SECONDA LEZIONE PETRARCA - PERSONALITA' TORMENTATA E PERFEZIONISMO (qualche testo)
Dalla biografia tratteggiata nella prima lezione, emergono due tratti salienti che sembrano connotare Petrarca: l'inquietudine e il perfezionismo. Alla prima riconducono i frequenti viaggi e mutamenti di luoghi, al secondo l'aspirazione a proporsi come un modello di scrittore (poeta) che possa a buon diritto essere riconosciuto come maestro, al pari degli ammiratissimi predecessori antichi. Li sfruttiamo quindi come altrettanti tracciati che possano condurci a conoscere e approfondire contenuti della sua ricca produzione poetica e saggistica, che gli vale il riconoscimento (nei secoli successivi) di essere una delle tre corone della letteratura italiana, con Dante e a Boccaccio.
Nell'insieme della produzione di Petrarca è il Secretum a rappresentare il testo nel quale con maggior eloquenza si riflette, e viene analizzato, il tema dell'inquietudine esistenziale, che condiziona lo spirito e la vita di chi ne sia, per diverse ragioni, travagliato. Il titolo completo di quest'opera, scritta in latino e suddivisa in tre libri, è De secreto conflictu curarum mearum, ossia Il conflitto segreto delle mie preoccupazioni (il de che compare nel titolo è una preposizione latina utilizzata sempre nei titoli, in quanto introduce il complemento di argomento). La forma prescelta è quella di un dialogo a due voci, condotto alla presenza di una personificazione (o prosopopea) della Verità, rispettivamente appartenenti all'autore medesimo, Petrarca (indicato come Francesco) e Agostino, padre della chiesa e filosofo cristiano vissuto fra il 354 e il 430 d.C., vescovo di Ippona (in Africa), canonizzato (ossia divenuto santo dopo la morte) e autore fra l'altro delle Confessiones, Le confessioni, un diario spirituale concepito al fine di dare forma scritta a eventi spirituali connessi con l'accoglimento della verità divina nella propria anima, secondo la visione cristiana. Il dialogo petrarchesco è ambientato nel 1342-1343, ma non si è mai stabilito in quale epoca della sua vita sia stato scritto, anche se sappiamo che venne pubblicato solo dopo la sua morte. Strutturalmente si compone di un proemio e di tre libri, coincidenti con altrettanti giorni in cui si sarebbero svolti i dialoghi riportati. Il periodo di riferimento, gli anni '42-'43, coincide comunque (questo ci è dato saperlo) con una fase critica dell'esistenza di Petrarca: suo fratello Gherardo aveva maturato e dato corso in quegli anni a una scelta di esistenza molto radicale, ovvero quella di diventare monaco dedito ai voti di castità e povertà, mentre nel cuore di Francesco (comprendiamo appunto dalla lettura del Secretum), benché analogamente attratto dalla dimensione spirituale,, continuavano a trovare alimento e forma desideri e aspirazioni del tutto terrene, come quelle che lo indirizzavano alla ricerca della fama poetica o dell'unione amorosa con una donna. Il primo libro, infatti, vede Agostino e Francesco impegnati a indagare la natura dei desideri umani, la cui inanità e inconsistenza risulta palese ove li si metta a confronto con la morte: Agostino guida Francesco a riflettere sul non potere e il non volere, e su quanto chi invoca la categoria dell'impossibilità, di fronte agli obiettivi spirituali, mascheri invece soltanto una mancanza di volontà nel perseguirli davvero. Il secondo libro è dedicato ai sette peccati capitali (lussuria, golosità, avidità, invidia, iracondia, accidia, superbia), tra i quali è l'accidia a essere indicato come quello che maggiormente travaglia lo spirito di Petrarca. Capiamo, in alcuni passaggi del testo, che si tratta di un sentimento in grado di paralizzare completamente la capacità decisionale (il volere) di una persona, impedendole