MARCO POLO - L'ARTE DI VIAGGIARE (lezione per tutti)
L’ARTE DI VIAGGIARE
Viaggiare può diventare un’arte, non solo nel senso che dal viaggio scaturiscano ispirazioni per l’artista che voglia e sappia tradurle nel suo linguaggio, ma anche in quello che il viaggio in sé rappresenti un’esperienza artistica. A tale proposito abbiamo anche a disposizione, nel nostro immaginario, di un suggestivo archetipo letterario dell’uomo viaggiatore: Ulisse, al quale si affiancano Giasone e gli Argonauti, Enea, i cavalieri erranti di tanti miti cavallereschi, i clerici vaganti di tradizione medievale e, non ultimo, il veneziano Marco Polo, rampollo di una famiglia di mercanti, partito all’età di diciassette anni per la prima volta con il padre e con lo zio alla volta del Celeste Impero governato all’epoca dal Kublai Kahn.
Le prospettive del viaggiatore cambiano, è abbastanza ovvio ma non trascurabile, a seconda del contesto, dell’epoca in cui si colloca il suo viaggiare. Ma non basta: altre variabili da tenere presenti sono le ragioni del viaggiare, gli obiettivi, la possibilità di accedere al viaggio fornite dall’epoca e molto altro ancora. Proviamo allora a contestualizzare il viaggio di cui stiamo per occuparci, quello di Marco Polo alla fine del 1200, più o meno nello stesso periodo in cui Dante vive il suo esilio perpetuo da Firenze, costretto a sua volta a viaggiare di corte in corte per trovare ospitalità, e intento a scrivere di un viaggio metafisico nei regni ultraterreni. In quel preciso periodo, dato che con Marco Polo dobbiamo occuparci di viaggi sulla Terra, è interessante sapere quali fossero le fonti per conoscere il mondo (sia che uno si accingesse a mettersi in viaggio o non intendesse proprio farlo): a dominare la scena degli aspiranti conoscitori della geografia terrestre è il Commento sull’Apocalisse dello spagnolo Beato de Liébana, che rappresenta l’opera di maggior credito in questo ambito nel periodo compreso fra età carolingia e XIII secolo. La carta geografica che si ottiene dalla lettura del trattato di Beato vede Europa, Asia, Africa e Antipodi collegate dal Mare Magnum o Oceano che dà vita a tutti i mari della terra e risulta punteggiato da varie isole, reali e non, che comprendono le Isole Fortunate, l’Irlanda, la Gran Bretagna, Thule.
Mi limito a constatare che risulta anche solo da questo dato un’evidente inettitudine (che definisco qui occidentale) a definire in modo chiaro i propri confini e a riconoscere quelli degli altri, ai quali si accompagna una chiara volontà di porsi al centro del mondo. Si tratta però di un vizio diffuso e condiviso ampiamente e da tempo: basti pensare che sul fronte orientale una medesima tendenza si nota da parte cinese, vista le denominazione data al proprio territorio detto, oltre che celeste impero, impero centrale.
Dopo aver brevemente accennato a quello che si sa, o meglio, che non si sa del mondo di là da confini territoriali ristretti, ma anche a una disposizione alla fantasticheria in merito a quello che oltrepassa i limiti di una possibilità di controllo territoriale diretto, passiamo a un breve ritratto di Marco Polo.
Nasce a Venezia nel 1254, figlio di una ricca famiglia di mercanti: negli anni intorno alla sua nascita, il padre Niccolò e lo zio Matteo intraprendono un viaggio a scopo di allacciare rapporti commerciali in oriente, stabilendosi prima a Costantinopoli e poi in Crimea. Già in questo viaggio i fratelli Polo si recano fino alla corte del grande Qubilai (1265), ottenendo privilegi e forse la nobiltà mongola da questo sovrano responsabile dell’unificazione della Cina. Ritornati nel 1269, ripartono per la Cina con Marco diciassettenne nel 1271, arrivando alla corte di Qubilai Kahn nel 1275. Marco, dopo aver assolto alcune importanti mansioni di controllo dei territori del reame, viene ufficialmente legato al re con il titolo di “messere” divenendo l’informatore e ambasciatore personale del sovrano presso tutti i popoli dell’impero, visitandolo in numerose, lunghe ambascerie. Il ritorno via mare, iniziato nel 1292, si conclude nel 1295, anno in cui, durante una battaglia navale tra veneziani e genovesi, Marco viene fatto prigioniero. Nelle carceri genovesi trova come compagno lo scrittore Rustichello da Pisa, a cui detta il resoconto del suo viaggio, inizialmente intitolato Le Divisament du Monde, e redatto in lingua franco-italiana.
Liberato nel 1299, al ritorno nella città lagunare Marco si sposa e ha tre figlie; si occupa poi fino alla morte, avvenuta nel 1324, di commercio e della diffusione del suo libro in lingua volgare, denominato Milione dal soprannome di famiglia, a sua volta derivato dal nome dell’antenato dei Polo, Emilione.
