CANTO XV DELL'INFERNO e sintesi dei canti dal XVI al XXI - LEZIONE A TUTTI DELL'8 e del 15 APRILE
Ora cen porta l’un de’ duri margini;
e ’l fummo del ruscel di sopra aduggia,
sì che dal foco salva l’acqua e li argini.
Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia,
temendo ’l fiotto che ’nver’ lor s’avventa,
fanno lo schermo perché ’l mar si fuggia;
e quali Padoan lungo la Brenta,
per difender lor ville e lor castelli,
anzi che Carentana il caldo senta:
a tale imagine eran fatti quelli,
tutto che né sì alti né sì grossi,
qual che si fosse, lo maestro félli.
Già eravam da la selva rimossi
tanto, ch’i’ non avrei visto dov’era,
perch’io in dietro rivolto mi fossi,
quando incontrammo d’anime una schiera
che venian lungo l’argine, e ciascuna
ci riguardava come suol da sera
guardare uno altro sotto nuova luna;
e sì ver’ noi aguzzavan le ciglia
come ’l vecchio sartor fa ne la cruna.
Così adocchiato da cotal famiglia,
fui conosciuto da un, che mi prese
per lo lembo e gridò: "Qual maraviglia!".
E io, quando ’l suo braccio a me distese,
ficcaï li occhi per lo cotto aspetto,
sì che ’l viso abbrusciato non difese
la conoscenza süa al mio ’ntelletto;
e chinando la mano a la sua faccia,
rispuosi: "Siete voi qui, ser Brunetto?".
E quelli: "O figliuol mio, non ti dispiaccia
se Brunetto Latino un poco teco
ritorna ’n dietro e lascia andar la traccia".
e se volete che con voi m’asseggia,
faròl, se piace a costui che vo seco".
"O figliuol", disse, "qual di questa greggia
s’arresta punto, giace poi cent’anni
sanz’arrostarsi quando ’l foco il feggia.
Però va oltre: i’ ti verrò a’ panni;
e poi rigiugnerò la mia masnada,
che va piangendo i suoi etterni danni".
Io non osava scender de la strada
per andar par di lui; ma ’l capo chino
tenea com’uom che reverente vada.
El cominciò: "Qual fortuna o destino
anzi l’ultimo dì qua giù ti mena?
e chi è questi che mostra ’l cammino?".
"Là sù di sopra, in la vita serena",
rispuos’io lui, "mi smarri’ in una valle,
avanti che l’età mia fosse piena.
Pur ier mattina le volsi le spalle:
questi m’apparve, tornand’ïo in quella,
e reducemi a ca per questo calle".
Ed elli a me: "Se tu segui tua stella,
non puoi fallire a glorïoso porto,
se ben m’accorsi ne la vita bella;
e s’io non fossi sì per tempo morto,
veggendo il cielo a te così benigno,
dato t’avrei a l’opera conforto.
Alla domanda di prammatica, come mai Dante si trovi lì non essendo ancora morto (ricordiamo sempre la preveggenza a termine dei dannati), il poeta risponde dando modo all'auctor di offrire una delle tante prove di sintesi analettica: in due terzine riproduce lo smarrimento nella selva oscura e l'incontro con questi avvenuto ieri mattina. A Brunetto paiono informazioni sufficienti, dal momento che replica subito di essere stato persuaso che una stella senz'altro buona guidasse Dante, confermando di aver avuto con lui consuetudine in vita, anche se non quanto avrebbe desiderato: esprime infatti il rammarico di non aver potuto aiutarlo nelle sue imprese terrene, in quanto morto anzitempo (s’io non fossi sì per tempo morto). Il riferimento a se stesso ispira quindi una profezia post factum che occupa le terzine successive.
Ma quello ingrato popolo maligno
che discese di Fiesole ab antico,
e tiene ancor del monte e del macigno,
ti si farà, per tuo ben far, nimico;
ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi
si disconvien fruttare al dolce fico.
Vecchia fama nel mondo li chiama orbi;
gent’è avara, invidiosa e superba:
dai lor costumi fa che tu ti forbi.
La tua fortuna tanto onor ti serba,
che l’una parte e l’altra avranno fame
di te; ma lungi fia dal becco l’erba.
