LEZIONE DEL 22 APRILE - PREPARAZIONE DANTE fino al canto XXI
Mercoledì, per un'ora, vi dedicherete a una preparazione di materiali relativi a Dante, da condividere tra tutti, che nella lezione del 23 continueremo a mettere a punto. Per giovedì 23 ho prenotato 10 computer, mentre mercoledì lavorerete senza computer e servendovi, a coppie o massimo trii, come volete (potete mantenere i trii della letteratura e suddividervi anche fra "ascoltatori"), di carta, penna, telefoni per l'accesso al blog. Ovviamente occorre avere a disposizione appunti e Inferno. La prospettiva finale è quella di verificare, mercoledì 30 in due ore e oralmente, le conoscenze che avete acquisito.
Quanto serve alla preparazione comprende i materiali del blog che, per comodità, riporto sotto di seguito numerandoli progressivamente. La ratio con cui li ho selezionati è quella di un ripasso, senza più entrare in dettagli, se non a partire dal canto XV. Il canto XV e la sintesi successiva fino al XXI sono quindi proposti senza tagli.
In classe, mercoledì, dovrete confrontarvi sui punti che elenco di seguito, prima dei materiali, arrivando a mettere idee nero su bianco, che poi giovedì trascriverete e caricherete su classroom a coppie/trii per condividere.
1) La ragione del titolo commedia e in che modo corregge il sostantivo l'aggettivo divina.
2) Ogni scelta anche tecnico-stilistica ha un valore espressivo. Ossia?
3) Lo scarto temporale fra auctor e agens in che cosa consiste e quali conseguenze comporta?
4) Dante e Virgilio: un rapporto gerarchico, amicale, paterno, fraterno o che altro? (saper esemplificare)
5) Dante e i dannati fra curiositas, pietas, pietà, condanna.
6) Ricordare è un po' vivere ancora.
MATERIALI
1) Nato nel 1265 a Firenze, Dante inizia a scrivere la Divina commedia dopo aver già composto molta poesia e dopo aver vissuto complicate e dolorose vicende politiche. Si trova già, scelgo solo questo dettaglio biografico, in esilio dalla sua amatissima Firenze, dove non potrà mai più tornare. L'anno in cui ambienta il viaggio nell'aldilà, dato che questo è essenzialmente il poema che ci accingiamo a leggere, è il 1300, anno giubilare come IL 2025 appena terminato. Il papa in carica è Bonifacio VIII, che vedremo essere considerato da Dante un grande nemico, suo e della chiesa nel suo insieme. Il poema è intitolato dall'Autore Comedìa, mentre l'aggettivo divina è dovuto a un'aggiunta inserita da Boccaccio nel suo Trattatello in laude di Dante. Si tratta di un poema redatto in terzine di endecasillabi, suddiviso in tre cantiche, rispettivamente composte da 34 canti la prima (Inferno), 33 la seconda (Purgatorio) e 33 la terza (Paradiso). Lo stile è basso nella I cantica, medio nella seconda, alto nella terza, anche se il titolo prescelto farebbe pensare a una prevalenza del solo stile basso. I canti differiscono tra loro in lunghezza, da 115 a 160 versi (il più lungo è il XXXIV dell'Inferno). L'endecasillabo diventerà il verso prediletto della letteratura italiana. Le terzine sono in rima incatenata (primo e terzo in rima, secondo e primo successivo in rima tra loro e con terzo successivo e così via). Impareremo subito a considerare importanti anche le parole rimate per fare commenti contenutistici: per questo conoscere la struttura ritmica è importante (non è solo un fattore esteriore, rimanda al contenuto, così come le figure retoriche.
2) Il mondo ultraterreno si modella mentre si legge la Divina commedia: un'operazione in cui è fortemente coinvolta l'immaginazione non solo autoriale, ma anche la vostra. Non voglio quindi togliervi del tutto il piacere di lasciare che le trovate dantesche vi sorprendano a tempo debito e non siano tutte anticipate da una minuziosa descrizione preliminare. Qualche elemento topografico, e cosmologico, però, ve lo fornisco, limitandomi all'essenziale.
