CANTO XV DELL'INFERNO e sintesi dei canti dal XVI al XXI - LEZIONE A TUTTI DELL'8 e del 15 APRILE

 


Ora cen porta l’un de’ duri margini; 

e ’l fummo del ruscel di sopra aduggia, 

sì che dal foco salva l’acqua e li argini. 
 
Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia, 
temendo ’l fiotto che ’nver’ lor s’avventa, 
fanno lo schermo perché ’l mar si fuggia; 
 
e quali Padoan lungo la Brenta, 
per difender lor ville e lor castelli, 
anzi che Carentana il caldo senta: 
 
a tale imagine eran fatti quelli, 
tutto che né sì alti né sì grossi, 
qual che si fosse, lo maestro félli. 
 
Già eravam da la selva rimossi 
tanto, ch’i’ non avrei visto dov’era, 
perch’io in dietro rivolto mi fossi, 
 
quando incontrammo d’anime una schiera 
che venian lungo l’argine, e ciascuna 
ci riguardava come suol da sera 
 
guardare uno altro sotto nuova luna; 
e sì ver’ noi aguzzavan le ciglia 
come ’l vecchio sartor fa ne la cruna.
 

I due poeti avanzano lungo gli alti bordi di pietra che contraddistinguono questo terzo girone dei violenti contro natura. Due similitudini concatenate portano a immaginarne le dimensioni per comparazione con le dighe fiamminghe (Guizzante e Bruggia sono rispettivamente Wissant, a est di Calais, e Bruges, entrambe città che delimitano le coste delle Fiandre) e quelle costruite lungo il Brenta (fiume che scorre fra il Trentino e il Veneto, di cui Dante qui cita il passaggio nel padovano). L'indugio descrittivo è finalizzato a predisporre l'incontro che avverrà nelle terzine successive: gli argini su cui camminano Dante e Virgilio non sono certo alti come le dighe appena evocate, ma sufficienti a far sì che loro si trovino in posizione sopraelevata rispetto alle anime dannate che stanno per incontrare (infatti, tra poco, Brunetto Latini tirerà la veste di Dante per richiamare la sua attenzione). Le anime che avanzano in basso, sotto l'argine e su un sabbione rovente (dall'altra parte scorre il rio rosso sangue a noi già noto), guardano verso l'alto col fare incerto di  un vecchio sarto che stia cercando di infilare un ago.
 
Così adocchiato da cotal famiglia, 
fui conosciuto da un, che mi prese 
per lo lembo e gridò: "Qual maraviglia!". 
 
E io, quando ’l suo braccio a me distese, 
ficcaï li occhi per lo cotto aspetto, 
sì che ’l viso abbrusciato non difese 
 
la conoscenza süa al mio ’ntelletto; 
e chinando la mano a la sua faccia, 
rispuosi: "Siete voi qui, ser Brunetto?". 
 
E quelli: "O figliuol mio, non ti dispiaccia 
se Brunetto Latino un poco teco 
ritorna ’n dietro e lascia andar la traccia".
 

L'atto con cui uno dei nuovi arrivati richiama la sua attenzione su di sè è in effetti significativo, visto chi sia a compierlo:  prende per lo lembo la veste di Dante (tutto giustificato, come ho detto, dal posizionamento reciproco) e chiede di essere riconosciuto (si attiva l'intertestualità col canto VI, ad esempio, e l'impossibile riconoscimento di Ciacco): non solo Dante è in grado di riconoscere il nuovo interlocutore, benché abbia il viso abbrusciato, ma lo chiama immediatamente e rispettosamente per nome e per titolo ser Brunetto. A completamento del riconoscimento di tutto quello che quest'anima è stata nella vita, sopraggiunge nei versi successivi l'autodescrizione: chiama Dante figliuol mio e se stesso Brunetto Latino. Notiamo, per cominciare, che di rado nella Divina commedia, almeno fino a questo momento, sono risuonati nomi, tanto più così completi e corredati di titoli detenuti in vita. 
 