di compiere sia una scelta sia di procedere con un atto conseguente a essa nella direzione del ben fare, suggerito dall'essere cristiani. L'accidioso, più precisamente, è colui che non è capace di tendere verso il bene (ovvero a Dio) e cade preda di una noluntas, assenza di volontà, in ragione della quale non combatte più la necessaria battaglia contro i desideri e le ambizioni terrene. Il terzo libro rappresenta il culmine dell'operazione introspettiva compiuta da Petrarca, che segue il modello agostiniano delle Confessioni: l'anima si rivela totalmente (come avviene quando ci si confessa), non nasconde più quali siano i suoi desideri segreti, ossia quello di ottenere la gloria poetica e conquistare l'amore terreno di una donna, che è infatti al centro dei pensieri e dell'ispirazione letteraria di Petrarca, di nome Laura. La forma del dialogo, della conversazione, fra personaggi appartenenti a epoche differenti (come in questo caso) o vissuti in una stessa epoca, per analizzare questioni inerenti all'interiorità o, più in generale, di tipo filosofico, risale al greco Platone, e viene ripresa poi nel mondo latino da Cicerone e da Seneca. Il vantaggio, per quanto riguarda l'approfondimento dei temi proposti, di questa scelta formale risiede nella possibilità di fornire punti di vista differenti e di sviscerare da più prospettive una questione, esaminando eventualmente pro e contro di una determinata presa di posizione. Nel caso del Secretum a dibattere e combattere sono da una parte una prospettiva totalmente spirituale, capace di trascendere la dimensione umana e terrena contemplando prioritariamente l'obiettivo di liberarsi dalle passioni, dall'altra il richiamo imperioso, e profondamente radicato nel corpo, dei desideri carnali o comunque ancorati alla dimensione terrena.
Dal libro II (in un'altra traduzione si trova sul nostro libro di testo a p. 313 con alcune righe in meno a inizio e fine)
Aug. Io non ho ancora posto il dito sulle tue più profonde ferite. E volli indugiarmi a bella posta acciocchè meglio ti si scolpisca nella memoria quanto sarò per dirti. Vedrai allora se da questi carnali appetiti, di cui appena toccammo, ci verrà ampia materia al discorso.
Fr. Orsù, va innanzi, ch' io ti seguo.
Aug. Purchè non t'ostini a startene sfacciatamente sul niego, io credo che sarà quindinnanzi finita ogni contesa.
Fr. Oh come mi piacerebbe che si togliesse dal mondo ogni sorgente di litigio. E non v'ebbe mai cosa, per quanto mi paresse di gran rilievo, che mi conducesse a contendere se non a malincuore; perchè siffatte questioni, quand'anche insorgano tra benevoli, hanno un non so che d'ostile che troppo è avverso all'indole dell'amicizia. Ma dichiarami adesso quello a cui dicesti che io assentirò senza indugio.
Aug. L' animo tuo è dominato da una cotal peste che i moderni chiamano malinconia e gli antichi dissero tristezza.
Fr. Al nome solo ne inorridisco.
Aug. Certo perchè ne fosti travagliato sì a lungo.
Fr. Sì, è vero; ma in codesta mia infermità non m'avvenne ciò che nelle altre, le quali contengono una non so quale falsa dolcezza mista all'amaro; perchè tutto in lei è tristo, misero, aspro ed orrendo, tutto mena alla disperazione e a quegli eccessi che trascinano gl'infelici al precipizio. Oltre a ciò, frequenti, sì, ma brevi e momentanei sono gli assalti che mi danno le altre passioni, ma questa maligna e tenace tanto mi stringe che nè giorno nè notte allenta le sue catene; ed allora non è intorno a me luce quella che splende, ma notte d'inferno, non vita che io goda, ma acerbissima morte. E per colmo di sventura, mentre di sì fatta guisa essa mi accuora e dolorosamente m'affrange, io mi sento preso da una cotal voluttà che non posso strapparmi dalle sue braccia senza provarne rincrescimento.
