PRIMA LEZIONE PETRARCA (introduzione e vita)
PREMESSA
Francesco Petrarca nasce a Arezzo nel 1304, nel periodo in cui Dante ancora accarezza la possibilità di un rientro in Firenze, destinato a naufragare in concomitanza col decadere delle speranze riposte nella discesa dell'imperatore Arrigo VII in Italia in veste, tra le altre cose, di pacificatore dei comuni e delle fazioni belligeranti, sobillate dal famigerato Bonifacio VIII almeno fino al momento della morte, avvenuta da poco, nel 1303. Seppure non si possa mai dire quando inizi una nuova epoca, a fronte del fatto che il medioevo si stia poco a poco estinguendo (d'altronde, a inizio 1300, dura ormai da quasi 1000 anni), possiamo senz'altro sostenere che Petrarca rappresenti una figura di passaggio, incarnando i caratteri di quella che diventerà l'epoca umanistica, certo presagita già in parte anche da Dante, ma non così da poterne fare un interprete dei nuovi tempi. Occorre allora soffermarsi brevemente sui caratteri dell'umanesimo, in modo da poterli poi valorizzare nel percorso di studio e conoscenza di questo scrittore.
L'umanesimo si richiama all'antico, precisamente alle humanae litterae e al concetto di humanitas elaborato in seno al circolo scipionico nel II secolo a.C. Ricordo, in merito, pochi dettagli: il circolo scipionico riunisce, nella Roma di quel secolo che è anche quello delle ultime due guerre puniche, personaggi come lo storico Polibio, il filosofo Panezio, il commediografo Terenzio, i quali, dalla veste iniziale (è il caso sia di Polibio sia di Terenzio) di ostaggi o di schiavi deportati durante campagne militari vittoriose condotte tra gli altri dagli Scipioni, diventano intellettuali di spicco nella società romana ed elaborano concezioni che passano complessivamente sotto il nome di idee ellenizzanti, contrapposte a quelle dette tradizionaliste, proprie di rappresentanti della politica come Catone il Censore. All'interno di questo circolo, così sommariamente delineato, si elabora appunto l'idea di humanitas intesa come ciò che caratterizza l'essere umano. Per sintetizzare di che cosa si tratti, utilizzo una citazione tratta da una commedia di Terenzio, il commediografo di origini africane, portato a Roma come schiavo da Cartagine probabilmente alla fine della seconda guerra punica (la data di nascita è comunque incerta), e diventato un protetto delle potenti famiglie romane riunite intorno agli Scipioni: homo sum, humani nihil mihi alienum puto, ovvero sono un essere umano e niente di quello che riguarda l'umano mi è estraneo. Quanto a ciò in cui consiste esattamente tale umano, si capisce, leggendo le commedie terenziane, che si tratta di valori come la solidarietà, la generosità, la comprensione, la capacità di immedesimarsi nelle ragioni (e nei ragionamenti) altrui, il rifiuto degli stereotipi e dei pregiudizi sociali, ossia una serie di principi di rispetto che non erano esattamente quelli che Roma perseguiva, ad esempio, nella sua politica estera, come sappiamo fortemente guerrafondaia e incline a un imperialismo nient'affatto rispettoso (se non per convenienza) delle necessità altrui. L'humanitas è poi variamente invocata, come qualifica peculiare dei boni viri, negli scritti di Cicerone risalenti all'epoca della crisi della res publica e delle guerre civili del I secolo a. C.. Al retore e uomo politico appena citato risale l'idea che la classe dirigente, per essere tale ovvero meritarsi di essere dirigente, deve avere una statura morale coincidente proprio con quanto detta l'humanitas di cui sopra. Gli uomini buoni, insomma, sarebbero quelli honesti, predisposti a riconoscere come prioritarie le necessità degli altri esseri umani piuttosto che le proprie, a coltivare il valore della solidarietà, nel rispetto di un'idea di societas all'interno della quale si sia effettivamente socii, alleati, appunto in nome dell'umano, non tanto o non solo nei momenti di guerra, ma nell'esistenza quotidiana, che impone a quell'animale politico, che l'uomo è secondo Aristotele, di vivere comunitariamente. Questa dunque