I’ dissi lui: "Quanto posso, ven preco; 
e se volete che con voi m’asseggia, 
faròl, se piace a costui che vo seco". 
 
"O figliuol", disse, "qual di questa greggia 
s’arresta punto, giace poi cent’anni 
sanz’arrostarsi quando ’l foco il feggia. 
 
Però va oltre: i’ ti verrò a’ panni; 
e poi rigiugnerò la mia masnada, 
che va piangendo i suoi etterni danni". 
 
Io non osava scender de la strada 
per andar par di lui; ma ’l capo chino 
tenea com’uom che reverente vada.
 

L'agens propone di fermarsi, per poter parlare più agevolmente, ma Brunetto lo informa di un supplemento di punizione infernale destinato a chi fra loro arresti l'arroventanto cammino: costui sarebbe costretto a restare fermo per 100 anni senza potersi proteggere in alcun modo (arrostarsi è il verbo prescelto, ossia pararsi) dalla caduta di fiamme. Il cammino quindi prosegue con i due che sono uno accanto all'altro, ma uno sul bordo di pietra (Dante), l'altro sotto, così che il primo tiene la testa china com'uom che reverente vada. Notiamo, a questo proposito, come la posizione apparentemente di minorità di Brunetto (che sta sotto) si capovolga nel momento in cui Dante risulta tenere il capo abbassato con reverenza.
 
El cominciò: "Qual fortuna o destino 
anzi l’ultimo dì qua giù ti mena? 
e chi è questi che mostra ’l cammino?". 
 
"Là  di sopra, in la vita serena", 
rispuos’io lui, "mi smarri’ in una valle, 
avanti che l’età mia fosse piena. 
 
Pur ier mattina le volsi le spalle: 
questi m’apparve, tornand’ïo in quella, 
reducemi a ca per questo calle". 
 
Ed elli a me: "Se tu segui tua stella, 
non puoi fallire a glorïoso porto, 
se ben m’accorsi ne la vita bella; 
 
e s’io non fossi sì per tempo morto, 
veggendo il cielo a te così benigno, 
dato t’avrei a l’opera conforto.
 

Alla domanda di prammatica, come mai Dante si trovi lì non essendo ancora morto (ricordiamo sempre la preveggenza a termine dei dannati), il poeta risponde dando modo all'auctor di offrire una delle tante prove di sintesi analettica: in due terzine riproduce lo smarrimento nella selva oscura e l'incontro con questi avvenuto ieri mattina. A Brunetto paiono informazioni sufficienti, dal momento che replica subito di essere stato persuaso che una stella senz'altro buona guidasse Dante, confermando di aver avuto con lui consuetudine in vita, anche se non quanto avrebbe desiderato: esprime infatti il rammarico di non aver potuto aiutarlo nelle sue imprese terrene, in quanto morto anzitempo (s’io non fossi sì per tempo morto). Il riferimento a se stesso ispira quindi una profezia post factum che occupa le terzine successive.

 
Ma quello ingrato popolo maligno 
che discese di Fiesole ab antico, 
e tiene ancor del monte e del macigno, 
 
ti si farà, per tuo ben far, nimico; 
ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi 
si disconvien fruttare al dolce fico. 
 
Vecchia fama nel mondo li chiama orbi; 
gent’è avara, invidiosa e superba: 
dai lor costumi fa che tu ti forbi. 
 
La tua fortuna tanto onor ti serba, 
che l’una parte e l’altra avranno fame 
di te; ma lungi fia dal becco l’erba. 
 
Faccian le bestie fiesolane strame 
di lor medesme, e non tocchin la pianta, 
s’alcuna surge ancora in lor letame, 
 
in cui riviva la sementa santa 
di que’ Roman che vi rimaser quando 
fu fatto il nido di malizia tanta".
 