Aug. Assai bene mi favellasti della tua malattia; di corto ne saprai ancora la cagione. Dimmi frattanto di che così fieramente ti crucci? forse del rapido passare di queste temporali cose, d'un qualche dolore nel corpo, ovvero d'alcun altro oltraggio dell'ingiusta fortuna?
Fr. Se i miei nemici uno ad uno mi movessero guerra, non io mi ricuserei di affrontarli; ma costoro tutti ad un tempo muovono in gran frotta ad assalirmi.
Aug. Dichiarami più in particolare ciò che t'arreca maggior gravezza.
Fr. Allorchè la fortuna mi scaglia uno de' suoi dardi, io non m'atterrisco, rammentando come non una volta ella m'abbia profondamente piagato. Se ella rinsanguina la ferita, comincio alcun poco a tentennare; ove poi ai due primi colpi succeda il terzo ed il quarto, allora vinto, non però così che mi metta a precipitosa fuga, ma passo passo, mi ritiro nella rôcca della ragione. Che se la nemica mia col nerbo di tutte le sue forze ivi pure m'assalga ed a soggettarmi affatto schieri in ordine di battaglia le miserie della umana condizione, la memoria delle sostenute fatiche e lo spavento de' danni futuri; al vedermi d'ogni dove incalzato ed oppresso sotto il peso di tante sciagure, non posso non prorompere in gemiti. E ciò è appunto che tanto m'affligge. Onde io divento allora simile a colui che, attorniato da tutte bande, senza che gli si apra scampo o fiducia di salvezza, nulla più abbia a sperare, e tutto gli resti a temere. E già, alzate le macchine e scavate le mine, tremar vede le torri, appressare alle trincere le scale, appiccarsi alle mura i roncigli, e il fuoco trascorrere lungo le esteriori difese; dappertutto un balenar d'armi, un accorrere di nemici, che, minacciosi in sembianza, cogli occhi divorano la preda.... Ora il tapino che sia sopragiunto da tanta mina non dovrà intirizzire dallo spavento? perchè, quand'anche cessi il pericolo di morte, egli perde la libertà, che all'uomo forte è la più fiera delle ambasce.
Aug. Comechè non mi suonino al tutto chiare le tue parole, pure lo sono abbastanza per rilevarne che ti si è fitta in mente una, massima falsa; la quale siccome fu origine di tutti i mali, così condusse e condurrà in perdizione infinita gente — Dimmi; ti sanno male le tue condizioni presenti? tristi sembrano a te le tue condizioni?
Fr. Anzi non potrebbero esser peggiori.
Aug. E perchè?
Fr. Non uno, ma innumerevoli ne sono i perchè.
Aug. S'avvera in te pure il caso di coloro che, ad ogni minimo motto d'oltraggio, si richiamano al pensiero le antiche offese.
Fr. Non v' ha piaga, per quanto si voglia antica, che per virtù di tempo in me risanasse. Tutte ancora grondano sangue e mi danno spasimo; e se ve n' è alcuna da potersi guarire, la fortuna così mostrasi vaga di tormentarmi che non le lascia tempo a rimarginare. A ciò s'aggiunge l'odio e il disprezzo delle umane cose, tanto e sì grande che la vita non può passarmi se non mestissima. In quanto poi al nome onde vuolsi chiamare questa malinconia che m'affligge, non me ne curo punto; ma troppo è vero ch'io ne patisco.
Aug. Giacchè, da quanto scorgo, il male ha messe barbe in te profonde, non basterà lo svellerlo a fior di terra, ma sì dall'ime radici, ove non vogliasi che rigermogli. Non so poi da che parte por mano all'opera, tanto essa m'atterrisce; ma acciocchè le mie parole ti suonino più chiare ed agevoli, farò di dirtene per sommi capi. Dichiarami adunque che cosa stimi innanzi a tutto recarti maggior molestia.
Fr. Quanto veggo, ascolto ed intendo.
