CANTI XXII-XXV - IN GARA CON OVIDIO
Canto XXII
Dante e Virgilio proseguono il cammino con la "sporca dozzina" (in realtà sono dieci demoni, ma così vi cito un film interessante, se vorrete mettere il naso) a debita distanza dalla pece bollente in cui i diavoli assatanati (questo aggettivo è particolarmente adatto a loro) arpionano e dilaniano i barattieri. Costoro, abbiamo detto, si sono macchiati di quello che noi definiamo peculato, ovvero di traffici illeciti con danaro pubblico o che avrebbero dovuto gestire per conto dello Stato e non per interessi propri (in sintesi, il riferimento è all'aver intascato mazzette per favorire qualcuno in condotte lesive per la collettività...niente di nuovo sotto il sole, visto quello che accade anche nella nostra attualità con grande clamore). Lo spettacolo dei barattieri immersi nella pece avvince per svariate terzine l'agens, e l'auctor s'ingegna nella descrizione proponendo una specie di bestiario metaforico:
Come i dalfini, quando fanno segno
a’ marinar con l’arco de la schiena
che s’argomentin di campar lor legno,
talor così, ad alleggiar la pena,
mostrav’alcun de’ peccatori ’l dosso
e nascondea in men che non balena.
E come a l’orlo de l’acqua d’un fosso
stanno i ranocchi pur col muso fuori,
sì che celano i piedi e l’altro grosso,
sì stavan d’ogne parte i peccatori;
ma come s’appressava Barbariccia,
così si ritraén sotto i bollori.
I’ vidi, e anco il cor me n’accapriccia,
uno aspettar così, com’elli ’ncontra
ch’una rana rimane e l’altra spiccia;
e Graffiacan, che li era più di contra,
li arruncigliò le ’mpegolate chiome
e trassel sù, che mi parve una lontra.
Prima i barattieri nella pece gli paiono delfini (la cui vocazione qui ricordata è quella di salvare i naufraghi), poi compare anche la balena, quindi nell'ordine cita ranocchi, rana, lontra. L'inanellarsi di immagini è funzionale a rappresentare una scena raccapricciante: di alcuni barattieri si vede apparire e sparire il dorso, uno se ne sta acquattato come una rana e viene poi, proprio come nella caccia alle rane, infilzato dall'arpione di uno dei diavoli (dal nomen omen di Graffiacane) che tiratolo su lo fa apparire come una lontra, per l'effetto lucidante della pece uniformemente cosparsa su di lui dai capelli ai piedi. In questa scomoda e dolorosa posizione, appeso a un uncino mentre i diavoli intorno pressano Graffiacane perché lasci loro la possibilità di scuoiarla, l'anima inizia a rispondere alle domande che Virgilio le pone, su suggerimento di Dante. Dopo aver brevemente raccontato la sua storia di barattiere in quel di Navarra, l'uomo starebbe per essere ulteriormente torturato dai diavoli impazienti, non fosse che viene ancora data a Virgilio la possibilità di fargli una domanda: c'è qualche italiano là sotto? Prima che il barattiere possa rispondere i diavoli ne approfittano per infierire un po' di su di lui, che poi però riesce a rispondere (sì, ci sono italiani) e a fare una proposta: far salire dal fondo della pece un bel po' di peccatori, così che i diavoli si possano sfogare con loro. La proposta in realtà è un trucco: il barattiere si tuffa e sparisce, i diavoli capiscono di essere stati beffati e si tuffano a loro volta, ma alcuni restano impigliati con le ali nella pece. E noi lasciammo lor così ’mpacciati. suona l'ultimo verso di questo canto pur sempre di registro comico.
XXIII
Dante ha paura della vendetta dei Malebranche (in fondo il barattiere di Navarra è stato favorito da Virgilio e Dante che l'hanno fatto parlare), che in effetti stanno di nuovo ricompattandosi per raggiungerli, così Virgilio si preoccupa di scendere velocemente nella bolgia successiva, quella degli ipocriti. Questi indossano delle cappe di foggia cluniacense (da monaci dell'abbazia di Cluny) dorate esternamente ma di piombo pesantissimo.
XXIV-XXV IN GARA CON OVIDIO
Questi due canti sono, tra le altre cose, una vera gara, un agone nel senso antico (greco) del termine di imitazione d'un magistero poetico che Dante riconosce come riferimento ineludibile. Si tratta del magistero poetico di Ovidio, scrittore più volte citato anche da noi, vissuto a cavallo fra I sec. a.C. e I sec. d.C. Un poeta straordinario, autore dell'Ars amatoria (che forse fu il carmen che gli valse una condanna implacabile di Ottaviano Augusto a un esilio perenne nella lontana Tomi sul Mar Nero), ma soprattutto, per quanto riguarda l'aver ispirato Dante, delle Metamorfosi. Queste ultime sono un poema cosmogonico che assume come filo conduttore quello che il titolo richiama: il principio metamorfico, individuato come motore di tutto l'esistente, a partire dal Caos primordiale fino ad arrivare all'apoteosi di Cesare, la sua divinizzazione. FINO QUITutto ciò che vive si trasforma, canta il poeta latino, mentre il fiorentino di cui noi stiamo seguendo le orme attraverso la prima cantica, dà un altro senso ancora, nella bolgia in cui ora ci troviamo, alla metamorfosi: qui essa è una punizione raffinata, una dimostrazione pregnante, intrisa di verità e di realismo, di come l'eterno mutare e mutarsi possa essere un modo di morire continuamente. Qui Dante capovolge Ovidio, nell'imitarlo da par suo, trasformando (pur sempre una metamorfosi) il suo vivam (vivrò, scritto come ultima parola del poema) in un moriranno, i dannati di questa settima bolgia, e moriranno ancora, e moriranno sempre, in un ciclo incessante di mutazioni che tra poco descriveremo in dettaglio.
