POESIA COMICO REALISTICA
PREMESSA A CARATTERE ETIMOLOGICO
Il termine comico proviene dall'ambito teatrale: la commedia (da cui appunto comico) nasce infatti come genere teatrale in Grecia nel V secolo a. C. e raggiunge immediatamente vertici che per noi si possono riassumere nel nome di Aristofane, vissuto tra il 450 (nacque ad Atene) e il 385 a.C.. Di Aristofane approfitto per ricordare solo il titolo di una commedia, La Pace, nella quale si fa beffe tra l'altro dello spirito guerriero che riscalda gli animi di Ateniesi e Spartani durante la lunghissima (e sanguinosissima) guerra del Peloponneso. Ora però mi interessa il comico di epoca medievale, e allora devo concentrarmi sull'etimologia di questa parola, che nasce con il genere teatrale di cui sopra. Comodia, appunto dal greco, significava canto (odé) del festino (còmos), ed era una rappresentazione teatrale caratterizzata da uno stile basso (comico e basso infatti corrispondono nella teoria degli stili), comprensivo di termini volgari e di turpiloquio, volto a far ridere, con personaggi del popolo e una trama che si sviluppava a partire da una situazione negativa e complicata per evolvere in direzione di un lieto fine. La commedia greca antica, quella di Aristofane, aveva inoltre spesso contenuti politici in coerenza col fatto di essersi sviluppata particolarmente (benché non solo) all'interno della polis Atene. La commedia continua poi a svilupparsi nei secoli successivi in Grecia e passa quindi a Roma raggiungendo i suoi vertici nel II secolo a. C., prima con Plauto (un comico puro, nel senso di di essere particolarmente votato al riso) e poi con Terenzio (un comico pensoso, che mira soprattutto a far riflettere). Un elemento di continuità, pur nella differenza di contenuti e di ispirazioni riconoscibile nel passaggio dal mondo greco a quello latino, è rappresentato sempre dallo stile: il comico è caratterizzato da una coerenza fra forma e contenuto (prerogativa degli stili in genere) secondo cui a contenuto basso corrisponde linguaggio basso. I temi, quindi, devono essere tratti dalla vita materiale, quotidiana, riferirsi preferibilmente alla dimensione fisica, corporea, volgare. All'opposto del comico si colloca, sempre nella teoria degli stili, il tragico, che può essere utile alla concettualizzazione del primo delineare essenzialmente: deriva da tragedia (dal greco odé unito questa volta a tràgos che significa capro, con riferimento a una possibile origine della tragedia dai canti in onore del dio caprone ovvero Dioniso), la forma teatrale che utilizza un linguaggio alto, raffinato, sceglie come protagonisti degli eroi o eroine che appartengono a classi elevate, ha un inizio complicato ed evolve in modo negativo fino alla morte dei soggetti coinvolti nella storia. Così come per la commedia, il nome del tragediografo per noi rappresentativo è uno solo: Sofocle che, nel V secolo, scrive, tra l'altro, l'Edipo re. La tragedia tratta tematiche esistenziali e politiche, assumendo spesso toni filosofici sia con Sofocle sia con autori successivi, anche romani (Seneca, per esempio, nel I secolo d.C.). Ho così delineato i due estremi degli stili, tralasciandone uno (quello elegiaco che è lo stile di mezzo o mediano), ma ora torniamo al comico o basso, per iniziare a conoscere alcuni rappresentanti medievali di poesia comico-realistica.
L'ASSOCIAZIONE DI COMICO E REALISTICO
La poesia comica, servendoci ora di quanto appreso in merito alla sua origine dalla commedia, è naturalmente associata al realismo: si nutre di realtà e di popolo, di gente qualsiasi, arrivando a compiacersi (col fine di produrre il riso) di temi scabrosi, materici, volgari. Nel farlo, ovvero nel compiacersi, il comico-realistico può volgere anche in direzioni iperboliche e fantastiche, come aveva già insegnato a fare Aristofane, che proprio nella commedia sopra citata, La Pace, s'inventa un gigantesco scarabeo stercorario che funge per il contadino Trigeo da magica cavalcatura (sorta di Pegaso parodizzato) fino all'Olimpo. In epoca medievale le prime espressioni di poesia comico-realistica risalgono al XII-XIII secolo, esprimendosi in quella che si definisce poesia goliardica e utilizzando il latino. Si sviluppa in ambienti di chierici e universitari (spesso figure coincidenti) scegliendo come argomenti la triade donne, denaro (gioco d'azzardo), vino e usando uno stile ridanciano, irriverente, eccessivo. La raccolta, i Carmina burana (XIII secolo), è senz'altro la più completa e celebre, anche in virtù della versione musicale novecentesca realizzata da Carl Orff.
