CANTI XI-XIII INFERNO

XI CANTO

In su l’estremità d’un’alta ripa

che facevan gran pietre rotte in cerchio,
venimmo sopra più crudele stipa;

e quivi, per l’orribile soperchio
del puzzo che ’l profondo abisso gitta,
ci raccostammo, in dietro, ad un coperchio

d’un grand’avello, ov’io vidi una scritta
che dicea: ’Anastasio papa guardo,
lo qual trasse Fotin de la via dritta’.

"Lo nostro scender conviene esser tardo,
sì che s’ausi un poco in prima il senso
al tristo fiato; e poi no i fia riguardo".

Nell'incipit del canto XI veniamo messi al corrente di una nuova sfida sensoriale per i due pellegrini (accomunati, in questo caso, benché si tratti di un morto e di un vivo), questa volta di tipo olfattivo (in precedenza si era trattato di abituarsi alla scarsità di luce, soprattutto): dall'abisso infernale proviene un puzzo, un tristo fiato,  al quale occorre abituarsi. Per questo il maestro suggerisce di fermarsi un poco e approfitta della pausa per fornire al discepolo e a noi lettori alcune informazioni sulla struttura dell'inferno, così come si presenta una volta superate le porte della città di Dite e i gironi dedicati ai peccati di incontinenza. Ad attenderli sono tre cerchietti, dice Virgilio, pieni di spirti maladetti, i quali si sono macchiati di malizia e di frode, malvagità e inganno. Precisa subito che i fraudolenti sono i peccatori peggiori, perché il loro peccato spiace particolarmente a Dio in quanto volge al male ciò che meglio e maggiormente caratterizza l'essere umano, ovvero la ragione. In un cerchio superiore, si situa il peccato di violenza, suddiviso in tre gironi, a seconda che la violenza si volga contro Dio, se stessi e i propri beni o il prossimo, con riferimento quindi a bestemmiatori, suicidi e scialacquatori, omicidi. Anche il peccato peggiore, la frode, si tripartisce in frode commessa a danno di chi non si fida, di chi si fida e di chi ha fatto del bene a colui che froda. La descrizione è limpida e sintetica al tempo stesso, e la struttura dell'inferno appare a questo punto nitidamente. Vale la pena che la visualizziamo riassuntivamente  anche noi, con qualche ulteriore dettaglio: dalla selva oscura, nei pressi di Gerusalemme nell'emisfero boreale, ha avuto inizio prima il tentativo di ascesa del colle, quindi il passaggio nel primo dei tre regni ultraterreni, l'inferno a forma conica che si apre come una voragine proprio al di sotto di quella città, suddividendosi in antinferno, limbo (primo cerchio), II cerchio (lussuriosi), III cerchio (golosi), IV cerchio (avari e prodighi), V cerchio (iracondi e accidiosi), nell'insieme peccati di incontinenza, città di Dite, VI cerchio (eretici), VII cerchio (tre gironi dei violenti contro gli altri, sé stessi e i propri beni, Dio e la natura sua figlia e l'arte che ne è imitatrice: bestemmiatori, sodomiti e usurai), VIII cerchio (10 bolge di   seduttori, adulatori, simoniaci, indovini, barattieri, ipocriti, ladri, cattivi consiglieri, seminatori di  discordie, falsari), IX cerchio (quattro zone di traditori: Caina, Antenora, Tolomea e Giudecca, congiunti, politici, ospiti, benefattori). Dante si sente, a questo punto, istruito a dovere: 
E io: "Maestro, assai chiara procede
la tua ragione, e assai ben distingue
questo baràtro e ’l popol ch’e’ possiede.

Tuttavia ha ancora una curiosità, che esplicita così:

Ma dimmi: quei de la palude pingue,
che mena il vento, e che batte la pioggia,
e che s’incontran con sì aspre lingue,

perché non dentro da la città roggia
sono ei puniti, se Dio li ha in ira?
e se non li ha, perché sono a tal foggia?".