I due poeti risalgono quindi dalla sesta alla settima bolgia, trovando finalmente la strada giusta (le indicazioni dei Malebranche li avevano condotti a un vicolo cieco): il volto di Virgilio si rasserena e agli occhi dei due si offre un nuovo spettacolo.
Noi discendemmo il ponte da la testa
dove s’aggiugne con l’ottava ripa,
e poi mi fu la bolgia manifesta:
e vidivi entro terribile stipa
di serpenti, e di sì diversa mena
che la memoria il sangue ancor mi scipa.
Più non si vanti Libia con sua rena;
ché se chelidri, iaculi e faree
produce, e cencri con anfisibena,
né tante pestilenzie né sì ree
mostrò già mai con tutta l’Etïopia
né con ciò che di sopra al Mar Rosso èe.
Tra questa cruda e tristissima copia
corrëan genti nude e spaventate,
sanza sperar pertugio o elitropia:
con serpi le man dietro avean legate;
quelle ficcavan per le ren la coda
e ’l capo, ed eran dinanzi aggroppate.
Serpenti di tutte le specie (altro esotico bestiario, di ispirazione nordafricana: chelidri, iaculi, faree, cencri, anfisibene), e poi anime e anime avvinghiate da serpenti. Una confusione di corpi animali e umani, con questi ultimi che cercano invano di sfuggire alla presa dei serpenti.
Ed ecco a un ch’era da nostra proda,
s’avventò un serpente che ’l trafisse
là dove ’l collo a le spalle s’annoda.
Né O sì tosto mai né I si scrisse,
com’el s’accese e arse, e cener tutto
convenne che cascando divenisse;
e poi che fu a terra sì distrutto,
la polver si raccolse per sé stessa
e ’n quel medesmo ritornò di butto.
Così per li gran savi si confessa
che la fenice more e poi rinasce,
quando al cinquecentesimo anno appressa;
erba né biado in sua vita non pasce,
ma sol d’incenso lagrime e d’amomo,
e nardo e mirra son l’ultime fasce.
E qual è quel che cade, e non sa como,
per forza di demon ch’a terra il tira,
o d’altra oppilazion che lega l’omo,
quando si leva, che ’ntorno si mira
tutto smarrito de la grande angoscia
ch’elli ha sofferta, e guardando sospira:
tal era ’l peccator levato poscia.
Oh potenza di Dio, quant’è severa,
che cotai colpi per vendetta croscia!
Dall'inizio della Divina commedia la formula ed ecco, veterotestamentaria, preannuncia un evento straordinario. Lo parafraso a modo mio: un uomo poco distante dai viandanti viene trafitto da un morso di serpente alla base del collo dove iniziano le spalle e in un istante (più tempo ci vuole a scrivere i oppure o) prende fuoco come la mitica araba fenice, per poi ritrovarsi, tutto smarrito a essere l'uomo che era prima. Certo, come ci si deve sentire a essere morsi da un serpente, prendere fuoco, andare in cenere e poi ricomporsi nella forma umana? Smarriti e angosciati, è il minimo forse, anche se il poeta s'ingegna a far intendere cosa provi non solo chi è protagonista dell'evento ma anche chi vi assiste: la potenza divina, quando si abbatte per vendetta su un peccatore, sgomenta. L'anima che ha subito questa metamorfosi viene interpellato da Virgilio, perché dica chi sia. E lui racconta di essere piovuto in quella bolgia atroce venendo dalla Toscana.
Vita bestial mi piacque e non umana,
sì come a mul ch’i’ fui; son Vanni Fucci
bestia, e Pistoia mi fu degna tana".
E ïo al duca: "Dilli che non mucci,
e domanda che colpa qua giù ’l pinse;
ch’io ’l vidi omo di sangue e di crucci".
E ’l peccator, che ’ntese, non s’infinse,
ma drizzò verso me l’animo e ’l volto,
e di trista vergogna si dipinse;
poi disse: "Più mi duol che tu m’ hai colto
ne la miseria dove tu mi vedi,
che quando fui de l’altra vita tolto.
Io non posso negar quel che tu chiedi;
in giù son messo tanto perch’io fui
ladro a la sagrestia d’i belli arredi,
e falsamente già fu apposto altrui.