l'origine prima del termine dal quale deriva la denominazione di umanesimo per il periodo di storia della cultura che ha inizio, all'incirca, a metà 1300 e che di sicuro ha come primo rappresentante, in veste di antesignano, proprio Petrarca. La denominazione di umanesimo nasce ovviamente in epoche posteriori a quella della sua manifestazione, anche se gli umanisti si sentono per così dire parenti stretti di quegli scrittori romani (e greci) che hanno elaborato il concetto in questione e che hanno trasmesso la cultura filosofica, retorica, storica, alle generazioni successive. Va ricordato che, inoltre, si deve a questi studiosi la maturazione dell'idea del medioevo come epoca di mezzo, fra la classicità e una ripresa della medesima, dopo un periodo di perdita di almeno una parte delle conquiste culturali che erano state dei greci e dei latini. Poco importa che un rappresentante del medioevo come Dante, nel IV canto dell'Inferno e in corrispondenza del limbo, omaggi la classicità tutta creando il castello degli spiriti magni nel quale l'intera sapienza classica, quindi umanistica in senso stretto, rappresenta una luce in grado di squarciare le tenebre del mondo infernale: prevale, nella considerazione che gli umanisti avranno dell'epoca che li precede, il pregiudizio (mantenutosi per secoli) di un vero e proprio regresso culturale, rispetto al quale il genio dantesco rappresenterebbe l'eccezione che conferma la regola. In ogni caso, è possibile, anche solo per motivazioni di ordine didascalico, rintracciare peculiarità dell'umanesimo che ci guideranno nella conoscenza dell'opera di Petrarca. Si tratta, per cominciare, della profonda ammirazione nei riguardi dell'Antico (greco e latino). Anche i medievali, di nuovo Dante fra tutti e non solo lui, ammiravano l'Antico e se ne servivano, ma con delle riserve: la prima di esse risale al sospetto che gli scrittori antichi potessero essere moralmente fuorvianti. A operare in questo senso, ovvero per dare alimento a questa riserva, il potente influsso esercitato dalla religione nell'epoca medievale: non sembra possibile che coloro che ignoravano il Dio vero potessero essere detentori di verità assolute e non esercitassero influenze negative sul piano morale. Accade così che i dotti medievali, nell'impossibilità di rinunciare al patrimonio di conoscenze ereditate dall'Antico, s'ingegnano a fornire interpretazioni dei testi pagani che si possano adattare al pensiero cristiano: l'allegorismo medievale, che abbiamo un po' studiato, si spinge esattamente in questa direzione ed è quello che rende possibile a Dante la trasformazione dell'epicureo Virgilio in una sua insostituibile guida nei due mondi ultraterreni cristiani. Gli umanisti, però, fanno qualcosa di ancora differente. Esercitano, il più possibile, il rispetto dei testi antichi. Ne diventano ricercatori e cultori. Spiego separatamente i due termini. Nel periodo medievale, mille anni di storia ho già ricordato, ai testi letterari tramandati dal mondo antico era successo di tutto: devastazioni materiali collegate con le guerre, operazioni di cancellazione connesse con ignoranza del valore dei manoscritti concorrono a rendere a lungo irreperibili opere di cui si trovava notizia in qualche testo, ma nessuna traccia più nel mondo reale. Gli umanisti sono, tra le altre cose, appunto dei cacciatori di testi: viaggiano di regno in regno, di biblioteca in biblioteca (monasteri, università, chiese, case private), e frugano fra i manoscritti che, dettaglio non trascurabile, spesso sono sovrascritti più volte, dato che la mancanza di materiale cartaceo di facile reperibilità aveva indotto nei secoli a servirsi di volumi scritti per sovrascrivere altre opere o parti di esse (spesso semplici annotazioni, soprattutto a carattere religioso). Gli umanisti dunque viaggiano e, nelle biblioteche, ricercano volumi antichi e opere complete che sembrerebbero essere andate perdute: rintracciano manoscritti, a volte anche copie differenti di una stessa opera, e si dedicano a confrontarle tra loro (l'operazione di