Ci troviamo sulla Terra, precisamente nell'emisfero settentrionale o boreale, in prossimità di Gerusalemme. Il cielo al di sopra della selva oscura è insomma lo stesso (o quasi) che vediamo noi oggi, per quanto trasposto a 725 anni or sono, una manciata di nanosecondi, nell'ampiezza smisurata del tempo cosmico. In questo cielo, abbiamo avuto modo di cogliere nelle terzine del primo canto, splende un sole che illumina le pendici del colle su cui l'agens vorrebbe salire, non ne fosse impedito dalle tre fiere. Poi gli eventi precipitano, il tempo passa, ed è ormai sera quando all'inizio del II canto un agens molto preoccupato di quello che lo attende, si rivolge a Virgilio per essere rassicurato sul senso della missione. Dal momento in cui ha davvero inizio il cammino, ossia dalla fine di questo II canto che ci ha condotti al termine di una giornata, non vedremo più il sole: il viaggio, per i rimanenti trentadue canti, si svolge interamente nel sottosuolo, in un baratro a forma di imbuto (si restringe sempre di più, anche se resta di dimensioni smisurate e ospita un numero altrettanto smisurato di anime), che si spalanca nel sottosuolo della città santa per eccellenza e che è stato prodotto da un evento metafisico originario. Quest'ultimo è parte integrante della topografia inventata da Dante per ambientare la sua Commedia e coincide con la cacciata dal cielo dell'angelo ribelle, l'angelo più bello di tutti, Lucifero, il portatore di luce, da parte di Dio che punisce così la sua arroganza. Pur essendo stato dotato di virtù superiori a tutti gli altri, invece di manifestare riconoscenza al creatore, Lucifero osa sfidarlo per essere come lui. La caduta di Lucifero, scagliato dall'alto dei cieli, avrebbe quindi prodotto il baratro infernale e, concatenato, anche l'evento geologico dell'emersione nell'emisfero australe del monte-isola del purgatorio, esattamente agli antipodi di Gerusalemme. Proprio al centro della Terra è conficcato Lucifero medesimo, il gran vermo come lo definisce qualche volta l'auctor, e la fuoriuscita dall'inferno di Dante e Virgilio avviene per via dia una capriola, che permette loro di affiorare dalla parte giusta nell'altro emisfero, sulla spiaggia dell'isola del monte purgatorio, dove rivedranno di nuovo le stelle (ultima parola di ogni cantica) e anche il sole, dato che il purgatorio è soggetto al tempo terrestre. Vista la posizione di questo regno, appare a questo punto evidente perché, in merito al colle che l'agens tenta di scalare all'inizio del viaggio, non si possa che parlare di un miraggio del purgatorio medesimo, che non potrebbe assolutamente trovarsi in quel punto.
Proseguendo in questa descrizione a grandi linee, il cosmo dantesco prevede che la Terra sia situata al centro dell'universo (visione tolemaica) e che intorno a essa ruotino nove cieli, corrispondenti ad altrettanti pianeti (con una certa confusione nella definizione dei medesimi, dato che nell'elenco compare la Luna, alcuni pianeti, il Sole e poi le Stelle Fisse). La rotazione dei cieli, però, ci interessa in quanto rappresenta una traduzione visiva di quello che Aristotele/Tommaso (visione tomistica) riteneva essere il modo in cui il movimento si propagherebbe nell'universo a partire da un motore immobile (Dio) che trasmette il movimento ai cieli, partendo dal più veloce al più lento, quello che circonda la Terra. Il cielo più alto, ma anche il paradiso nel suo insieme, rappresenta l'empireo, dove hanno sede Dio e tutti i beati. I regni ultraterreni, quindi, sono tre: due si trovano dentro/sulla Terra, il terzo al di sopra di essa. Inoltre due regni sono eterni (l'inferno e il paradiso) mentre uno è temporaneo, il purgatorio, destinato a esaurirsi dopo il giudizio universale, quando Dio deciderà definitivamente dannati e beati, e tutti quanti recupereranno le loro spoglie mortali, per tornare a essere quell'unione compiuta di anima e corpo (teoria della resurrezione dei corpi) che si denomina sinolo nel linguaggio dell'aristotelismo.
Inferno, purgatorio e paradiso sono al loro interno suddivisi. Tale suddivisione, adattata alle specificità del luogo (lo vedremo in seguito) risponde a esigenze didascaliche: l'agens compie un viaggio nel mondo ultraterreno che coincide con una missione, al culmine della quale si colloca un messaggio di salvezza. Si tratta di un percorso di apprendimento, di un viaggio iniziatico, che prevede di conoscere fino in fondo il peccato (in tutte le sue possibili manifestazioni), le vie della purificazione e infine la glorificazione delle virtù. Le divisioni interne dei tre regni servono quindi a rendere più chiaro e comprensibile quello che è bene apprendere per evitare la dannazione e accedere alla beatitudine. L'inferno si presenta quindi suddiviso in 9 zone, dette cerchi, che comprendono: un antinferno, il limbo (I cerchio) e successivamente altri 8 cerchi distinti in quelli dedicati ad alcuni dei peccati capitali (lussuria, golosità, avarizia e prodigalità, iracondia e accidia), all'eresia, alla violenza, alla fraudolenza e al tradimento. Il purgatorio, data la forma di monte che s'innalza su un'isola, dopo una parte di antipurgatorio che corrisponde alla spiaggia, è suddiviso in cornici, in numero di 7, coincidenti con i peccati capitali, disposti in ordine inverso rispetto all'inferno (quindi dal più grave al meno grave: superbia, invidia, iracondia, accidia, avarizia e prodigalità, golosità e lussuria). Infine il paradiso, data la struttura a sfere concentriche, predispone all'incontro con anime raggruppate nei nove cieli per via della loro virtù prevalente, con l'unica eccezione del primo cielo, quello della Luna, che ospita anime che sono venute meno ai voti a causa di una costrizione esterna.