Si sta chiedendo in che cosa differiscano dai violenti i dannati che ha incontrato nei primi cerchi, gli iracondi, i golosi, i lussuriosi, gli avari e i prodighi, e come mai siano collocati prima della città di Dite. Virgilio risponde che deve ricordarsi dell'Etica aristotelica, in cui lo stagirita evoca le tre disposizioni  che Dio condanna, ovvero incontinenza, malizia e matta bestialitate, proposte esattamente in questo ordine di negatività, che rende l'incontinenza meno grave della seconda e terza disposizione citate. Conclusa la spiegazione, che prosegue ancora con qualche chiarimento filosofico, Virgilio richiama Dante alla necessità di procedere (introduce una indicazione astronomica dalla quale si ricava che sono ormai le quattro del mattino) e la loro catabasi è ancora lunga. 

XII CANTO

In un paesaggio aspro e scosceso, i due viandanti si trovano di fronte, distesa,  a l’infamïa di Creti, ovvero il minotauro,  che fu concetta ne la falsa vacca, ovvero concepito nell'apparecchiatura messa a punto da Dedalo per soddisfare l'insana e punitiva passione di Pasifae (moglie di Minosse) per un toro. Questo minotauro in versione dantesca, quando vide noi, sé stesso morse, /sì come quei cui l’ira dentro fiacca. Ira violenta e impotente, la sua, alla quale Virgilio oppone un grido: "Forse /tu credi che qui sia ’l duca d’Atene, /che sù nel mondo la morte ti porse? /Pàrtiti, bestia, ché questi non vene /ammaestrato da la tua sorella, / ma vassi per veder le vostre pene". Questa volta le parole del savio gentil rappresentano un esercizio di stile del Dante auctor, che condensa tutti i possibili riferimenti mitologici in pochi versi, raccontando la celebre vicenda mitica in sintesi perfetta. Compaiono infatti Teseo, il duca d'Atene, responsabile della morte del mostro, e la sorella di quest'ultimo, ossia Arianna che, sottolinea Virgilio con il suo intervento minaccioso, nel caso di Dante non è ammaestrato dalla giovane donna (che non c'entra niente con lui) ma viene per vedere le vostre pene. 

Qual è quel toro che si slaccia in quella
c’ ha ricevuto già ’l colpo mortale,
che gir non sa, ma qua e là saltella,

vid’io lo Minotauro far cotale;
e quello accorto gridò: "Corri al varco;
mentre ch’e’ ’nfuria, è buon che tu ti cale".

Senz'altro quanto meno suggestiva questa ultima apparizione del minotauro saltellante e pur sempre del tutto impotente, tant'è vero che Virgilio approfitta per suggerire a Dante di correre al varco mentre ch'e' 'nfuria. Il tema dell'impotenza del male è dunque un filo rosso che attraversa l'inferno, come possiamo ricordare agevolmente citando i nomi di Caronte, Minosse, Cerbero, Pluto, Flegias e i diavoli della città di Dite. Il cammino prosegue, lungo uno scarco di quelle pietre, una zona sempre impervia e franosa, e Virgilio rievoca la sua prima discesa nell'inferno (promossa dalla maga Erittone e raccontata nel IX canto), quando ancora questa frana non esisteva, essendo stata prodotta dalla discesa in inferno di Cristo nei tre giorni seguenti la sua morte in croce. Guardando verso il basso, l'agens vede apparire quella che definisce la riviera del sangue in la qual bolle /qual che per vïolenza in altrui noccia. Si tratta del Flegetonte, letteralmente fiume di fuoco, già previsto nell'Averno mitico (insieme a Acheronte e Cocito), e trasformato qui da Dante in fiume di sangue bollente, dove si troveranno tra poco i primi violenti. Per cominciare, però, lungo le rive i due pellegrini vedono correre  dei centauri armati di frecce, che si fermano vedendoli. A parlare, riconosciuto subito e nominato da Virgilio, è Chirone (il maestro di Achille), poi si identifica anche Nesso, la cui menzione porta alla memoria Deianira, la moglie di Ercole, responsabile involontaria  della sua morte a causa della celebre camicia intrisa del sangue  di Nesso, che ottenne così la vendetta della morte inflittagli dall'eroe dorico. Oltre a essere un'occasione di rievocazioni mitiche multiple, l'episodio anima anche una scena in cui Chirone fa notare ai compagni il fatto che Dante sia vivo: Virgilio gli spiega allora che necessità ’l ci ’nduce, e non diletto, ovvero che sono lì non per piacere ma per dovere, e che Chirone dovrebbe prestarsi a sua volta a fornire loro un aiuto per superare il Flegetonte, precisamente offrendo la guida e la groppa di qualcuno di loro per guadarlo. Chirone si presta e ordina a Nesso di scortarli. Il canto prosegue con una elencazione di personaggi immersi, urlanti e bolliti come si legge, nel fiume: Alessandro (Magno), il tiranno Dionisio il Vecchio di Siracusa, Azzolino e Izzo d'Este, nonché un solitario al quale allude per via d'un cuore il cui sangue ancora cola nel Tamisi (Tamigi), ossia Guido da Monfort, il quale uccise in chiesa il cugino Enrico di Cornovaglia (il cui cuore, invendicato, appunto sanguina ancora). Nesso fornisce poi ulteriori spiegazioni sui dannati qui puniti: sono immersi fino al collo o in parte, fino al petto (casso), nel Flegetonte, a seconda della gravità della violenza commessa e risultano visibili, fra gli altri, Attila, Pirro e Sesto Pompeo. Con questi ultimi nomi il canto si chiude e Nesso si allontana dai due pellegrini, ormai giunti sull'altra riva.