Ma perché di tal vista tu non godi,
se mai sarai di fuor da’ luoghi bui,
apri li orecchi al mio annunzio, e odi.
Pistoia in pria d’i Neri si dimagra;
poi Fiorenza rinova gente e modi.
Tragge Marte vapor di Val di Magra
ch’è di torbidi nuvoli involuto;
e con tempesta impetüosa e agra
sovra Campo Picen fia combattuto;
ond’ei repente spezzerà la nebbia,
sì ch’ogne Bianco ne sarà feruto.
E detto l’ ho perché doler ti debbia!".
Vanni Fucci Bestia, anche per lui un soprannome che è un omen, racconta le sue malefatte, ma soprattutto viene riconosciuto da Dante e, evento raro nell'Inferno si vergogna, dice (una trista vergogna, chiosa l'auctor) e prova un dolore anche superiore a quello che provò nel morire. Ladro di sagrestia, si definisce, ammettendo un reato infamante, e per vendicarsi di questa penosa situazione in cui Dante l'ha messo, gli propina una profezia rancorosa, che pronostica la sconfitta dei guelfi bianchi a Pistoia da parte dei neri guidati da Moroello Malaspina nel 1305.
Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,
perch’una li s’avvolse allora al collo,
come dicesse ’Non vo’ che più diche’;
e un’altra a le braccia, e rilegollo,
ribadendo sé stessa sì dinanzi,
che non potea con esse dare un crollo.
Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi
d'incenerarti sì che più non duri,
poi che 'n mal fare il seme tuo avanzi?
Per tutt’i cerchi de lo ’nferno scuri
non vidi spirto in Dio tanto superbo,
non quel che cadde a Tebe giù da’ muri.
El si fuggì che non parlò più verbo;
e io vidi un centauro pien di rabbia
venir chiamando: "Ov’è, ov’è l’acerbo?".
Maremma non cred’io che tante n’abbia,
quante bisce elli avea su per la groppa
infin ove comincia nostra labbia.
Sovra le spalle, dietro da la coppa,
con l’ali aperte li giacea un draco;
e quello affuoca qualunque s’intoppa.
Lo mio maestro disse: "Questi è Caco,
che, sotto ’l sasso di monte Aventino,
di sangue fece spesse volte laco.
Non va co’ suoi fratei per un cammino,
per lo furto che frodolente fece
del grande armento ch’elli ebbe a vicino;
onde cessar le sue opere biece
sotto la mazza d’Ercule, che forse
gliene diè cento, e non sentì le diece".
ciò ch’io dirò, non sarà maraviglia,
ché io che ’l vidi, a pena il mi consento.
Com’io tenea levate in lor le ciglia,
e un serpente con sei piè si lancia
dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia.
Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia
e con li anterïor le braccia prese;
poi li addentò e l’una e l’altra guancia;
li diretani a le cosce distese,
e miseli la coda tra ’mbedue
e dietro per le ren sù la ritese.
Ellera abbarbicata mai non fue
ad alber sì, come l’orribil fiera
per l’altrui membra avviticchiò le sue.
Poi s’appiccar, come di calda cera
fossero stati, e mischiar lor colore,
né l’un né l’altro già parea quel ch’era:
come procede innanzi da l’ardore,
per lo papiro suso, un color bruno
che non è nero ancora e ’l bianco more.
Li altri due ’l riguardavano, e ciascuno
gridava: "Omè, Agnel, come ti muti!
Vedi che già non se’ né due né uno".
Già eran li due capi un divenuti,
quando n’apparver due figure miste
in una faccia, ov’eran due perduti.
divenner membra che non fuor mai viste.
Ogne primaio aspetto ivi era casso:
due e nessun l’imagine perversa
parea; e tal sen gio con lento passo.
Come 'l ramarro sotto la gran fersa
dei dì canicular, cangiando sepe,
folgore par se la via attraversa,
sì pareva, venendo verso l’epe
de li altri due, un serpentello acceso,
livido e nero come gran di pepe;
e quella parte onde prima è preso
nostro alimento, a l’un di lor trafisse;
poi cadde giuso innanzi lui disteso.
Lo trafitto ’l mirò, ma nulla disse;
anzi, co’ piè fermati, sbadigliava
pur come sonno o febbre l’assalisse.
Elli ’l serpente e quei lui riguardava;
l’un per la piaga e l’altro per la bocca
fummavan forte, e ’l fummo si scontrava.
del misero Sabello e di Nasidio,
e attenda a udir quel ch’or si scocca.
Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio,
ché se quello in serpente e quella in fonte
converte poetando, io non lo ’nvidio;
ché due nature mai a fronte a fronte
non trasmutò sì ch’amendue le forme
a cambiar lor matera fosser pronte.
Insieme si rispuosero a tai norme,
che ’l serpente la coda in forca fesse,
e ’l feruto ristrinse insieme l’orme.
s’appiccar sì, che ’n poco la giuntura
non facea segno alcun che si paresse.
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