3) Canto X, qualche passaggio
Di là dalle mura della città di Dite, che Dante e Virgilio hanno potuto superare solo grazie all'intervento dell'angelo inviato da Dio, si spalanca per cominciare una pianura che è un sepolcreto, un cimitero di tombe scoperchiate e in fiamme. I due pellegrini percorrono un sentiero (calle), l'agens segue la sua guida, e intanto conversano. L'argomento è il paesaggio e, connesso con questo, i peccatori che vi si trovano. Dante chiede se si possano vedere coloro che sono all'interno dei sepolcri, i quali risultano appunto scoperchiati, e Virgilio risponde con un'informazione aggiuntiva: si possono vedere per ora, dato che dopo il giudizio universale (cui allude con l'espressione di Iosafat qui torneranno) verranno serrati, anime e corpi ormai congiunti. Quanto alla categoria di peccatori, il maestro nomina solamente i seguaci di Epicuro, ai quali si addice particolarmente il contrappasso ormai delineato: nella vulgata cristiana gli epicurei coincidevano con coloro che negavano, da una prospettiva materialistica, la sopravvivenza dell'anima, destinata a disgregarsi a livello atomico esattamente come il corpo. Il loro contrappasso analogico prevede quindi che si realizzi, per loro, quello che avevano erroneamente creduto, ovvero che vengano rinchiusi per l'eternità (anima e corpo) nella tomba, sorta di annientamento consapevole e perciò particolarmente penoso. Al termine della sua spiegazione Virgilio allude a una domanda di Dante che sarà poi soddisfatta, pur non essendo stata espressa, rimarcando quindi il fatto di riuscire a leggere nell'anima del suo discepolo più di quanto non riesca a essere espresso verbalmente da lui. La spiegazione che Dante subito offre per la propria ritrosia a domandare è che teme (com'è stato abituato da Virgilio) di dire qualcosa di troppo e di vano.
4) Dall'XI al XII
Nell'incipit del canto XI veniamo messi al corrente di una nuova sfida sensoriale per i due pellegrini (accomunati, in questo caso, benché si tratti di un morto e di un vivo), questa volta di tipo olfattivo (in precedenza si era trattato di abituarsi alla scarsità di luce, soprattutto): dall'abisso infernale proviene un puzzo, un tristo fiato, al quale occorre abituarsi. Per questo il maestro suggerisce di fermarsi un poco e approfitta della pausa per fornire al discepolo e a noi lettori alcune informazioni sulla struttura dell'inferno, così come si presenta una volta superate le porte della città di Dite e i gironi dedicati ai peccati di incontinenza. Ad attenderli sono tre cerchietti, dice Virgilio, pieni di spirti maladetti, i quali si sono macchiati di malizia e di frode, malvagità e inganno. Precisa subito che i fraudolenti sono i peccatori peggiori, perché il loro peccato spiace particolarmente a Dio in quanto volge al male ciò che meglio e maggiormente caratterizza l'essere umano, ovvero la ragione. In un cerchio superiore, si situa il peccato di violenza, suddiviso in tre gironi, a seconda che la violenza si volga contro Dio, se stessi e i propri beni o il prossimo, con riferimento quindi a bestemmiatori, suicidi e scialacquatori, omicidi. Anche il peccato peggiore, la frode, si tripartisce in frode commessa a danno di chi non si fida, di chi si fida e di chi ha fatto del bene a colui che froda. La descrizione è limpida e sintetica al tempo stesso, e la struttura dell'inferno appare a questo punto nitidamente. Vale la pena che la visualizziamo riassuntivamente anche noi, con qualche ulteriore dettaglio: dalla selva oscura, nei pressi di Gerusalemme nell'emisfero boreale, ha avuto inizio prima il tentativo di ascesa del colle, quindi il passaggio nel primo dei tre regni ultraterreni, l'inferno a forma conica che si apre come una voragine proprio al di sotto di quella città, suddividendosi in antinferno, limbo (primo cerchio), II cerchio (lussuriosi), III cerchio (golosi), IV cerchio (avari e prodighi), V cerchio (iracondi e accidiosi), nell'insieme peccati di incontinenza, città di Dite, VI cerchio (eretici), VII cerchio (tre gironi dei violenti contro gli altri, sé stessi e i propri beni, Dio e la natura sua figlia e l'arte che ne è imitatrice: bestemmiatori, sodomiti e usurai), VIII cerchio (10 bolge di seduttori, adulatori, simoniaci, indovini, barattieri, ipocriti, ladri, cattivi consiglieri, seminatori di discordie, falsari), IX cerchio (quattro zone di traditori: Caina, Antenora, Tolomea e Giudecca, congiunti, politici, ospiti, benefattori). Dante si sente, a questo punto, istruito a dovere.