Aug. E niente v' ha di tutto ciò che t' aggradi?
Fr. Ben poco, o nulla.
Aug. Fosse almeno che t'allettassero le cose buone! Ma e non v'ha nulla che in particolar guisa rincresca?
Fr. Già te 'l dissi.
Aug. Ecco un altro effetto di quell'umor nero che sì t'opprime. Or bene; ed io credo che sieno i fatti tuoi quelli di che prendi maggior fastidio.
Fr. E gli altrui non meno.
Aug. Ed anche questo è rivo che sgorga dalla stessa fonte. Ma, a parlare con qualche ordine, è poi vero che tanta amarezza ti dieno i fatti tuoi.
Fr. Cessa, o padre, dal rinnovarmene la domanda? Aggiungerò solo ch'essi mi annoiano più che io non basti a significare,
Aug. È segno dunque che ti reca noia l'invidia che altri ti porta.
Fr. Infelicissimo colui che invidia ad un infelice!
Aug. Ma pure la vi dev' essere questa cosa che più delle altre ti spiace.
Fr. No 'l so.
Aug. Vorrai tu convenirne, ove io te la nomini?
Fr. Sì, schiettamente.
Aug. Sei sdegnato colla tua fortuna.
In questa parte Agostino dà un nome preciso, qui tradotto con tristezza, altrove con malinconia, umor nero, accidia, con riferimento alla parola latina aegritudo, a quella che dice essere la peste dell'animo di Francesco. Il nome stesso inorridisce il poeta, che constata come tale malanno lo abbia costantemente afflitto, senza mai lasciargli tregua, sicché per cominciare proprio questa continuità rappresenta la prima ragione di sconforto nel constatarne la presenza nella sua vita. Prosegue poi con un'analisi delle caratteristiche di questo specifico sentimento, che non ha in sé nulla di piacevole (essendo anzi intriso di oscurità e foriero di malessere) eppure riesce a tenerlo avvinto a sé, come un'amante addirittura, dalla quale io mi sento preso da una cotal voluttà che non posso strapparmi dalle sue braccia senza provarne rincrescimento. Francesco non riesce a liberarsi dall'accidia perché questa lo tiene avvinto a sé, ed ha quindi in sé qualcosa che attrae, ma Agostino lo incalza con un'ulteriore domanda, proprio come un analista che cerchi di guidare il proprio assistito a cercare la chiarezza di sé attraverso la verbalizzazione delle proprie esperienze interiori e esterne. La domanda riguarda il causa-effetto: quali sono i motivi che determinano l'assalto dell'accidia? O meglio: quali sono i contenuti specifici dell'accidia di Francesco? La risposta non è per nulla appagante (e anche Agostino lo sottolinea), ma vale la pena proprio per questo esaminarla, dal momento che l'autore la concepisce proprio al fine di esplicitare, se non altro, le tortuosità dello spirito umano: servendosi di una metafora bellica, Petrarca delinea una situazione in cui si trova a essere preso d'assalto dai dardi della fortuna, che lo colpisce in rapida successione, qualche volta risana le sue ferite, ma lo costringe anche a trovare rifugio nella rocca della ragione. E in quell'arroccamento, lungi dal trovare la pace, assiste impotente allo squadernarsi di forze sempre più imponenti, sempre più palesemente rivolte a sconfiggere ogni sua difesa, finché, quand'anche riesca a scampare alla morte, si ritrova comunque privato del bene della libertà, prigioniero della sua stessa paura. Agostino, dicevo, commenta che la metafora di cui si è servito Francesco non è poi così chiara, ma continua tuttavia a incalzarlo, essendo convinto che il suo interlocutore sia caduto in un errore piuttosto comune: gli chiede quindi se pensi di essere in tristi condizioni. Alla risposta affermativa, rileva come il suo sia il caso tipico di chi non smette mai di recriminare: S'avvera in te pure il caso di coloro che, ad ogni minimo motto d'oltraggio, si richiamano al pensiero le antiche offese. A questo si aggiunge la conclamata e iterata incapacità di trovare qualcosa di positivo da qualunque parte, e di annoiarsi di qualunque cosa, propria o altrui, e persino dell'invidia degli altri. Alla fine, Agostino si assume di nuovo la responsabilità di dire ad alta voce un nome che Francesco non osa utilizzare per delineare il suo stato