Faccian le bestie fiesolane strame
di lor medesme, e non tocchin la pianta,
s’alcuna surge ancora in lor letame,
in cui riviva la sementa santa
di que’ Roman che vi rimaser quando
fu fatto il nido di malizia tanta".
rispuos’io lui, "voi non sareste ancora
de l’umana natura posto in bando;
ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora,
la cara e buona imagine paterna
di voi quando nel mondo ad ora ad ora
m’insegnavate come l’uom s’etterna:
e quant’io l’abbia in grado, mentr’io vivo
convien che ne la mia lingua si scerna.
Ciò che narrate di mio corso scrivo,
e serbolo a chiosar con altro testo
a donna che saprà, s’a lei arrivo.
Tanto vogl’io che vi sia manifesto,
pur che mia coscïenza non mi garra,
ch’a la Fortuna, come vuol, son presto.
Non è nuova a li orecchi miei tal arra:
però giri Fortuna la sua rota
come le piace, e ’l villan la sua marra".
Lo mio maestro allora in su la gota
destra si volse in dietro e riguardommi;
poi disse: "Bene ascolta chi la nota".
Né per tanto di men parlando vommi
con ser Brunetto, e dimando chi sono
li suoi compagni più noti e più sommi.
Unico intervento di un Virgilio altrimenti silente, in un canto dedicato a altro maestro.
Loda Dante per essere un buon ascoltatore, che nota, ossia memorizza, quello che gli viene detto.
Benché l'intervento sia finalizzato a porre fine alla conversazione, Dante non rinuncia ad altre
domande, in particolare sapere chi siano i compagni di Brunetto.
Ed elli a me: "Saper d’alcuno è buono;
de li altri fia laudabile tacerci,
ché ’l tempo saria corto a tanto suono.
In somma sappi che tutti fur cherci
e litterati grandi e di gran fama,
d’un peccato medesmo al mondo lerci.
Priscian sen va con quella turba grama,
e Francesco d’Accorso anche; e vedervi,
s’avessi avuto di tal tigna brama,
colui potei che dal servo de’ servi
fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione,
dove lasciò li mal protesi nervi.
Di più direi; ma ’l venire e ’l sermone
più lungo esser non può, però ch’i’ veggio
là surger nuovo fummo del sabbione.
Gente vien con la quale esser non deggio.
Sieti raccomandato il mio Tesoro,
nel qual io vivo ancora, e più non cheggio".
Poi si rivolse, e parve di coloro
che corrono a Verona il drappo verde
per la campagna; e parve di costoro
quelli che vince, non colui che perde.
Son quattro versi ma valgono senz'altro un commento e, per cominciare, un indugio sulla similitudine. Eravamo immersi nel dialogo intenso fra quello che, non nella realtà del mondo ma in quella della poesia sì, è stato senz'altro un maestro di Dante. Sarà che nel Tresor sono ravvisabili parentele con la medesima Divina commedia o per qualche altro imperscrutabile motivo, fatto sta che ser Brunetto acquista, nel canto, i connotati di un Virgilio minor, tant'è vero che il maior non l'abbiamo quasi udito proferire parola. A ulteriore riprova di ciò, tra le prime notazioni sui versi, ricordo quella relativa alla postura del discepolo, nell'atto di accompagnarsi a colui che poco prima l'aveva tirato per la veste (viceversa) come potrebbe fare un bambino con un adulto (ma tant'è, al poeta piacciono i capovolgimenti di prospettiva). Insomma, arrivando al punto, c'è senz'altro qualcosa di sorprendente in questo omaggio al maestro che reca con sé anche più che una punta di veleno, racchiusa nella condanna infamante, a un peccato che la tradizione cristiana lega al Vecchio Testamento, all'episodio dei cittadini di Sodoma, che furono tanto corrotti da violentare persino gli angeli inviati da Dio per un ultimo tentativo di salvezza della città scellerata. Ser, allora, notaio di famiglia nobile e rispettata, scrittore con ambizioni di gloria, se non proprio di genio quanto meno riconosciuto ai suoi tempi, eppure immortalato come un vecchio nostalgico della vita non abbastanza ben vissuta, intento a correre (quello sì, eternamente) nella sabbia arroventata facendo ben attenzione a non sgarrare le leggi infernali. Chi si ferma è persino un po' più perduto. E allora corre, corre Brunetto, ecco la similitudine finale, come avveniva a Verona in una rinomata corsa campestre, inventata proprio nel Duecento e divenuta celebre come fosse oggi il giro d'Italia per i ciclisti. Drappo verde, invece di maglia rosa, è quello che Dante (sublime ironia? pietas? ossimoro una volta di più?) assegna a quell'anima bruciata che gli ha confidato (evento prodigioso, nel luogo in cui ci troviamo) almeno due suoi desideri segreti: quello di non essere morto troppo presto, ovvero prima di aver potuto aiutare Dante a seguire la sua buona stella, e quello di essere ricordato da tutti per sempre. Inutile dire che, se una vittoria gli viene riconosciuta dall'Auctor, quelli che vince, non colui che perde, è senza dubbio il coronamento del secondo desiderio, in virtù del quale la poesia raggiunge da sola l'obiettivo che la vita di per sé non era riuscita a ottenere.