XIII CANTO 

Non era ancor di là Nesso arrivato,
quando noi ci mettemmo per un bosco
che da neun sentiero era segnato.

L'inizio di questo canto ha una sua peculiare eloquenza: per cominciare immette in un paesaggio, precisamente un bosco, che ha la caratteristica di non essere segnato da alcun sentiero. Poi, leggiamo, non c'è nulla in questo bosco che corrisponda a aspettative comuni  rispetto a un luogo del genere: Non fronda verde, ma di color fosco; /non rami schietti, ma nodosi e ’nvolti; / non pomi v’eran, ma stecchi con tòsco. /Non han sì aspri sterpi né sì folti / quelle fiere selvagge che ’n odio hanno / tra Cecina e Corneto i luoghi cólti. Insomma, questo vortice di anafore (ripetizioni) costruite simmetricamente per via di negazione,  ci troviamo in un bosco non bosco, un posto che senz'altro non potrebbe trovarsi sulla terra, in quanto le foglie sono di color fosco, ossia scure, nere, i rami sono tutti attorcigliati, mancano i frutti e al loro posto ci sono spine avvelenate. Non somiglia, questo bosco infernale, se non alla lontana a un posto del tutto inospitale come quello che si trova fra Cecina e Corneto, nel nord della Maremma toscana, terra di fiere selvagge che odiano i luoghi ospitali (colti). Un posto del tutto adatto dei mostri come le brutte Arpie, che infatti è lì che costruiscono i loro nidi

Quivi le brutte Arpie lor nidi fanno,
che cacciar de le Strofade i Troiani
con tristo annunzio di futuro danno.

Ali hanno late, e colli e visi umani,
piè con artigli, e pennuto ’l gran ventre;
fanno lamenti in su li alberi strani.

Mostri mitologici con corpo da uccelli (grandi ali, piedi artigliati, ventre ricoperto di penne) e volti virginei, le Arpie compaiono già nei poemi antichi, da Omero a Virgilio, cantate come creature infernali dedite a compiere azioni nefande, quale quella di imbrattare col loro sterco le mense troiane nelle isole Strofadi.  
E ’l buon maestro "Prima che più entre,
sappi che se’ nel secondo girone",
mi cominciò a dire, "e sarai mentre

che tu verrai ne l’orribil sabbione.
Però riguarda ben; sì vederai
cose che torrien fede al mio sermone".
Virgilio rende noto a dante il passaggio nel secondo girone dei violenti: dopo quelli che hanno agito contro il prossimo, ecco i violenti contro se stessi e le proprie cose, dunque i suicidi e, a seguire, gli scialacquatori. Quanto a quello che sta per vedere, non basterebbero le parole a descriverlo, ma occorre l'esperienza diretta (sì vederai cose che torrien fede al mio sermone).
Io sentia d’ogne parte trarre guai
e non vedea persona che ’l facesse;
per ch’io tutto smarrito m’arrestai.

Cred’ïo ch’ei credette ch’io credesse
che tante voci uscisser, tra quei bronchi,
da gente che per noi si nascondesse.