Senz'altro quanto meno suggestiva questa ultima apparizione del minotauro saltellante e pur sempre del tutto impotente, tant'è vero che Virgilio approfitta per suggerire a Dante di correre al varco mentre ch'e' 'nfuria. Il tema dell'impotenza del male è dunque un filo rosso che attraversa l'inferno, come possiamo ricordare agevolmente citando i nomi di Caronte, Minosse, Cerbero, Pluto, Flegias e i diavoli della città di Dite. Il cammino prosegue, lungo uno scarco di quelle pietre, una zona sempre impervia e franosa, e Virgilio rievoca la sua prima discesa nell'inferno (promossa dalla maga Erittone e raccontata nel IX canto), quando ancora questa frana non esisteva, essendo stata prodotta dalla discesa in inferno di Cristo nei tre giorni seguenti la sua morte in croce. Guardando verso il basso, l'agens vede apparire quella che definisce la riviera del sangue in la qual bolle /qual che per vïolenza in altrui noccia. Si tratta del Flegetonte, letteralmente fiume di fuoco, già previsto nell'Averno mitico (insieme a Acheronte e Cocito), e trasformato qui da Dante in fiume di sangue bollente, dove si troveranno tra poco i primi violenti. Per cominciare, però, lungo le rive i due pellegrini vedono correre dei centauri armati di frecce, che si fermano vedendoli. A parlare, riconosciuto subito e nominato da Virgilio, è Chirone (il maestro di Achille), poi si identifica anche Nesso, la cui menzione porta alla memoria Deianira, la moglie di Ercole, responsabile involontaria della sua morte a causa della celebre camicia intrisa del sangue di Nesso, che ottenne così la vendetta della morte inflittagli dall'eroe dorico. Oltre a essere un'occasione di rievocazioni mitiche multiple, l'episodio anima anche una scena in cui Chirone fa notare ai compagni il fatto che Dante sia vivo: Virgilio gli spiega allora che necessità ’l ci ’nduce, e non diletto, ovvero che sono lì non per piacere ma per dovere, e che Chirone dovrebbe prestarsi a sua volta a fornire loro un aiuto per superare il Flegetonte, precisamente offrendo la guida e la groppa di qualcuno di loro per guadarlo. Chirone si presta e ordina a Nesso di scortarli. Il canto prosegue con una elencazione di personaggi immersi, urlanti e bolliti come si legge, nel fiume: Alessandro (Magno), il tiranno Dionisio il Vecchio di Siracusa, Azzolino e Izzo d'Este, nonché un solitario al quale allude per via d'un cuore il cui sangue ancora cola nel Tamisi (Tamigi), ossia Guido da Monfort, il quale uccise in chiesa il cugino Enrico di Cornovaglia (il cui cuore, invendicato, appunto sanguina ancora). Nesso fornisce poi ulteriori spiegazioni sui dannati qui puniti: sono immersi fino al collo o in parte, fino al petto (casso), nel Flegetonte, a seconda della gravità della violenza commessa e risultano visibili, fra gli altri, Attila, Pirro e Sesto Pompeo. Con questi ultimi nomi il canto si chiude e Nesso si allontana dai due pellegrini, ormai giunti sull'altra riva.
5) XIII
L'inizio di questo canto ha una sua peculiare eloquenza: per cominciare immette in un paesaggio, precisamente un bosco, che ha la caratteristica di non essere segnato da alcun sentiero. Poi, leggiamo, non c'è nulla in questo bosco che corrisponda a aspettative comuni rispetto a un luogo del genere: Non fronda verde, ma di color fosco; /non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti; / non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco. /Non han sì aspri sterpi né sì folti / quelle fiere selvagge che ’n odio hanno / tra Cecina e Corneto i luoghi cólti. Insomma, questo vortice di anafore (ripetizioni) costruite simmetricamente per via di negazione, ci troviamo in un bosco non bosco, un posto che senz'altro non potrebbe trovarsi sulla terra, in quanto le foglie sono di color fosco, ossia scure, nere, i rami sono tutti attorcigliati, mancano i frutti e al loro posto ci sono spine avvelenate. Non somiglia, questo bosco infernale, se non alla lontana a un posto del tutto inospitale come quello che si trova fra Cecina e Corneto, nel nord della Maremma toscana, terra di fiere selvagge che odiano i luoghi ospitali (colti). Un posto del tutto adatto dei mostri come le brutte Arpie, che infatti è lì che costruiscono i loro nidi. [...]
Cred’ïo ch’ei credette ch’io credesse
che tante voci uscisser, tra quei bronchi,
da gente che per noi si nascondesse.
L'esperienza indicibile viene quindi subito evocata: l'agens sente da ogni parte provenire lamenti umani, ma non vede nessuno, perciò si blocca in preda allo sconcerto. Un poliptoto (ripetizione della stessa parola con funzione sintattica differente) sul verbo credere veicola ulteriormente il senso di straniamento (tutto è strano in questa foresta infernale) che coglie l'agens, indotto all'inganno di pensare che delle persone siano nascoste fra gli alberi. Si sviluppa a partire da qui l'episodio in cui, praticando l'intertestualità nei confronti dell'Eneide virgiliana, Dante riprende e varia l'episodio dello sfortunato figlio di Priamo Polidoro, cantato nel III libro del poema (inviato dal padre, intenzionato a salvarlo dalla guerra, presso il re Polimestore in Tracia, viene proditoriamente ucciso da costui per impadronirsi dei suoi beni). Virgilio, memore di quanto da lui stesso cantato nel proprio poema, suggerisce a Dante di fare una prova diretta di quello a cui non crederebbe si gli venisse solo detto a voce: spezzare uno dei rami.