SINTESI DAL XVI AL XX CANTO
XVI
Dante e Virgilio proseguono a camminare lungo il sabbione dei sodomiti, incontrando tre illustri guelfi fiorentini che fanno una specie di girotondo. Il fatto che siano tutti e tre fiorentini (e ragguardevoli) offre a Dante l'occasione per trattare il tema della degradazione della città: echeggia Sallustio dell'epoca del De Catilinae coniuratione (l'idea che la corruzione dei costumi sia generata dalla ricchezza e dalle ambizioni meschine). Camminando giungono all'orlo di un burrone in cui si tuffa il canale che hanno costeggiato fino a quel momento formando una cascata. Virgilio chiede a Dante una cintola e, ricevutala, la getta nel vuoto. Il gesto vale come un richiamo, dal fondo, nuotando a rana, arriva un mostro.
XVII
Il mostro appena giunto è Gerione, un ibrido con volto di gentiluomo e corpo di serpente. Personifica la frode, connotazione distintiva dell'ottavo cerchio al quale ora si passa. Virgilio patteggia con Gerione perché li porti sul fondo del baratro, ma prima Dante osserva gli usurai, poco distanti da lì. Poi salgono in groppa a Gerione, con Virgilio dietro a Dante per difenderlo dalla coda aguzza del mostro che potrebbe trafiggerlo. Scendono così, a spirale, fino al fondo.
XVIII
L'ottavo cerchio è diviso in 10 trincee dette malebolge: sono circolari e concentriche, sovrastate da ponti in pietra a ricongiungerne le sponde. Scorgono ruffiani, seduttori e Dante riconosce alcuni e li nomina. Fra i seduttori figura Giasone, la guida degli Argonauti alla ricerca del vello d'oro, che poi abbandonò, dopo Isifile, gravida di lui, anche Medea, che lo aveva aiutato nell'impresa; seguono poi gli adulatori, immersi nello sterco. Degno di nota, alla fine del canto, questo riferimento a Taide, che riporto testualmente per commentarlo. Appresso ciò lo duca "Fa che pinghe", /mi disse, "il viso un poco più avante, /sì che la faccia ben con l’occhio attinghe / di quella sozza e scapigliata fante / che là si graffia con l’unghie merdose, / or s’accoscia e ora è in piedi stante. / Taïde è, la puttana che rispuose / al drudo suo quando disse "Ho io grazie / grandi apo te?": "Anzi maravigliose!". /E quinci sian le nostre viste sazie".
XIX
Capofitti in pozze con le piante arse da fiammelle si trovano i simoniaci, nella terza bolgia. da Simon Mago che voleva comprare dagli apostoli il dono di infondere lo spirito santo. Da un dialogo con un simoniaco, che non vede essendo a testa in giù, si capisce che stia attendendo Bonifacio VIII, mentre lui è Niccolò III, che predice la medesima condanna anche a Clemente V (un altro papa nominato fra i dannati è già stato Anastasio II, vissuto nel V secolo, eretico incontrato nell'XI canto). Dante auctor prorompe in un'invettiva contro i papi simoniaci che corrompono la purezza della chiesa petrina.
Il passaggio alla quarta bolgia avviene fra le braccia di Virgilio: però con ambo le braccia mi prese: e poi che tutto su m'ebbe al petto, rimontò per la via onde discese. Né si stancò d'avermi a se distretto, sì men portò sovr'al colmo de l'arco che dal quarto al quinto argine è tragetto. Quivi soavemente spuose il carco, soave per lo scoglio sconcio e erto che sarebbe alle capre duro varco. Indi un altro vallon mi fu scoperto.