Il popolo maligno che sarebbe discendente da Fiesole è ovviamente quello fiorentino: si trova qui accreditata una leggenda, nata in età classica, secondo cui all'epoca della congiura di Catilina gli abitanti di Fiesole, che avevano dato il loro appoggio al sobillatore, sarebbero stati deportati in un nuovo insediamento militarizzato e controllato dai romani, dal quale sarebbe poi derivata Firenze. La profezia si collega con quella di Ciacco nel VI canto (in tutte le cantiche quello politico per eccellenza) e con quella di Farinata nel X: tutte concorrono a pronosticare un futuro amaro per Dante, qui metaforizzato con riferimenti arborei, fra li lazzi sorbi si disconvien fruttare al dolce fico,  in una macchia di sorbi acidi non può succedere che un dolce fico dia frutti
 
"Se fosse tutto pieno il mio dimando", 
rispuos’io lui, "voi non sareste ancora 
de l’umana natura posto in bando; 
 
ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora, 
la cara e buona imagine paterna 
di voi quando nel mondo ad ora ad ora 
 
m’insegnavate come l’uom s’etterna: 
e quant’io l’abbia in grado, mentr’io vivo 
convien che ne la mia lingua si scerna. 
 
Ciò che narrate di mio corso scrivo, 
serbolo a chiosar con altro testo 
a donna che saprà, s’a lei arrivo. 
 
Tanto vogl’io che vi sia manifesto, 
pur che mia coscïenza non mi garra, 
ch’a la Fortuna, come vuol, son presto. 
 
Non è nuova a li orecchi miei tal arra: 
però giri Fortuna la sua rota 
come le piace, e ’l villan la sua marra".
 

Notevole che Dante non si soffermi su quanto di nefasto per sé contengano le parole profetiche di Brunetto, ma esordisca rammaricandosi della sorte cui egli è incorso: se tutti i suoi desideri fossero stati esauditi, Brunetto sarebbe ancora vivo. Le terzine che seguono sono intrise di nostalgia: Dante ha ancora bene in mente la cara e buona immagine paterna che gl'insegnava come l'uom s'etterna. Quanto al significato dell'oscura profezia, rimanda all'incontro con Beatrice (donna che saprà) ogni chiarimento in merito. Si dichiara inoltre pronto a fronteggiare la Fortuna, che in quanto citata con la maiuscola riporta direttamente a quanto letto nel VII canto a proposito del suo essere una potenza angelica. Nella terzina che stiamo leggendo acquista un'ulteriore nuova fattezza, per via della similitudine con il contadino che rivolta la terra con la sua zappa (marra), proprio come lei fa con i casi umani, volgendoli di qua e di là. 
 
Lo mio maestro allora in su la gota 
destra si volse in dietro e riguardommi; 
poi disse: "Bene ascolta chi la nota". 
 
Né per tanto di men parlando vommi 
con ser Brunetto, e dimando chi sono 
li suoi compagni più noti e più sommi. 

Unico intervento di un Virgilio altrimenti silente, in un canto dedicato a altro maestro.

Loda Dante per essere un buon ascoltatore, che nota, ossia memorizza, quello che gli viene detto.

Benché l'intervento sia finalizzato a porre fine alla conversazione, Dante non rinuncia ad altre

domande, in particolare sapere chi siano i compagni di Brunetto.


Ed elli a me: "Saper d’alcuno è buono; 

de li altri fia laudabile tacerci, 
ché ’l tempo saria corto a tanto suono. 
 
In somma sappi che tutti fur cherci 
litterati grandi e di gran fama, 
d’un peccato medesmo al mondo lerci. 
 
Priscian sen va con quella turba grama, 
e Francesco d’Accorso anche; e vedervi, 
s’avessi avuto di tal tigna brama, 
 
colui potei che dal servo de’ servi 
fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione, 
dove lasciò li mal protesi nervi. 
 
Di più direi; ma ’l venire e ’l sermone 
più lungo esser non può, però ch’i’ veggio 
là surger nuovo fummo del sabbione. 
 