collazionare, appunto confrontare) così da arrivare a stabilire un testo definitivo, che di solito è poi quello che arriva fino a noi. Un esempio per tutti: Poggio Bracciolini, che nel 1416, porta alla luce un manoscritto contenente tutte le Institutiones oratoriae di Quintiliano, retore e pedagogo vissuto nell'epoca degli imperatori Flavi, nella seconda metà del I secolo d. C.. Fino a quel momento di Quintiliano si conosceva l'opera in modo frammentario. Vale la pena citare questo umanista, l'elenco delle cui riscoperte è lunghissimo, e comprende autori greci e latini, da Lucrezio a Cicerone, a Apollonio Rodio. Ho poi anche detto cultori. Gli umanisti, a differenza dei medievali (Dante compreso, sotto questo profilo) non vogliono filtrare (ovvero interpretare allegoricamente) i testi antichi, ma rispettarli, restituendone l'integrità per quanto possibile. Quando commentano, evitano gli anacronismi così comuni ai loro predecessori, nei confronti dei quali iniziano a nutrire tra l'altro un senso di superiorità (di qui, di nuovo, l'idea che il medioevo sia stato un periodo di decadenza, di perdita di senso storico e critico, di affidamento totale alla sola fede). Altre caratteristiche proprie degli umanisti li connotano dal punto di vista politico: si manifesta in loro una tendenza al cosmopolitismo in netto contrasto rispetto al municipalismo tipicamente medievale (le lotte comunali ne sono una eloquente espressione), la quale trova sostegno non tanto in forme politiche specifiche (la nascita di realtà nazionali è posteriore alle prime espressioni di umanesimo) ma in un'idea puramente astratta di res publica doctorum, una comunità internazionale di dotti che non solo pratica una lingua comune (il latino, lingua della cultura, affiancato certo anche dalla conoscenza del greco), ma coltiva un sistema di valori in grado di superare le specificità culturali dei singoli contesti politici. FINO QUI
Passiamo ora a qualche dettaglio relativo alla vita di Petrarca. Essa si dipana fra svariati luoghi, come s’addice a una personalità, nel suo caso, interiormente assai contrastata: Arezzo (dove nasce nel 1304, da una famiglia di condizione borghese originaria di Firenze: il padre Petracco, notaio, era stato mandato in esilio dai guelfi neri impadronitisi del potere), Avignone (Vaucluse, presso le sorgenti del Sorga è un suo buen retiro o luogo di otium, Montpellier, Bologna. A fine anni ’20 prende gli ordini minori e inizia, da umanista, un’intensa vita di viaggi, che lo conducono a fermarsi a lungo in diverse celebri biblioteche. L'attività di scrittore, nei cui dettagli entrerò tra poco, gli assicura da un certo momento in avanti un notevole prestigio intellettuale, che da una parte produce come effetto quello di un'incoronazione a poeta in Campidoglio nel 1341, dall'altra gli permette di perorare alcune cause politiche: il ritorno del papa a Roma dalla cattività avignonese, il ristabilimento dell’autorità imperiale in Italia e, a un certo punto, l'impresa di Cola di Rienzo a Roma. La volontà di prendere le distanze dalla curia avignonese lo conduce a trattenersi per lunghi periodi in Italia, presso i Visconti a Milano, poi nel ’61 a Venezia, e infine ad Arquà, sui colli Euganei, vicino a Padova, dove trascorre anni sereni fino alla morte avvenuta nel 1374.
NB Focus sull’HUMANITAS. Cultura romana: dalle antiche origini (humani nihil a me alienum puto, che risuona nella commedia Heautontimorumenos di Terenzio) al contributo di Cicerone (Pro Archia). Concetto filosofico: V sec. a.C., Protagora: “l’uomo è la misura di tutte le cose (chrémata) che sono utili per lui” fino a humanitas come valore morale, filantropia, comitas (affabilità), benignitas e clementia. Humanitas come valore culturale, qualità del bonus vir, solo tra gli esseri umani a possedere la qualità dell’“educazione”, la paideia, che si ritiene consistere nella eruditio e l’institutio in bonas artes; dunque aristocratica doctrina ed urbanitas dei pur humanissimi homines (poi, appunto, umanisti)
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