d'animo nel suo insieme, individuando quella che in cuor suo ritiene essere la fonte di ogni oscurità dalla quale si sente assediato: la fortuna, che gli ha dato in sorte se stesso e la sua vita da vivere. Con lei, che Dante nel VII canto dell'Inferno propone come un ambiguo e cangiante personaggio, ora serpente ora rapace che artiglia il mondo ora serafica intelligenza angelica, il nostro tormentato poeta è addirittura sdegnato. Questo breve esempio tratto dal Secretum, opera che nasce dall'intento di rivelare qualcosa di vero su se stesso e non esclusivamente di compiere un'operazione letteraria (come dimostrato dalla mancata pubblicazione in vita), mette di fronte a un autoritratto di Petrarca tormentato, debole, dubbioso, ripetutamente ferito, ma pur sempre predisposto a servirsi del pensiero e della parola per dare forma a una razionalizzazione dei tormenti esistenziali che quasi presagisce, anticipa, inquietudini studiate e per così dire formalizzate dalla psicologia in tempi relativamente vicini a noi, nel secondo Ottocento, quando nasce la psicoanalisi.
Dopo aver percorso questo primo sentiero, che ci ha condotti nei tortuosi meandri di un'anima che rischia la paralisi di fronte agli assalti della fortuna, quand'anche agli occhi di altri appaia addirittura benedetta dalla sorte, passiamo ora al secondo percorso di conoscenza della produzione di Petrarca, ovvero quella che si inserisce nell'ambito della poesia d'amore e che documenta ben due passioni (forse ossessioni) che agitano il suo spirito, l'una dedicata a una donna, l'altra alla poesia. Ritorniamo allora brevemente alla sintetica biografia proposta nella prima lezione, alla quale ora aggiungo qualche dettaglio. Poco più che ventenne, mentre si trova con la famiglia ad Avignone, Petrarca prende gli ordini minori, subito dopo aver abbandonato gli studi giuridici e aver deciso di dedicarsi completamente alla letteratura. Con ordini minori s'intende una posizione nella gerarchia ecclesiastica coincidente con il diaconato o presbiterio, ovvero un tipo di collocamento che garantiva un rendita economica (il termine tecnico era beneficio ecclesiastico) ma non comportava nessun tipo di incarico e nemmeno imponeva un'ordinazione sacramentale. Questo dettaglio permette comunque di comprendere che tipo di tensione interiore potesse determinarsi nell'animo di Petrarca nel momento in cui si è trovato vivere, o a immaginare di vivere, un'intensa storia d'amore con una donna di nome Laura, alla quale dedica l'opera poetica per la quale si è conquistato (senza presagirlo il vita) la vera corona d'alloro per i secoli dei secoli, ovvero Il Canzoniere. In questa affermazione si condensano diversi concetti, che ora esamino uno a uno. La tensione interiore nasce evidentemente dal contrasto fra una prospettiva tutta spirituale (quella derivante dagli ordini minori) e una nella quale carnalità e spiritualità si trovano a essere contemperate e indistinguibili. Quanto poi al vivere o immaginare di vivere, si tratta proprio della stessa questione già esaminata con Dante: non è così indispensabile stabilire se o fino a che punto Beatrice (nel caso di Petrarca, Laura) sia una persona vera con la quale si sono verificati esattamente gli incontri di cui la poesia (la Vita nuova per il primo, il Canzoniere per il secondo) dà conto. Non è importante perché quello che resta a noi sono appunto le opere letterarie in questione, ed è il loro specifico contenuto di verità a interessarci, non quanto di effettivamente autobiografico vi si rispecchi. Inoltre, il Canzoniere è diventato un monumento eretto alla poesia d'amore che da un lato condensa tutta l'esperienza maturata dalla poesia greco-latina allo stilnovismo, dall'altra modella su di sé l'intero percorso successivo della lirica amorosa fino al romanticismo. Dedico quindi ora uno spazio di presentazione a quest'opera, dalla quale Petrarca non si attendeva di ottenere la gloria immortale alla quale teneva tantissimo, e che invece gliel'ha procurata.