Da questa pur scarna biografia emerge, per cominciare, un dato suggestivo: il Milione di Marco Polo, diario di un viaggio che persino noi oggi, abituati a una mobilità decisamente facilitata da mezzi di trasporto velocissimi, riteniamo lunghissimo ed esteso nello spazio e nel tempo, nasce nell'angustia di una cella. Il mercante, fatto prigioniero durante la guerra fra Genova e Venezia del 1298, lo detta a Rustichello da Pisa, autore di storie cavalleresche in lingua d’oil, che dal veneziano del suo compagno di cella lo traduce come Livre des merveilles du monde. Seguono quasi subito traduzioni in svariati volgari, tra cui il toscano, e la diffusione col titolo di Milione, il soprannome con cui la famiglia Polo si distingueva da altri Polo veneziani. Dalle meraviglie, che riconducono a una percezione dell’oltre confine come di una terra dove accadono eventi fantastici e vivono esseri analogamente inimmaginabili, si passa a un resoconto degno di uno abituato, per vocazione familiare, a occuparsi di questioni del tutto concrete e reali come i commerci: in effetti, con quest’opera Marco Polo rese già nella sua epoca (e per i lettori di allora) l’Oriente un’entità reale e non solo mitica, aprendo inoltre un primo tracciato per future esplorazioni.
L’allusione alle future esplorazioni induce occuparsi del percorso compiuto dal veneziano, che quindi non possiamo che seguire attraverso una mappa, per poi occuparci dell’incipit del testo, la cui analisi fornisce ulteriori interessanti indicazioni sullo spirito dell’autore e, almeno in una certa misura, persino sulle sue intenzioni comunicative.
da Il Milione di Marco Polo, Prologo
Signori imperadori, re e duci e tutte altre genti che volete sapere le diverse generazioni delle genti e le diversità delle regioni del mondo, leggete questo libro dove le troverrete tutte le grandissime maraviglie e gran diversitadi delle genti d’Erminia, di Persia e di Tarteria, d’India e di molte altre province. E questo vi conterà il libro ordinatamente siccome messere Marco Polo, savio e nobile cittadino di Vinegia, le conta in questo libro e egli medesimo le vide. Ma ancora v’à di quelle cose le quali elli non vide, ma udille da persone degne di fede, e però le cose vedute dirà di veduta e l’altre per udita, acciò che ‘l nostro libro sia veritieri e sanza niuna menzogna.
Ma io voglio che voi sappiate che poi che Iddio fece Adam nostro primo padre insino al dí d’oggi, né cristiano né pagano, saracino o tartero, né niuno uomo di niuna generazione non vide né cercò tante maravigliose cose del mondo come fece messer Marco Polo. E però disse infra se medesimo che troppo sarebbe grande male s’egli non mettesse in iscritto tutte le maraviglie ch’egli à vedute, perché chi non le sa l’appari per questo libro.
E sí vi dico ched egli dimorò in que’ paesi bene trentasei anni; lo quale poi, stando nella prigione di Genova, fece mettere in iscritto tutte queste cose a messere Rustico da Pisa, lo quale era preso in quelle medesime carcere ne gli anni di Cristo 1298.
Vale davvero la pena soffermarsi su questa accattivante, quasi pubblicitario, prologo del diario noto come Milione. L’iterato ricorso al termine diverso, diversitade nelle prime righe rispecchia la percezione di una varietà tra le caratteristiche dell’umano che sembra fondare uno spirito per così dire moderno, nel senso di predisposto a confrontarsi con l’altro senza pregiudizi, ovvero senza partire dal presupposto che esista una norma rispetto alla quale ogni variazione rappresenti un’anomalia, piuttosto che, appunto, una differenza naturale (o culturale, ma la distinzione non poteva essere così determinata all’epoca di Marco). Analogamente insistita e precisata è la volontà di risultate veritiero, nel senso soprattutto di credibile, grazie al supporto offerto da una testimonianza diretta (si ripromette di raccontare esattamente quello che ha visto) e, quando indiretta, comunque controllata e conforme al principio della credibilità. Come non avvertire, inoltre, la preoccupazione del mercante di presentare la propria mercanzia come la migliore: in questo caso in armonia con un proponimento che sembra affondare le sue radici anche in una sorta di afflato generoso verso un generico e indistinto pubblico, meritevole di condividere la conoscenza di quello che Marco Polo, primo e unico al mondo, ha avuto il privilegio di vedere e udire, nonché trasmettere a futura memoria. In questo preambolo sono quindi preannunciate due linee guida del Milione, due tracce che il lettore anche odierno può decidere di seguire con diversa curiosità: la prima conduce nella direzione del fantastico puro, la seconda del realismo documentaristico. Di sicuro Italo Calvino, nelle sue Città invisibili ha colto l’occasione offertagli dal veneziano di calcare la prima direzione, ponendo al centro delle conversazioni fra Marco e Kubilai una rete infinitamente replicabile di città dell’anima, i cui orizzonti dilatati nello spazio e nel tempo sono la più eloquente dimostrazione del fatto che gli esseri umani sono ancestralmente e permanentemente predisposti a riconoscere i confini solo per poterli superare.
Dal libro di testo: Marco Polo, pp. 193-195 (vita e passo su carta moneta)
Approfondimenti: mappae mundi; il mostruoso oltre i confini
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