Gente vien con la quale esser non deggio. 
Sieti raccomandato il mio Tesoro, 
nel qual io vivo ancora, e più non cheggio".
 

La domanda è scabrosa. Di alcuni, risponde Brunetto, meglio non dire nulla, tanto sarebbe lungo il catalogo (il tempo saria corto a tale suono). Raccogliendoli in un'unica estesa categoria, aggiunge, tutti fur cherci (proprio come gli avari del VII canto) e litterati grandi e di gran fama. Quanto al loro peccato, li rende lerci. Cita poi due nomi (a un terzo allude), tra cui quello di un noto giurista bolognese, Francesco d'Accorso. Prima di allontanarsi, dato che vede avvicinarsi il secondo scaglione di sodomiti (al quale è proibito dalle leggi infernali che si unisca) dal fumo di sabbia che vede levarsi in lontananza, raccomanda a Dante quello che chiama il mio Tesoro, nel quale vivo ancora (aggiunge), ovvero Le livres dou Tresor, un'opera enciclopedica scritta in francese fra il 1262 e il 1268 dal notaio fiorentino, che evidentemente ripone in lei (così crea la sua realtà Dante) la compensazione della dannazione eterna. 
 
Poi si rivolse, e parve di coloro 
che corrono a Verona il drappo verde 
per la campagna; e parve di costoro 
 
quelli che vince, non colui che perde. 

Son quattro versi ma valgono senz'altro un commento e, per cominciare, un indugio sulla similitudine. Eravamo immersi nel dialogo intenso fra quello che, non nella realtà del mondo ma in quella della poesia sì, è stato senz'altro un maestro di Dante. Sarà che nel Tresor sono ravvisabili parentele con la medesima Divina commedia o per qualche altro imperscrutabile motivo, fatto sta che ser Brunetto acquista, nel canto, i connotati di un Virgilio minor, tant'è vero che il maior non l'abbiamo quasi udito proferire parola. A ulteriore riprova di ciò, tra le prime notazioni sui versi, ricordo quella relativa alla postura del discepolo, nell'atto di accompagnarsi a colui che poco prima l'aveva tirato per la veste (viceversa) come potrebbe fare un bambino con un adulto (ma tant'è, al poeta piacciono i capovolgimenti di prospettiva). Insomma, arrivando al punto, c'è senz'altro qualcosa di sorprendente in questo omaggio al maestro che reca con sé anche più che una punta di veleno, racchiusa nella condanna infamante, a un peccato che la tradizione cristiana lega al Vecchio Testamento, all'episodio dei cittadini di Sodoma, che furono tanto corrotti da violentare persino gli angeli inviati da Dio per un ultimo tentativo di salvezza della città scellerata. Ser, allora, notaio di famiglia nobile e rispettata, scrittore con ambizioni di gloria, se non proprio di genio quanto meno riconosciuto ai suoi tempi, eppure immortalato come un vecchio nostalgico della vita non abbastanza ben vissuta, intento a correre (quello sì, eternamente) nella sabbia arroventata facendo ben attenzione a non sgarrare le leggi infernali. Chi si ferma è persino un po' più perduto. E allora corre, corre Brunetto, ecco la similitudine finale, come avveniva a Verona in una rinomata corsa campestre, inventata proprio nel Duecento e divenuta celebre come fosse oggi  il giro d'Italia per i ciclisti. Drappo verde, invece di maglia rosa, è quello che Dante (sublime ironia? pietas? ossimoro una volta di più?) assegna a quell'anima bruciata che gli ha confidato (evento prodigioso, nel luogo in cui ci troviamo) almeno due suoi desideri segreti: quello di non essere morto troppo presto, ovvero prima di aver potuto aiutare Dante a seguire la sua buona stella, e quello di essere ricordato da tutti per sempre. Inutile dire che, se una vittoria gli viene riconosciuta dall'Auctor, quelli che vince, non colui che perde, è senza dubbio il coronamento del secondo desiderio, in virtù del quale la poesia raggiunge da sola l'obiettivo che la vita di per sé non era riuscita a ottenere. 