Al filone di questa poesia appartengono però singoli autori, di cui si conoscono i nomi e, in alcuni casi, anche un abbozzo di biografia. Senza contare che anche autori per così dire seri come Dante Alighieri si sono dedicati a scrivere componimenti in stile comico realistico. Dante, in particolare, era tra l'altro uno sperimentatore di stili (non sarebbe riuscito a scrivere la Divina commedia se non lo fosse stato, dato che proprio questo poema è una vera e propria summa di stili differenti, compreso quello comico-realistico), e nella breve carrellata di esempi che ora propongo figura anche un suo contributo. Seguo però un ordine cronologico, accompagnando il discorso a riferimenti al libro di testo. A p. 166 si trova la prima parte di Rosa fresca aulentissima di Cielo d'Alcamo (in tutto sono 160 versi suddivisi in 32 strofe). Al nome è impossibile associare un profilo biografico: compare infatti in un manoscritto rinascimentale, e sicuramente il componimento risale all'ambiente siciliano (Cielo è un diminutivo di Michele e Alcamo è una citta siciliana, ma soprattutto nel testo sono presenti termini riconducibili al volgare illustre siciliano). A noi interessa in quanto si tratta di una forma denominata contrasto, che propone una scena evocata con intenti al contempo realistici e giocosi, avendo come protagonisti un uomo e una donna, con il primo che cerca di sedurre la seconda, questa che minaccia di chiamare i suoi parenti a difendersi, e lui che alla fine la convince, giurando sul Vangelo. Riporto di seguito i versi finali.
Ben sazzo, l’arma dòleti, com’omo ch’ave arsura.
Esto fatto non pòtesi per null’altra misura:
se non ha’ le Vangel[ï]e, che mo ti dico ’Jura’,
avere me non puoi in tua podesta;
intanti pren[n]i e tagliami la testa».
«Le Vangel[ï]e, càrama? ch’io le porto in seno:
a lo mostero présile (non ci era lo patrino).
Sovr’esto libro júroti mai non ti vegno meno.
Arcompli mi’ talento in caritate,
ché l’arma me ne sta in sut[t]ilitate».
«Meo sire, poi juràstimi, eo tut[t]a quanta incenno.
Sono a la tua presenz[ï]a, da voi non mi difenno.
S’eo minespreso àjoti, merzé, a voi m’arenno.
A lo letto ne gimo a la bon’ora,
ché chissa cosa n’è data in ventura».
Versione in prosa
Lo so bene, l'anima ti duole come un uomo che ha sete. Questa cosa non si può realizzare in nessun altro modo: se non hai il Vangelo affinché io dica "Giura", non puoi avermi in tuo potere; piuttosto prendimi e tagliami la testa».
«Il Vangelo, mia cara? Io lo porto in tasca: l'ho rubato in chiesa (il prete non c'era). Su questo libro ti giuro di non tradirti mai. Esaudisci il mio desiderio, per favore, poiché l'anima mi si sta consumando».
«Mio signore, poiché hai giurato, io sono tutta un fuoco. Mi offro a te, non mi difendo più da voi. Se ti ho disprezzato, [ti chiedo] perdono, mi arrendo a voi. Andiamo subito a letto, poiché questa cosa ci è stata assegnata dalla sorte».