L'esperienza indicibile viene quindi subito evocata: l'agens sente da ogni parte provenire lamenti umani, ma non vede nessuno, perciò si blocca in preda allo sconcerto. Un poliptoto (ripetizione della stessa parola con funzione sintattica differente) sul verbo credere veicola ulteriormente il senso di straniamento (tutto è strano in questa foresta infernale) che coglie l'agens, indotto all'inganno di pensare che delle persone siano nascoste fra gli alberi.

Però disse ’l maestro: "Se tu tronchi
qualche fraschetta d’una d’este piante,
li pensier c’ hai si faran tutti monchi".

Allor porsi la mano un poco avante
e colsi un ramicel da un gran pruno;
e ’l tronco suo gridò: "Perché mi schiante?".

Da che fatto fu poi di sangue bruno,
ricominciò a dir: "Perché mi scerpi?
non hai tu spirto di pietade alcuno?

Uomini fummo, e or siam fatti sterpi:
ben dovrebb’esser la tua man più pia,
se state fossimo anime di serpi".

Si sviluppa a partire da qui l'episodio in cui, praticando l'intertestualità nei confronti dell'Eneide virgiliana, Dante riprende e varia l'episodio dello sfortunato figlio di Priamo Polidoro, cantato nel III libro del poema (inviato dal padre, intenzionato a salvarlo dalla guerra, presso il re Polimestore in Tracia, viene proditoriamente ucciso da costui per impadronirsi dei suoi beni). Virgilio, memore di quanto da lui stesso cantato nel proprio poema, suggerisce a Dante di fare una prova diretta di quello a cui non crederebbe si gli venisse solo detto a voce: spezzare uno dei rami.

Come d’un stizzo verde ch’arso sia
da l’un de’ capi, che da l’altro geme
e cigola per vento che va via,

sì de la scheggia rotta usciva insieme
parole e sangue; ond’io lasciai la cima
cadere, e stetti come l’uom che teme.

Come Enea in Tracia, nella foresta dei suicidi Dante spezza il ramo di una pianta e promuove così un evento sconvolgente, senz'altro metafisico, che consiste in un'emottisi (fuoriuscita di sangue) e in un discorso, che proviene dal ramo spezzato e suona per cominciare come un cigolio e un gemito, un suono anch'esso mai udito, che determina lo sconcerto e lo spavento dell'agens, di cui si legge stetti come l'uom che teme. L'intertestualità con Virgilio si nota anche in merito alla reazione dei due personaggi: entrambi sono preda dell'horror sacri, il timore estremo che l'umano prova di fronte alle manifestazioni del sacro o del religioso.

"S’elli avesse potuto creder prima",
rispuose ’l savio mio, "anima lesa,
ciò c’ ha veduto pur con la mia rima,

non averebbe in te la man distesa;
ma la cosa incredibile mi fece
indurlo ad ovra ch’a me stesso pesa.

Ma dilli chi tu fosti, sì che ’n vece
d’alcun’ammenda tua fama rinfreschi
nel mondo sù, dove tornar li lece".

Per consentire al discepolo di riprendersi, interviene Virgilio, che in quanto autore della medesima circostanza narrativa si aspettava il fenomeno. Il dolore inflitto all'anima (di questo si tratta, espresso con anima lesa) si sarebbe potuto risparmiare se Dante fosse stato capace di credere senza provare, ovvero, specifica Virgilio, di prestare fede a quello che lui, il suo maestro, aveva scritto nell'Eneide. Viene così sfiorato il tema scottante (per tutte le epoche) della verità della poesia: i poeti scrivono cose vere? In questo caso, sembra suggerire il testo, la risposta è senz'altro sì. Non si indugia tuttavia su questo tema, ma Virgilio, dopo essersi persino scusato del dolore inflitto col suo suggerimento,  chiede gentilmente all'interlocutore di parlare di sé e di consentire così a Dante di fare ammenda con lui (di farsi perdonare) raccontando sulla terra la verità sul suo conto. Si prepara insomma una rivelazione che l'Autore si premura di presentare come veritiera su quest'anima di suicida trasformata in pianta con la quale l'agens si appresta a parlare. 


E ’l tronco: "Sì col dolce dir m’adeschi,
ch’i’ non posso tacere; e voi non gravi
perch’ïo un poco a ragionar m’inveschi
.