Il tronco, come lo definisce il poeta che poi s'ingegna a farlo parlare come ci si potrebbe attendere parli una pianta (che a un certo punto giura per le nove radici d'esto legno, ossia per le nuove radici di questa pianta), si presenta come un consigliere segreto di Federico II di Svevia (tenni ambo le chiavi del cor), fedele verso di lui fino alla morte (tanto ch'i né perde' il sonno e i polsi, con riferimento appunto al suicidio: Dante avallerebbe una delle versioni che circolavano sulla morte di quest'anima, che, pur non venendo espressamente nominata, sappiamo essere quella di Pier delle Vigne, ovvero quella d'un suicidio per taglio delle vene). In due terzine, il suicida riassume poi il precipitare degli avvenimenti che hanno reso tragica la sua esistenza: la meretrice che si insedia preferibilmente nelle corti, ovvero l'invidia, ha determinato l'avversione immotivata del sovrano nei suoi riguardi: quelli che erano onori sono diventati per lui tristi lutti. Per non precipitare nel disonore, la morte autoinflitta è poi parsa a lui giusto l'unica scelta, che non esita a definire ingiusta. Quanto poi all'accusa mossagli, persino in inferno è disposto a giurare (appunto sulle radici) di non aver mai tradito il suo signore, che continua a ritenere degno di onor. L'ultima terzina contiene la richiesta rivolta espressamente a Dante di confortare la sua memoria, raccontando la verità su di lui. Travolto dalla pietà che lo accora, l'agens non riesce a porre domande e affida a Virgilio il compito. Il maestro sceglie di evitare altre evocazioni biografiche e pone una domanda sull'hic et nunc infernale: come avviene che l'anima subisca la metamorfosi in pianta? O, per utilizzare qualcuna delle pregnanti espressioni dantesche, come avviene che uno spirito venga incarcerato in questa innaturale vegetazione? E poi, accade che qualcuno se ne liberi? La ripresa della comunicazione, inizialmente accompagnata dalla citata fuoriuscita di sangue, è preceduta come da un soffio, che poi diventa linguaggio. L'anima racconta che, una volta strappata dal corpo e giunta di fronte a Minosse, questi la destina al settimo cerchio, dove, in un punto a caso, s'interra come fosse un seme, da cui poi germoglia come gran di spelta (chicco di frumento). Le piante che ne derivano sono poi cibo delle Arpie, che accrescono il dolore della metamorfosi subita. Quanto alla reversibilità della condizione, si avrà un'unica occasione in cui le anime prigioniere torneranno sulla terra, dopo il giudizio universale, per recuperare i propri corpi e non riunirsi a essi (ulteriore specifico contrappasso), ma appenderli come abiti dismessi ai rami della loro pianta (nostri corpi appesi ciascun al prun de l'ombra sua molesta). Il dialogo con Pier delle Vigne si è appena concluso, che la scena si anima all'improvviso, con un esordio che suona biblico, la formula ed ecco, usata nell'antico testo per sottolineare l'irrompere di una situazione inattesa. Il bosco diventa teatro di una scena di caccia all'uomo (che sarà ripresa da Boccaccio nel Decamerone, nella novella di Nastagio degli onesti), con tanto di cagne bramose di azzannare le proprie prede, come veltri che siano appena stati lasciati liberi dalla catena. A tentare vanamente di sfuggire ai loro morsi due anime nude, che durante la corsa devastano gli arbusti (supplemento di pena per i suicidi): di loro apprendiamo i nomi, dal momento che uno chiama l'altro Lano mentre il secondo verrà chiamato per nome, Iacopo da Santo Andrea, da un arbusto-suicida che si lamenta dello strazio inflittogli nel tentativo (peraltro inutile) di ripararsi dai morsi delle cagne. Con quest'ultimo i due pellegrini si intrattengono ancora in chiusura del canto, inducendolo a raccontare chi sia: un anonimo cittadino della città che cambiò protettore (da Marte a Giovanni Battista), ossia di Firenze, che fe' gibetto a sé delle sue case, ossia s'impiccò (gibetto è la forca) in casa propria. Chiede loro un atto che sembra pietoso: raccogliere le sue fronde sparpagliate al suolo intorno a lui, facendone un mucchio ai suoi piedi: all'inizio del prossimo canto, vedremo che l'agens non manca di mostrarsi pietoso, in nome della comune cittadinanza.
5) Il XV
Ora cen porta l’un de’ duri margini;
e ’l fummo del ruscel di sopra aduggia,
sì che dal foco salva l’acqua e li argini.
Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,
temendo ’l fiotto che ’nver’ lor s’avventa,
fanno lo schermo perché ’l mar si fuggia;
e quali Padoan lungo la Brenta,
per difender lor ville e lor castelli,
anzi che Carentana il caldo senta:
a tale imagine eran fatti quelli,
tutto che né sì alti né sì grossi,
qual che si fosse, lo maestro félli.
Già eravam da la selva rimossi
tanto, ch’i’ non avrei visto dov’era,
perch’io in dietro rivolto mi fossi,
quando incontrammo d’anime una schiera
che venian lungo l’argine, e ciascuna
ci riguardava come suol da sera
guardare uno altro sotto nuova luna;
e sì ver’ noi aguzzavan le ciglia
come ’l vecchio sartor fa ne la cruna.
Così adocchiato da cotal famiglia,
fui conosciuto da un, che mi prese
per lo lembo e gridò: "Qual maraviglia!".
E io, quando ’l suo braccio a me distese,
ficcaï li occhi per lo cotto aspetto,
sì che ’l viso abbrusciato non difese
la conoscenza süa al mio ’ntelletto;
e chinando la mano a la sua faccia,
rispuosi: "Siete voi qui, ser Brunetto?".