Passiamo subito ora all'esempio dantesco, che richiede una breve contestualizzazione. Trattando lo stilnovismo, ho sottolineato il fatto che si trattasse di una sorta di confraternita letteraria, un circolo poetico, composto da persone anche amiche fra loro. A riprova di questo, i riferimenti gli uni agli altri che si possono rintracciare in componimenti dedicati, per esempio, all'amicizia (celebre, a questo proposito, il sonetto dantesco Guido, i' vorrei che tu e Lapo ed io, p. 238). Nell'ambito della sperimentazione dantesca in direzione della poesia comico realistica, faccio riferimento alla Tenzone con Forese Donati, una sezione delle Rime dantesche che comprende sei sonetti accoppiati comprendenti ogni volta un attacco di Dante e una risposta di Forese. Tenzone significa combattimento e il termine spiega già l'essenza della composizione poetica: si tratta di uno scambio di battute reciproche, volutamente offensive, che si avvalgono di feroci insinuazioni nei riguardi dell'altro. Un esercizio di stile, soprattutto, che pone però agli interpreti non pochi problemi d'intendimento (alcune allusioni ci sfuggono). Aggiungo qualche dettaglio. La tenzone risale alla giovinezza fiorentina di Dante: Forese Donati era fratello di Corso, capo dei Guelfi Neri, parte avversa a quella di Dante. Nella tenzone, però, i due giovani scherzano da amici, senza alcuna allusione alle diverse posizioni politiche. Trent’anni dopo, Dante incontrerà Forese tra i golosi del canto XXIII del Purgatorio, e insieme ricorderanno gli anni trascorsi a Firenze. La comicità della tenzone è data dall’estremo realismo, rimarcato a livello di scelte lessicali, dalla stretta aderenza alle cose e alle persone della Firenze del tempo, che rende però appunto particolarmente ostica la lettura. Tema centrale della tenzone è la povertà, ma tra le accuse reciproche c’è l’impotenza sessuale, la gola, il ladrocinio, la codardia. Riporto qui il primo sonetto, concepito da Dante, che scrive
La moglie di Forese, Nella Donati, non è in buona salute. A sentirla tossire, si penserebbe addirittura che abbia passato l’inverno fra i ghiacci. Persino ad agosto la poverina ha il raffreddore; ci si immagini quindi un po’ come starà nei mesi più freddi! Per via della coperta troppo corta, dormire con le calze pesanti non le serve a nulla. E tuttavia, rivela Dante, la vera causa dei suoi mali è la poca attività sessuale. La madre si lamenta dell’infelice condizione della figlia, tanto più che, con poca spesa, avrebbe potuto farla sposare a un ricco esponente della casa dei conti Guidi. Fino al verso 11, dunque, Dante accusa Forese di impotenza, ma è negli ultimi tre versi del sonetto che si rivela la vera accusa della tenzone: quella di povertà. Stilisticamente, notiamo la presenza di un tipico esordio comico espresso attraverso l'appello all'uditorio (chi udisse), così come comica è l'inversione del soprannome per il nome (Bicci vocato Forese). Al v. 5 (la truovi), il poeta si rivolge a un ipotetico tu, altro stilema comico, che coinvolge nel testo un lettore/ascoltatore qualunque. Il verso 8 non è chiarissimo: Dante scrive che la coperta di Nella è cortonese e letteralmente, il termine vale semplicemente “di cortona”, ma è sotteso un gioco di parole: la coperta di Nella è troppo corta, e quindi non basta a coprirla e “coprire” è termine che indica l’atto sessuale; anche la “calza” è un nome dell’organo sessuale femminile, in linguaggio burlesco. Attraverso doppi sensi, quindi, l’allusione va all’impotenza di Forese. L’immagine del nido in difetto è funzionale a questa accusa: nella medicina medievale, si riteneva che l’attività sessuale fosse salutare, in quanto contribuiva, soprattutto per le donne, a riequilibrare gli umori: il cattivo stato di salute di Nella, quindi, era dovuto a questa mancanza. In Purg XXIII Dante mette in bocca a Forese un elogio della moglie. Molti commentatori credono che rappresentando Nella come donna onesta, in contrapposizione alle fiorentine degeneri, il poeta avesse voluto fare ammenda di quanto di lei aveva scritto nel sonetto giovanile, ma in tal modo si attribuirebbero troppa importanza e serietà a quella che per i due amici sarà stata piuttosto un’occasione di divertimento e, continuo a sottolineare, un esercizio di stile.
L'ultimo poeta realistico-giocoso di cui ci occupiamo è Cecco Angiolieri, libro di testo pp. 171 - 175
Commenti
Posta un commento