello di Corso, capo dei Guelfi Neri, parte avversa a quella di Dante. Nella tenzone, però, i due giovani scherzano da amici, senza alcuna allusione alle diverse posizioni politiche. Trent’anni dopo, Dante incontrerà Forese tra i golosi del canto XXIII del Purgatorio, e insieme ricorderanno gli anni trascorsi a Firenze. La comicità della tenzone è data dall’estremo realismo, rimarcato a livello di scelte lessicali, dalla stretta aderenza alle cose e alle persone della Firenze del tempo, che rende però appunto particolarmente ostica la lettura. Tema centrale della tenzone è la povertà, ma tra le accuse reciproche c’è l’impotenza sessuale, la gola, il ladrocinio, la codardia. Riporto qui il primo sonetto, concepito da Dante, che scrive
La moglie di Forese, Nella Donati, non è in buona salute. A sentirla tossire, si penserebbe addirittura che abbia passato l’inverno fra i ghiacci. Persino ad agosto la poverina ha il raffreddore; ci si immagini quindi un po’ come starà nei mesi più freddi! Per via della coperta troppo corta, dormire con le calze pesanti non le serve a nulla. E tuttavia, rivela Dante, la vera causa dei suoi mali è la poca attività sessuale. La madre si lamenta dell’infelice condizione della figlia, tanto più che, con poca spesa, avrebbe potuto farla sposare a un ricco esponente della casa dei conti Guidi. Fino al verso 11, dunque, Dante accusa Forese di impotenza, ma è negli ultimi tre versi del sonetto che si rivela la vera accusa della tenzone: quella di povertà. Stilisticamente, notiamo la presenza di un tipico esordio comico espresso attraverso l'appello all'uditorio (chi udisse), così come comica è l'inversione del soprannome per il nome (Bicci vocato Forese). Al v. 5 (la truovi), il poeta si rivolge a un ipotetico tu, altro stilema comico, che coinvolge nel testo un lettore/ascoltatore qualunque. Il verso 8 non è chiarissimo: Dante scrive che la coperta di Nella è cortonese e letteralmente, il termine vale semplicemente “di cortona”, ma è sotteso un gioco di parole: la coperta di Nella è troppo corta, e quindi non basta a coprirla e “coprire” è termine che indica l’atto sessuale; anche la “calza” è un nome dell’organo sessuale femminile, in linguaggio burlesco. Attraverso doppi sensi, quindi, l’allusione va all’impotenza di Forese. L’immagine del nido in difetto è funzionale a questa accusa: nella medicina medievale, si riteneva che l’attività sessuale fosse salutare, in quanto contribuiva, soprattutto per le donne, a riequilibrare gli umori: il cattivo stato di salute di Nella, quindi, era dovuto a questa mancanza. In Purg XXIII Dante mette in bocca a Forese un elogio della moglie. Molti commentatori credono che rappresentando Nella come donna onesta, in contrapposizione alle fiorentine degeneri, il poeta avesse voluto fare ammenda di quanto di lei aveva scritto nel sonetto giovanile, ma in tal modo si attribuirebbero troppa importanza e serietà a quella che per i due amici sarà stata piuttosto un’occasione di divertimento e, continuo a sottolineare, un esercizio di stile.
L'ultimo poeta realistico-giocoso di cui ci occupiamo è Cecco Angiolieri, libro di testo pp. 171 - 175
DANTE
Canto VII commentato
"Pape Satàn, pape Satàn aleppe!",
cominciò Pluto con la voce chioccia;
e quel savio gentil, che tutto seppe,
disse per confortarmi: "Non ti noccia
la tua paura; ché, poder ch’elli abbia,
non ci torrà lo scender questa roccia".
consuma dentro te con la tua rabbia.
Non è sanza cagion l’andare al cupo:
vuolsi ne l’alto, là dove Michele
fé la vendetta del superbo strupo".
Quali dal vento le gonfiate vele
caggiono avvolte, poi che l’alber fiacca,
tal cadde a terra la fiera crudele.
Così scendemmo ne la quarta lacca,
pigliando più de la dolente ripa
che ’l mal de l’universo tutto insacca.
Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa
nove travaglie e pene quant’io viddi?
e perché nostra colpa sì ne scipa?
che si frange con quella in cui s’intoppa,
così convien che qui la gente riddi.
Qui vid’i’ gente più ch’altrove troppa,
e d’una parte e d’altra, con grand’urli,
voltando pesi per forza di poppa.
Percotëansi ’ncontro; e poscia pur lì
si rivolgea ciascun, voltando a retro,
gridando: "Perché tieni?" e "Perché burli?".
Così tornavan per lo cerchio tetro
da ogne mano a l’opposito punto,
gridandosi anche loro ontoso metro;
poi si volgea ciascun, quand’era giunto,
per lo suo mezzo cerchio a l’altra giostra.
E io, ch’avea lo cor quasi compunto,
dissi: "Maestro mio, or mi dimostra
che gente è questa, e se tutti fuor cherci
questi chercuti a la sinistra nostra".
Ed elli a me: "Tutti quanti fuor guerci
sì de la mente in la vita primaia,
che con misura nullo spendio ferci.
Assai la voce lor chiaro l’abbaia,
quando vegnono a’ due punti del cerchio
dove colpa contraria li dispaia.