Io son colui che tenni ambo le chiavi
del cor di Federigo, e che le volsi,
serrando e diserrando, sì soavi,

che dal secreto suo quasi ogn’uom tolsi;
fede portai al glorïoso offizio,
tanto ch’i’ ne perde’ li sonni e ’ polsi.

La meretrice che mai da l’ospizio
di Cesare non torse li occhi putti,
morte comune e de le corti vizio,

infiammò contra me li animi tutti;
e li ’nfiammati infiammar sì Augusto,
che ’ lieti onor tornaro in tristi lutti.

L’animo mio, per disdegnoso gusto,
credendo col morir fuggir disdegno,
ingiusto fece me contra me giusto.

Per le nove radici d’esto legno
vi giuro che già mai non ruppi fede
al mio segnor, che fu d’onor sì degno.

E se di voi alcun nel mondo riede,
conforti la memoria mia, che giace
ancor del colpo che ’nvidia le diede".

Il tronco, come lo definisce il poeta che poi s'ingegna a farlo parlare come ci si potrebbe attendere parli una pianta (che a un certo punto giura per le nove radici d'esto legno, ossia per le nuove radici di questa pianta), si presenta come un consigliere segreto di Federico II di Svevia (tenni ambo le chiavi del cor), fedele verso di lui fino alla morte (tanto ch'i né perde' il sonno e i polsi, con riferimento appunto al suicidio: Dante avallerebbe una delle versioni che circolavano sulla morte di quest'anima, che, pur non venendo espressamente nominata, sappiamo essere quella di Pier delle Vigne, ovvero quella d'un suicidio per taglio delle vene). In due terzine, il suicida riassume poi il precipitare degli avvenimenti che hanno reso tragica la sua esistenza: la meretrice che si insedia preferibilmente nelle corti, ovvero l'invidia, ha determinato l'avversione immotivata del sovrano nei suoi riguardi: quelli che erano onori sono diventati per lui tristi lutti. Per non precipitare nel disonore, la morte autoinflitta è poi parsa a lui giusto l'unica scelta, che non esita a definire ingiusta. Quanto poi all'accusa mossagli, persino in inferno è disposto a giurare (appunto sulle radici) di non aver mai tradito il suo signore, che continua a ritenere degno di onor. L'ultima terzina contiene la richiesta rivolta espressamente a Dante di confortare la sua memoria, raccontando la verità su di lui.  

Un poco attese, e poi "Da ch’el si tace",
disse ’l poeta a me, "non perder l’ora;
ma parla, e chiedi a lui, se più ti piace".

Ond’ïo a lui: "Domandal tu ancora
di quel che credi ch’a me satisfaccia;
ch’i’ non potrei, tanta pietà m’accora".


Perciò ricominciò: "Se l’om ti faccia
liberamente ciò che ’l tuo dir priega,
spirito incarcerato, ancor ti piaccia

di dirne come l’anima si lega
in questi nocchi; e dinne, se tu puoi,
s’alcuna mai di tai membra si spiega".

Allor soffiò il tronco forte, e poi
si convertì quel vento in cotal voce:
"Brievemente sarà risposto a voi.

Quando si parte l’anima feroce
dal corpo ond’ella stessa s’è disvelta,
Minòs la manda a la settima foce.

Cade in la selva, e non l’è parte scelta;
ma là dove fortuna la balestra,
quivi germoglia come gran di spelta.

Surge in vermena e in pianta silvestra:
l’Arpie, pascendo poi de le sue foglie,
fanno dolore, e al dolor fenestra.

Come l’altre verrem per nostre spoglie,
ma non però ch’alcuna sen rivesta,
ché non è giusto aver ciò ch’om si toglie.

Qui le strascineremo, e per la mesta
selva saranno i nostri corpi appesi,
ciascuno al prun de l’ombra sua molesta".