E quelli: "O figliuol mio, non ti dispiaccia
se Brunetto Latino un poco teco
ritorna ’n dietro e lascia andar la traccia".
e se volete che con voi m’asseggia,
faròl, se piace a costui che vo seco".
"O figliuol", disse, "qual di questa greggia
s’arresta punto, giace poi cent’anni
sanz’arrostarsi quando ’l foco il feggia.
Però va oltre: i’ ti verrò a’ panni;
e poi rigiugnerò la mia masnada,
che va piangendo i suoi etterni danni".
Io non osava scender de la strada
per andar par di lui; ma ’l capo chino
tenea com’uom che reverente vada.
El cominciò: "Qual fortuna o destino
anzi l’ultimo dì qua giù ti mena?
e chi è questi che mostra ’l cammino?".
"Là sù di sopra, in la vita serena",
rispuos’io lui, "mi smarri’ in una valle,
avanti che l’età mia fosse piena.
Pur ier mattina le volsi le spalle:
questi m’apparve, tornand’ïo in quella,
e reducemi a ca per questo calle".
Ed elli a me: "Se tu segui tua stella,
non puoi fallire a glorïoso porto,
se ben m’accorsi ne la vita bella;
e s’io non fossi sì per tempo morto,
veggendo il cielo a te così benigno,
dato t’avrei a l’opera conforto.
Alla domanda di prammatica, come mai Dante si trovi lì non essendo ancora morto (ricordiamo sempre la preveggenza a termine dei dannati), il poeta risponde dando modo all'auctor di offrire una delle tante prove di sintesi analettica: in due terzine riproduce lo smarrimento nella selva oscura e l'incontro con questi avvenuto ieri mattina. A Brunetto paiono informazioni sufficienti, dal momento che replica subito di essere stato persuaso che una stella senz'altro buona guidasse Dante, confermando di aver avuto con lui consuetudine in vita, anche se non quanto avrebbe desiderato: esprime infatti il rammarico di non aver potuto aiutarlo nelle sue imprese terrene, in quanto morto anzitempo (s’io non fossi sì per tempo morto). Il riferimento a se stesso ispira quindi una profezia post factum che occupa le terzine successive.
Ma quello ingrato popolo maligno
che discese di Fiesole ab antico,
e tiene ancor del monte e del macigno,
ti si farà, per tuo ben far, nimico;
ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi
si disconvien fruttare al dolce fico.
Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;
gent’è avara, invidiosa e superba:
dai lor costumi fa che tu ti forbi.
La tua fortuna tanto onor ti serba,
che l’una parte e l’altra avranno fame
di te; ma lungi fia dal becco l’erba.
Faccian le bestie fiesolane strame
di lor medesme, e non tocchin la pianta,
s’alcuna surge ancora in lor letame,
in cui riviva la sementa santa
di que’ Roman che vi rimaser quando
fu fatto il nido di malizia tanta".
rispuos’io lui, "voi non sareste ancora
de l’umana natura posto in bando;
ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora,
la cara e buona imagine paterna
di voi quando nel mondo ad ora ad ora
m’insegnavate come l’uom s’etterna:
e quant’io l’abbia in grado, mentr’io vivo
convien che ne la mia lingua si scerna.
Ciò che narrate di mio corso scrivo,
e serbolo a chiosar con altro testo
a donna che saprà, s’a lei arrivo.
Tanto vogl’io che vi sia manifesto,
pur che mia coscïenza non mi garra,
ch’a la Fortuna, come vuol, son presto.
Non è nuova a li orecchi miei tal arra:
però giri Fortuna la sua rota
come le piace, e ’l villan la sua marra".
Lo mio maestro allora in su la gota
destra si volse in dietro e riguardommi;
poi disse: "Bene ascolta chi la nota".
Né per tanto di men parlando vommi
con ser Brunetto, e dimando chi sono
li suoi compagni più noti e più sommi.
Unico intervento di un Virgilio altrimenti silente, in un canto dedicato a altro maestro.
Loda Dante per essere un buon ascoltatore, che nota, ossia memorizza, quello che gli viene detto.
Benché l'intervento sia finalizzato a porre fine alla conversazione, Dante non rinuncia ad altre
domande, in particolare sapere chi siano i compagni di Brunetto.
Ed elli a me: "Saper d’alcuno è buono;
de li altri fia laudabile tacerci,
ché ’l tempo saria corto a tanto suono.
In somma sappi che tutti fur cherci
e litterati grandi e di gran fama,
d’un peccato medesmo al mondo lerci.
Priscian sen va con quella turba grama,
e Francesco d’Accorso anche; e vedervi,
s’avessi avuto di tal tigna brama,
colui potei che dal servo de’ servi
fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione,
dove lasciò li mal protesi nervi.
Di più direi; ma ’l venire e ’l sermone
più lungo esser non può, però ch’i’ veggio
là surger nuovo fummo del sabbione.
Gente vien con la quale esser non deggio.
Sieti raccomandato il mio Tesoro,
nel qual io vivo ancora, e più non cheggio".
Poi si rivolse, e parve di coloro
che corrono a Verona il drappo verde
per la campagna; e parve di costoro
quelli che vince, non colui che perde.