Questi fuor cherci, che non han coperchio
piloso al capo, e papi e cardinali,
in cui usa avarizia il suo soperchio".
E io: "Maestro, tra questi cotali
dovre’ io ben riconoscere alcuni
che furo immondi di cotesti mali".
Ed elli a me: "Vano pensiero aduni:
la sconoscente vita che i fé sozzi,
ad ogne conoscenza or li fa bruni.
In etterno verranno a li due cozzi:
questi resurgeranno del sepulcro
col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.
Mal dare e mal tener lo mondo pulcro
ha tolto loro, e posti a questa zuffa:
qual ella sia, parole non ci appulcro.
Or puoi, figliuol, veder la corta buffa
d’i ben che son commessi a la fortuna,
per che l’umana gente si rabuffa;
ché tutto l’oro ch’è sotto la luna
e che già fu, di quest’anime stanche
non poterebbe farne posare una".
"Maestro mio", diss’io, "or mi dì anche:
questa fortuna di che tu mi tocche,
che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?".
E quelli a me: "Oh creature sciocche,
quanta ignoranza è quella che v’offende!
Or vo’ che tu mia sentenza ne ’mbocche.
Colui lo cui saver tutto trascende,
fece li cieli e diè lor chi conduce
sì, ch’ogne parte ad ogne parte splende,
distribuendo igualmente la luce.
Similemente a li splendor mondani
ordinò general ministra e duce
che permutasse a tempo li ben vani
di gente in gente e d’uno in altro sangue,
oltre la difension d’i senni umani;
per ch’una gente impera e l’altra langue,
seguendo lo giudicio di costei,
che è occulto come in erba l’angue.
Vostro saver non ha contasto a lei:
questa provede, giudica, e persegue
suo regno come il loro li altri dèi.
Le sue permutazion non hanno triegue:
necessità la fa esser veloce;
sì spesso vien chi vicenda consegue.
Quest’è colei ch’è tanto posta in croce
pur da color che le dovrien dar lode,
dandole biasmo a torto e mala voce;
ma ella s’è beata e ciò non ode:
con l’altre prime creature lieta
volve sua spera e beata si gode.
Or discendiamo omai a maggior pieta;
già ogne stella cade che saliva
quand’io mi mossi, e ’l troppo star si vieta".
Noi ricidemmo il cerchio a l’altra riva
sovr’una fonte che bolle e riversa
per un fossato che da lei deriva.
L’acqua era buia assai più che persa;
e noi, in compagnia de l’onde bige,
intrammo giù per una via diversa.
In la palude va c’ ha nome Stige
questo tristo ruscel, quand’è disceso
al piè de le maligne piagge grige.
E io, che di mirare stava inteso,
vidi genti fangose in quel pantano,
ignude tutte, con sembiante offeso.
Queste si percotean non pur con mano,
ma con la testa e col petto e coi piedi,
troncandosi co’ denti a brano a brano.
Lo buon maestro disse: "Figlio, or vedi
l’anime di color cui vinse l’ira;
e anche vo’ che tu per certo credi
che sotto l’acqua è gente che sospira,
e fanno pullular quest’acqua al summo,
come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira.
Fitti nel limo dicon: "Tristi fummo
ne l'aere dolce che dal sol s'allegra,
portando dentro accidïoso fummo:
or ci attristiam ne la belletta negra".
Quest’inno si gorgoglian ne la strozza,
ché dir nol posson con parola integra".
Così girammo de la lorda pozza
grand’arco, tra la ripa secca e ’l mézzo,
con li occhi vòlti a chi del fango ingozza.
Venimmo al piè d’una torre al da sezzo.
Ora sen va per un secreto calle,
tra ’l muro de la terra e li martìri,lo mio maestro, e io dopo le spalle.
"O virtù somma, che per li empi giri
mi volvi", cominciai, "com’a te piace,
parlami, e sodisfammi a’ miei disiri.
La gente che per li sepolcri giace
potrebbesi veder? già son levati
tutt’i coperchi, e nessun guardia face".
E quelli a me: "Tutti saran serrati
quando di Iosafàt qui torneranno
coi corpi che là sù hanno lasciati.
Suo cimitero da questa parte hanno
con Epicuro tutti suoi seguaci,
che l’anima col corpo morta fanno.
Però a la dimanda che mi faci
quinc’entro satisfatto sarà tosto,
e al disio ancor che tu mi taci".
E io: "Buon duca, non tegno riposto
a te mio cuor se non per dicer poco,
e tu m’ hai non pur mo a ciò disposto".
"O Tosco che per la città del foco
vivo ten vai così parlando onesto,
piacciati di restare in questo loco.
La tua loquela ti fa manifesto
di quella nobil patrïa natio,
a la qual forse fui troppo molesto".
Subitamente questo suono uscìo
d’una de l’arche; però m’accostai,
temendo, un poco più al duca mio.
Ed el mi disse: "Volgiti! Che fai?
Vedi là Farinata che s’è dritto:
da la cintola in sù tutto ’l vedrai".
Io avea già il mio viso nel suo fitto;
ed el s’ergea col petto e con la fronte
com’avesse l’inferno a gran dispitto.
E l’animose man del duca e pronte
mi pinser tra le sepulture a lui,
dicendo: "Le parole tue sien conte".
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