Travolto dalla pietà che lo accora, l'agens non riesce a porre domande e affida a Virgilio il compito. Il maestro sceglie di evitare altre evocazioni biografiche e pone una domanda sull'hic et nunc infernale: come avviene che l'anima subisca la metamorfosi in pianta? O, per utilizzare qualcuna delle pregnanti espressioni dantesche, come avviene che uno spirito venga incarcerato in questa innaturale vegetazione? E poi, accade che qualcuno se ne liberi? La ripresa della comunicazione, inizialmente accompagnata dalla citata fuoriuscita di sangue, è preceduta come da un soffio, che poi diventa linguaggio. L'anima racconta che, una volta strappata dal corpo e giunta di fronte a Minosse, questi la destina al settimo cerchio, dove, in un punto a caso, s'interra come fosse un seme, da cui poi germoglia come gran di spelta (chicco di frumento). Le piante che ne derivano sono poi cibo delle Arpie, che accrescono il dolore della metamorfosi subita. Quanto alla reversibilità della condizione, si avrà un'unica occasione in cui le anime prigioniere torneranno sulla terra, dopo il giudizio universale, per recuperare i propri corpi e non riunirsi a essi (ulteriore specifico contrappasso), ma appenderli come abiti dismessi ai rami della loro pianta (nostri corpi appesi ciascun al  prun de l'ombra sua molesta).

Noi eravamo ancora al tronco attesi,
credendo ch’altro ne volesse dire,
quando noi fummo d’un romor sorpresi,

similemente a colui che venire
sente ’l porco e la caccia a la sua posta,
ch’ode le bestie, e le frasche stormire.

Ed ecco due da la sinistra costa,
nudi e graffiati, fuggendo sì forte,
che de la selva rompieno ogne rosta.

Quel dinanzi: "Or accorri, accorri, morte!".
E l’altro, cui pareva tardar troppo,
gridava: "Lano, sì non furo accorte

le gambe tue a le giostre dal Toppo!".
E poi che forse li fallia la lena,
di sé e d’un cespuglio fece un groppo.

Di rietro a loro era la selva piena
di nere cagne, bramose e correnti
come veltri ch’uscisser di catena.

In quel che s’appiattò miser li denti,
e quel dilaceraro a brano a brano;
poi sen portar quelle membra dolenti.

Presemi allor la mia scorta per mano,
e menommi al cespuglio che piangea
per le rotture sanguinenti in vano.

"O Iacopo", dicea, "da Santo Andrea,
che t’è giovato di me fare schermo?
che colpa ho io de la tua vita rea?".

Quando ’l maestro fu sovr’esso fermo,
disse: "Chi fosti, che per tante punte
soffi con sangue doloroso sermo?".

Ed elli a noi: "O anime che giunte
siete a veder lo strazio disonesto
c’ ha le mie fronde sì da me disgiunte,

raccoglietele al piè del tristo cesto.
I’ fui de la città che nel Batista
mutò ’l primo padrone; ond’ei per questo

sempre con l’arte sua la farà trista;
e se non fosse che ’n sul passo d’Arno
rimane ancor di lui alcuna vista,

que’ cittadin che poi la rifondarno
sovra ’l cener che d’Attila rimase,
avrebber fatto lavorare indarno.

Io fei gibetto a me de le mie case".

Il dialogo con Pier delle Vigne si è appena concluso, che la scena si anima all'improvviso, con un esordio che suona biblico, la formula ed ecco, usata nell'antico testo per sottolineare l'irrompere di una situazione inattesa. Il bosco diventa teatro di una scena di caccia all'uomo (che sarà ripresa da Boccaccio nel Decamerone, nella novella di Nastagio degli onesti), con tanto di cagne bramose di azzannare le proprie prede,  come veltri che siano appena stati lasciati liberi dalla catena. A tentare vanamente di sfuggire ai loro morsi due anime nude, che durante la corsa devastano gli arbusti (supplemento di pena per i suicidi): di loro apprendiamo i nomi, dal momento che uno chiama l'altro Lano mentre il secondo verrà chiamato per nome, Iacopo da Santo Andrea, da un arbusto-suicida che si lamenta dello strazio inflittogli nel tentativo (peraltro inutile) di ripararsi dai morsi delle cagne. Con quest'ultimo i due pellegrini si intrattengono ancora in chiusura del canto, inducendolo a raccontare chi sia: un anonimo cittadino della città che cambiò protettore (da Marte a Giovanni Battista), ossia di Firenze, che fe' gibetto  a sé delle sue case, ossia s'impiccò (gibetto è la forca) in casa propria. Chiede loro un atto che sembra pietoso: raccogliere le sue fronde sparpagliate al suolo intorno a lui, facendone un mucchio ai suoi piedi: all'inizio del prossimo canto, vedremo che l'agens non manca di mostrarsi pietoso, in nome della comune cittadinanza.





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