SINTESI DAL XVI AL XX CANTO

XVI 

Dante e Virgilio proseguono a camminare lungo il sabbione dei sodomiti, incontrando tre illustri guelfi fiorentini che fanno una specie di girotondo. Il fatto che siano tutti e tre fiorentini (e ragguardevoli) offre a Dante l'occasione per trattare il tema della degradazione della città: echeggia Sallustio dell'epoca del De Catilinae coniuratione (l'idea che la corruzione dei costumi sia generata dalla ricchezza e dalle ambizioni meschine). Camminando giungono all'orlo di un burrone in cui si tuffa il canale che hanno costeggiato fino a quel momento formando una cascata. Virgilio chiede a Dante una cintola e, ricevutala, la getta nel vuoto. Il gesto vale come un richiamo, dal fondo, nuotando a rana, arriva un mostro.

XVII

Il mostro appena giunto è Gerione, un ibrido con volto di gentiluomo e corpo di serpente. Personifica la frode, connotazione distintiva dell'ottavo cerchio al quale ora si passa. Virgilio patteggia con Gerione perché li porti sul fondo del baratro, ma prima Dante osserva  gli usurai, poco distanti da lì. Poi salgono in groppa a Gerione, con Virgilio dietro a Dante per difenderlo dalla coda aguzza del mostro che potrebbe trafiggerlo. Scendono così, a spirale, fino al fondo. 



XVIII

L'ottavo cerchio è diviso in 10 trincee dette malebolge: sono circolari e concentriche, sovrastate da ponti in pietra a ricongiungerne le sponde. Scorgono ruffiani, seduttori e Dante riconosce alcuni e li nomina. Fra i seduttori figura Giasone, la guida degli Argonauti alla ricerca del vello d'oro, che poi abbandonò, dopo Isifile, gravida di lui, anche Medea, che lo aveva aiutato nell'impresa; seguono poi gli adulatori, immersi nello sterco. Degno di nota, alla fine del canto, questo riferimento a Taide, che riporto testualmente per commentarlo. Appresso ciò lo duca "Fa che pinghe", /mi disse, "il viso un poco più avante, /sì che la faccia ben con l’occhio attinghe / di quella sozza e scapigliata fante / che là si graffia con l’unghie merdose, /  or s’accoscia e ora è in piedi stante. / Taïde è, la puttana che rispuose / al drudo suo quando disse "Ho io grazie / grandi apo te?": "Anzi maravigliose!". /E quinci sian le nostre viste sazie".

XIX

Capofitti in pozze con le piante arse da fiammelle si trovano i simoniaci, nella terza bolgia.  da Simon Mago che voleva comprare dagli apostoli il dono di infondere lo spirito santo. Da un dialogo con un simoniaco, che non vede essendo a testa in giù, si capisce che stia attendendo Bonifacio VIII, mentre lui è Niccolò III, che predice la medesima condanna anche a Clemente V (un altro papa nominato fra i dannati è già stato Anastasio II, vissuto nel V secolo, eretico incontrato nell'XI canto). Dante auctor prorompe in un'invettiva contro i papi simoniaci che corrompono la purezza della chiesa petrina. 




 Il passaggio alla quarta bolgia avviene fra le braccia di Virgilio: però con ambo le braccia mi prese: e poi che tutto su m'ebbe al petto, rimontò per la via onde discese. Né si stancò d'avermi a se distretto, sì men portò sovr'al colmo de l'arco che dal quarto al quinto argine è tragetto. Quivi soavemente spuose il carco, soave per lo scoglio sconcio e erto che sarebbe alle capre duro varco. Indi un altro vallon mi fu scoperto. 