XX
Ci avviciniamo alla parte in cui Dante è massimamente debitore delle Metamorfosi ovidiane. Nella quarta bolgia ci sono gli indovini, che hanno la testa torta all'indietro, o decisamente attaccata dall'altra parte. Più forte di lui, l'agens sente la pietà travolgerlo, e per questo subisce il rimprovero di Virgilio. Maghi antichi, fra cui Tiresia e sua figlia Manto (mitica fondatrice di Mantova), maghi moderni e streghe sono i personaggi di questo enigmatico canto, su cui mi soffermo brevemente. La pena del contrappasso è fin troppo eloquente: vollero vedere troppo, troppo in là e allora la loro testa, con l'organo visivo implicato nella loro peculiare hybris, viene rovesciata all'indietro, da le reni era tornato 'l volto. Quanto alla natura specifica del peccato, è senza dubbio l'hybris la sua essenza: uomini e donne che hanno preteso di violare i confini conoscitivi e ontologici imposti agli esseri umani dal sistema divino, intrinsecamente onnisciente (lui), e nient'affatto disposto a condividere con chicchessia tale prerogativa (ricordate l'albero del bene e del male e la tentazione della mela? esattamente quel divieto). Nel calderone finiscono poi (si capisce dall'elenco dei maghi moderni) i veri e propri ciarlatani, quelli evidentemente Dante distingue dai veri conoscitori dell'astrologia, nella quale pur credeva, in quanto partecipe delle credenze del suo tempo: nel Convivio la loda come la più lata e la più ardua delle artes liberali, la cui nobilitazione passa evidentemente per la via dell'accredito teologico. Quello, appunto, che manca del tutto a coloro che spacciano come conoscenza della mente divina quella che è pura contraffazione.
XXI
Il canto è dedicato alla categoria, pur sempre fraudolenta, dei barattieri. Parlando di cose che non ci vengono riferite (era già capitato nel limbo) i due arrivano a metà del quinto ponte di Malebolge: al fondo della quinta bolgia c'è un lago di pece bollente (come quella che usano i veneziani per riparare le navi) e lì sono puniti i barattieri. L'interesse del canto per noi risiede, per cominciare, nel peccato, la cui definizione è particolarmente necessaria, trattandosi di termine poco comune. Molto ampio il campo semantico nel verbo barattare all'epoca di Dante: agire, agitarsi, litigare, fare affari, negoziare, trafficare, indebitarsi. Il toscano usato da Dante legittima la rubricazione del verbo, e della rete di nomi a lui connessi, sotto specie di peccato: sono barattieri tutti quelli che per pochi soldi sono disposti a compiere azioni degradanti, a farsi corrompere per piccole o grandi turpitudini (sottrarre abiti ai condannati a morte, procurare donne alle truppe), nonché quelli (puniti anche con provvedimenti giuridici) che nella sfera pubblica compivano sottrazioni di danaro a proprio vantaggio (l'odierno peculato). Chiarito il peccato, mi soffermo su un altra componente interessante del canto. I due viaggiatori incontrano qui una nutrita banda di diavoli, i Malebranche, violenti, brutali, neri, urlanti e sbeffeggianti, ma anche sadici, scurrili e rissosi, gentaglia, insomma, dalla quale conviene guardarsi. Hanno nomi che sono di per sé parlanti: Malacoda è il capobanda che si vorrebbe all'inizio opporre al passaggio, e che soprattutto s'ingegna di mettere nei guai Virgilio e Dante, dando loro informazioni sbagliate sulla strada da percorrere; altri nomi sono Alichino, Calcabrina, Cagnazzo, Graffiacane, Farfarello, Rubicante. A questa compagnia di furfanti Malacoda affida i due poeti, garantendo per la loro incolumità, e i due si allontanano, con un Dante alquanto perplesso, al suono di una pernacchia dei diavoli (il loro modo di segnalare l'obbedienza al capo) alla quale risponde una scorreggia altrettanto sonora del loro capo: ma prima avea ciascun la lingua stretta coi denti, verso lor duca, per cenno; ed elli avea del cul fatto trombetta. Il realismo comico di Dante si manifesta qui in uno dei suoi registri più schietti.
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