Son quattro versi ma valgono senz'altro un commento e, per cominciare, un indugio sulla similitudine. Eravamo immersi nel dialogo intenso fra quello che, non nella realtà del mondo ma in quella della poesia sì, è stato senz'altro un maestro di Dante. Sarà che nel Tresor sono ravvisabili parentele con la medesima Divina commedia o per qualche altro imperscrutabile motivo, fatto sta che ser Brunetto acquista, nel canto, i connotati di un Virgilio minor, tant'è vero che il maior non l'abbiamo quasi udito proferire parola. A ulteriore riprova di ciò, tra le prime notazioni sui versi, ricordo quella relativa alla postura del discepolo, nell'atto di accompagnarsi a colui che poco prima l'aveva tirato per la veste (viceversa) come potrebbe fare un bambino con un adulto (ma tant'è, al poeta piacciono i capovolgimenti di prospettiva). Insomma, arrivando al punto, c'è senz'altro qualcosa di sorprendente in questo omaggio al maestro che reca con sé anche più che una punta di veleno, racchiusa nella condanna infamante, a un peccato che la tradizione cristiana lega al Vecchio Testamento, all'episodio dei cittadini di Sodoma, che furono tanto corrotti da violentare persino gli angeli inviati da Dio per un ultimo tentativo di salvezza della città scellerata. Ser, allora, notaio di famiglia nobile e rispettata, scrittore con ambizioni di gloria, se non proprio di genio quanto meno riconosciuto ai suoi tempi, eppure immortalato come un vecchio nostalgico della vita non abbastanza ben vissuta, intento a correre (quello sì, eternamente) nella sabbia arroventata facendo ben attenzione a non sgarrare le leggi infernali. Chi si ferma è persino un po' più perduto. E allora corre, corre Brunetto, ecco la similitudine finale, come avveniva a Verona in una rinomata corsa campestre, inventata proprio nel Duecento e divenuta celebre come fosse oggi il giro d'Italia per i ciclisti. Drappo verde, invece di maglia rosa, è quello che Dante (sublime ironia? pietas? ossimoro una volta di più?) assegna a quell'anima bruciata che gli ha confidato (evento prodigioso, nel luogo in cui ci troviamo) almeno due suoi desideri segreti: quello di non essere morto troppo presto, ovvero prima di aver potuto aiutare Dante a seguire la sua buona stella, e quello di essere ricordato da tutti per sempre. Inutile dire che, se una vittoria gli viene riconosciuta dall'Auctor, quelli che vince, non colui che perde, è senza dubbio il coronamento del secondo desiderio, in virtù del quale la poesia raggiunge da sola l'obiettivo che la vita di per sé non era riuscita a ottenere.
6) SINTESI DAL XVI AL XXI CANTO
XVI
Dante e Virgilio proseguono a camminare lungo il sabbione dei sodomiti, incontrando tre illustri guelfi fiorentini che fanno una specie di girotondo. Il fatto che siano tutti e tre fiorentini (e ragguardevoli) offre a Dante l'occasione per trattare il tema della degradazione della città: echeggia Sallustio dell'epoca del De Catilinae coniuratione (l'idea che la corruzione dei costumi sia generata dalla ricchezza e dalle ambizioni meschine). Camminando giungono all'orlo di un burrone in cui si tuffa il canale che hanno costeggiato fino a quel momento formando una cascata. Virgilio chiede a Dante una cintola e, ricevutala, la getta nel vuoto. Il gesto vale come un richiamo, dal fondo, nuotando a rana, arriva un mostro.
XVII
Il mostro appena giunto è Gerione, un ibrido con volto di gentiluomo e corpo di serpente. Personifica la frode, connotazione distintiva dell'ottavo cerchio al quale ora si passa. Virgilio patteggia con Gerione perché li porti sul fondo del baratro, ma prima Dante osserva gli usurai, poco distanti da lì. Poi salgono in groppa a Gerione, con Virgilio dietro a Dante per difenderlo dalla coda aguzza del mostro che potrebbe trafiggerlo. Scendono così, a spirale, fino al fondo.
XVIII
L'ottavo cerchio è diviso in 10 trincee dette malebolge: sono circolari e concentriche, sovrastate da ponti in pietra a ricongiungerne le sponde. Scorgono ruffiani, seduttori e Dante riconosce alcuni e li nomina. Fra i seduttori figura Giasone, la guida degli Argonauti alla ricerca del vello d'oro, che poi abbandonò, dopo Isifile, gravida di lui, anche Medea, che lo aveva aiutato nell'impresa; seguono poi gli adulatori, immersi nello sterco. Degno di nota, alla fine del canto, questo riferimento a Taide, che riporto testualmente per commentarlo. Appresso ciò lo duca "Fa che pinghe", /mi disse, "il viso un poco più avante, /sì che la faccia ben con l’occhio attinghe / di quella sozza e scapigliata fante / che là si graffia con l’unghie merdose, / or s’accoscia e ora è in piedi stante. / Taïde è, la puttana che rispuose / al drudo suo quando disse "Ho io grazie / grandi apo te?": "Anzi maravigliose!". /E quinci sian le nostre viste sazie".