XX

Ci avviciniamo alla parte in cui Dante è massimamente debitore delle Metamorfosi ovidiane. Nella quarta bolgia ci sono gli indovini, che hanno la testa torta all'indietro, o decisamente attaccata dall'altra parte. Più forte di lui, l'agens sente la pietà travolgerlo, e per questo subisce il rimprovero di Virgilio. Maghi antichi, fra cui Tiresia e sua figlia Manto (mitica fondatrice di Mantova), maghi moderni e streghe sono i personaggi di questo enigmatico canto, su cui mi soffermo brevemente. La pena del contrappasso è fin troppo eloquente: vollero vedere troppo, troppo in là e allora la loro testa, con l'organo visivo implicato nella loro peculiare hybris, viene rovesciata all'indietro, da le reni era tornato 'l volto. Quanto alla natura specifica del peccato, è senza dubbio l'hybris la sua essenza: uomini e donne che hanno preteso di violare i confini conoscitivi e ontologici imposti agli esseri umani dal sistema divino, intrinsecamente onnisciente (lui), e nient'affatto disposto a condividere con chicchessia tale prerogativa (ricordate l'albero del bene e del male e la tentazione della mela? esattamente quel divieto). Nel calderone finiscono poi (si capisce dall'elenco dei maghi moderni) i veri e propri ciarlatani, quelli evidentemente Dante distingue dai veri conoscitori dell'astrologia, nella quale pur credeva, in quanto partecipe delle credenze del suo tempo: nel Convivio la loda come la più lata e la più ardua delle artes liberali, la cui nobilitazione passa evidentemente per la via dell'accredito teologico. Quello, appunto, che manca del tutto a coloro che spacciano come conoscenza della mente divina quella che è pura contraffazione.  

XXI

Il canto è dedicato alla categoria, pur sempre fraudolenta, dei barattieri. Parlando di cose che non ci vengono riferite (era già capitato nel limbo) i due arrivano a metà del quinto ponte di Malebolge: al fondo della quinta bolgia c'è un lago di pece bollente (come quella che usano i veneziani per riparare le navi) e lì sono puniti i barattieri. L'interesse del canto per noi risiede, per cominciare, nel peccato, la cui definizione è particolarmente necessaria, trattandosi di termine poco comune. Molto ampio il campo semantico nel verbo barattare all'epoca di Dante: agire, agitarsi, litigare, fare affari, negoziare, trafficare, indebitarsi. Il toscano usato da Dante legittima la rubricazione del verbo, e della rete di nomi a lui connessi,  sotto specie di peccato: sono barattieri tutti quelli che per pochi soldi sono disposti a compiere azioni degradanti, a farsi corrompere per piccole o grandi turpitudini (sottrarre abiti ai condannati a morte, procurare donne alle truppe), nonché quelli (puniti anche con provvedimenti giuridici) che nella sfera pubblica compivano sottrazioni di danaro a proprio vantaggio (l'odierno peculato). Chiarito il peccato, mi soffermo su un altra componente interessante del canto. I due viaggiatori incontrano qui una nutrita banda di diavoli, i Malebranche, violenti, brutali, neri, urlanti e sbeffeggianti, ma anche sadici, scurrili e rissosi, gentaglia, insomma, dalla quale conviene guardarsi. Hanno nomi che sono di per sé parlanti: Malacoda è il capobanda che si vorrebbe all'inizio opporre al passaggio, e che soprattutto s'ingegna di mettere nei guai Virgilio e Dante, dando loro informazioni sbagliate sulla strada da percorrere; altri nomi sono Alichino, Calcabrina, Cagnazzo, Graffiacane, Farfarello, Rubicante. A questa compagnia di furfanti Malacoda affida i due poeti, garantendo per la loro incolumità, e i due si allontanano, con un Dante alquanto perplesso, al suono di una pernacchia dei diavoli (il loro modo di segnalare l'obbedienza al capo) alla quale risponde una scorreggia altrettanto sonora del loro capo: ma prima avea ciascun la lingua stretta coi denti, verso lor duca, per cenno; ed elli avea del cul fatto trombetta. Il realismo comico di Dante si manifesta qui in uno dei suoi registri più schietti. 


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