Il titolo originario, per cominciare, è Rerum vulgarium fragmenta ovvero Frammenti di cose volgari (in volgare). Dalla titolatura emerge con chiarezza una valutazione alla quale ho appena fatto riferimento: non sono i frammenti in volgare quelli ai quali Petrarca affidava la possibilità di diventare immortale come poeta. Il volgare, infatti, per quanto ampiamente nobilitato da Dante (con la Divina commedia, ma anche con la produzione stilnovistica e con quanto sostenuto nel De vulgari eloquentia, il trattato scritto in latino in cui sostiene l'importanza di dare vita a un volgare illustre, nobile, curiale e cardinale, ovvero adatto a essere parlato nelle corti e nei tribunali), non era la lingua della cultura che, dall'epoca umanistica in poi, almeno fino al Seicento quando Galileo scrive il suo Dialogo sopra i massimi sistemi del mondo, resta pur sempre il latino. Dunque, quello che poi diventa Il canzoniere ed è anche conosciuto come Rime spase (citazione dal sonetto proemiale) nasce come una raccolta di versi iniziata negli anni giovanili e più e più volte riscritta: sono addirittura nove le redazioni rimaste come autografi originali, scritti direttamente da Petrarca, e l'ultima redazione risale all'anno della sua morte nel 1374. Si tratta di 366 componimenti, 317 dei quali sonetti, e i rimanenti canzoni, ballate, sestine, madrigali, forme metriche derivanti dalla lirica provenzale, siciliana, toscana e stilnovistica. Possiamo riprendere proprio qui il filo del perfezionismo al quale ho alluso in occasione della prima presentazione del poeta. La riscrittura durata tutta la vita è senz'altro collegata con questa ricerca del verso perfetto nel quale forma e contenuto si armonizzassero in modo da determinare quell'effetto di coerenza e coesione che è l'essenza del poiéin, di una creazione che ha a che vedere con lo spirito come con la materia, rispetto ai quali tenta di essere un punto d'intersezione definitivo. La perfezione consiste in questo: è un accordo, paragonabile a quello che si manifesta musicalmente nelle forme canoniche del maggiore e minore, strutture di base della lingua musicale. Non a caso il secondo titolo è Canzoniere, termine col quale la parentela stretta con la musica di manifesta in modo evidente, così come si palesa anche nel momento in cui musicisti di ogni epoca (da Dufay nel 1400 a Liszt nel 1800) si dedicano a mettere variamente in musica componimenti petrarcheschi. Per quanto riguarda i contenuti della poesia del Canzoniere, la principale ispirazione è Laura, donna che Petrarca incontra il dì sesto di aprile del 1327 in una chiesa di Avignone. Come abbiamo visto accadere nella Vita nuova dantesca, anche in questa tessitura poetica dell'amore si riconosce la cesura determinata dalla morte: Laura muore nel 1348 e l'opera risulta divisa nettamente nelle due sezioni in vita e in morte della donna amata. Pur senza proporsi come un libro della memoria (reminiscenza sempre della Vita nuova), il Canzoniere permette a chi lo legge di seguire i tortuosi percorsi della mente e del cuore del poeta, dominato dalla legge del desiderio. La prossima lezione sarà quindi dedicata a conoscere alcuni componimenti di questa raccolta, a partire dal sonetto proemiale, intitolato Voi ch'ascoltate in rime sparse il suono.
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