XIX
Capofitti in pozze con le piante arse da fiammelle si trovano i simoniaci, nella terza bolgia. da Simon Mago che voleva comprare dagli apostoli il dono di infondere lo spirito santo. Da un dialogo con un simoniaco, che non vede essendo a testa in giù, si capisce che stia attendendo Bonifacio VIII, mentre lui è Niccolò III, che predice la medesima condanna anche a Clemente V (un altro papa nominato fra i dannati è già stato Anastasio II, vissuto nel V secolo, eretico incontrato nell'XI canto). Dante auctor prorompe in un'invettiva contro i papi simoniaci che corrompono la purezza della chiesa petrina.
Il passaggio alla quarta bolgia avviene fra le braccia di Virgilio: però con ambo le braccia mi prese: e poi che tutto su m'ebbe al petto, rimontò per la via onde discese. Né si stancò d'avermi a se distretto, sì men portò sovr'al colmo de l'arco che dal quarto al quinto argine è tragetto. Quivi soavemente spuose il carco, soave per lo scoglio sconcio e erto che sarebbe alle capre duro varco. Indi un altro vallon mi fu scoperto.
XX
Ci avviciniamo alla parte in cui Dante è massimamente debitore delle Metamorfosi ovidiane. Nella quarta bolgia ci sono gli indovini, che hanno la testa torta all'indietro, o decisamente attaccata dall'altra parte. Più forte di lui, l'agens sente la pietà travolgerlo, e per questo subisce il rimprovero di Virgilio. Maghi antichi, fra cui Tiresia e sua figlia Manto (mitica fondatrice di Mantova), maghi moderni e streghe sono i personaggi di questo enigmatico canto, su cui mi soffermo brevemente. La pena del contrappasso è fin troppo eloquente: vollero vedere troppo, troppo in là e allora la loro testa, con l'organo visivo implicato nella loro peculiare hybris, viene rovesciata all'indietro, da le reni era tornato 'l volto. Quanto alla natura specifica del peccato, è senza dubbio l'hybris la sua essenza: uomini e donne che hanno preteso di violare i confini conoscitivi e ontologici imposti agli esseri umani dal sistema divino, intrinsecamente onnisciente (lui), e nient'affatto disposto a condividere con chicchessia tale prerogativa (ricordate l'albero del bene e del male e la tentazione della mela? esattamente quel divieto). Nel calderone finiscono poi (si capisce dall'elenco dei maghi moderni) i veri e propri ciarlatani, quelli evidentemente Dante distingue dai veri conoscitori dell'astrologia, nella quale pur credeva, in quanto partecipe delle credenze del suo tempo: nel Convivio la loda come la più lata e la più ardua delle artes liberali, la cui nobilitazione passa evidentemente per la via dell'accredito teologico. Quello, appunto, che manca del tutto a coloro che spacciano come conoscenza della mente divina quella che è pura contraffazione.
XXI
Il canto è dedicato alla categoria, pur sempre fraudolenta, dei barattieri. Parlando di cose che non ci vengono riferite (era già capitato nel limbo) i due arrivano a metà del quinto ponte di Malebolge: al fondo della quinta bolgia c'è un lago di pece bollente (come quella che usano i veneziani per riparare le navi) e lì sono puniti i barattieri. L'interesse del canto per noi risiede, per cominciare, nel peccato, la cui definizione è particolarmente necessaria, trattandosi di termine poco comune. Molto ampio il campo semantico nel verbo barattare all'epoca di Dante: agire, agitarsi, litigare, fare affari, negoziare, trafficare, indebitarsi. Il toscano usato da Dante legittima la rubricazione del verbo, e della rete di nomi a lui connessi, sotto specie di peccato: sono barattieri tutti quelli che per pochi soldi sono disposti a compiere azioni degradanti, a farsi corrompere per piccole o grandi turpitudini (sottrarre abiti ai condannati a morte, procurare donne alle truppe), nonché quelli (puniti anche con provvedimenti giuridici) che nella sfera pubblica compivano sottrazioni di danaro a proprio vantaggio (l'odierno peculato). Chiarito il peccato, mi soffermo su un altra componente interessante del canto. I due viaggiatori incontrano qui una nutrita banda di diavoli, i Malebranche, violenti, brutali, neri, urlanti e sbeffeggianti, ma anche sadici, scurrili e rissosi, gentaglia, insomma, dalla quale conviene guardarsi. Hanno nomi che sono di per sé parlanti: Malacoda è il capobanda che si vorrebbe all'inizio opporre al passaggio, e che soprattutto s'ingegna di mettere nei guai Virgilio e Dante, dando loro informazioni sbagliate sulla strada da percorrere; altri nomi sono Alichino, Calcabrina, Cagnazzo, Graffiacane, Farfarello, Rubicante. A questa compagnia di furfanti Malacoda affida i due poeti, garantendo per la loro incolumità, e i due si allontanano, con un Dante alquanto perplesso, al suono di una pernacchia dei diavoli (il loro modo di segnalare l'obbedienza al capo) alla quale risponde una scorreggia altrettanto sonora del loro capo: ma prima avea ciascun la lingua stretta coi denti, verso lor duca, per cenno; ed elli avea del cul fatto trombetta. Il realismo comico di Dante si manifesta qui in uno dei suoi registri più schietti.
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