CANTO X INFERNO

 Ora sen va per un secreto calle,

tra ’l muro de la terra e li martìri,
lo mio maestro, e io dopo le spalle.

"O virtù somma, che per li empi giri
mi volvi", cominciai, "com’a te piace,
parlami, e sodisfammi a’ miei disiri.

La gente che per li sepolcri giace
potrebbesi veder? già son levati
tutt’i coperchi, e nessun guardia face".

E quelli a me: "Tutti saran serrati
quando di Iosafàt qui torneranno
coi corpi che là sù hanno lasciati.

Suo cimitero da questa parte hanno
con Epicuro tutti suoi seguaci,
che l’anima col corpo morta fanno.

Però a la dimanda che mi faci
quinc’entro satisfatto sarà tosto,
e al disio ancor che tu mi taci".

E io: "Buon duca, non tegno riposto
a te mio cuor se non per dicer poco,
e tu m’ hai non pur mo a ciò disposto".
Di là dalle mura della città di Dite, che Dante e Virgilio hanno potuto superare solo grazie all'intervento dell'angelo inviato da Dio, si spalanca per cominciare una pianura che è un sepolcreto,  un cimitero di tombe scoperchiate e in fiamme. I due pellegrini percorrono un sentiero (calle), l'agens segue la sua guida, e intanto conversano. L'argomento è il paesaggio e, connesso con questo, i peccatori che vi si trovano. Dante chiede se si possano vedere coloro che sono all'interno dei sepolcri, i quali risultano appunto scoperchiati,  e Virgilio risponde con un'informazione aggiuntiva: si possono vedere per ora, dato che dopo il giudizio universale (cui allude con l'espressione di Iosafat qui torneranno) verranno serrati, anime e corpi ormai congiunti. Quanto alla categoria di peccatori, il maestro nomina solamente i seguaci di Epicuro, ai quali si addice particolarmente il contrappasso ormai delineato: nella vulgata cristiana gli epicurei  coincidevano con coloro che negavano, da una prospettiva materialistica, la sopravvivenza dell'anima, destinata a disgregarsi a livello atomico esattamente come il corpo. Il loro contrappasso analogico prevede quindi che si realizzi, per loro, quello che avevano erroneamente creduto, ovvero che vengano rinchiusi per l'eternità (anima e corpo) nella tomba, sorta di annientamento consapevole e perciò particolarmente penoso. Al termine della sua spiegazione Virgilio allude a una domanda di Dante che sarà poi soddisfatta, pur non essendo stata espressa, rimarcando quindi il fatto di riuscire a leggere nell'anima del suo discepolo più di quanto non riesca a essere espresso verbalmente da lui. La spiegazione che Dante subito offre per la propria ritrosia a domandare è che teme (com'è stato abituato da Virgilio) di dire qualcosa di troppo e di vano.

"O Tosco che per la città del foco
vivo ten vai così parlando onesto,
piacciati di restare in questo loco.

La tua loquela ti fa manifesto
di quella nobil patrïa natio,
a la qual forse fui troppo molesto".

Subitamente questo suono uscìo
d’una de l’arche; però m’accostai,
temendo, un poco più al duca mio.

Ed el mi disse: "Volgiti! Che fai?
Vedi là Farinata che s’è dritto:
da la cintola in sù tutto ’l vedrai".

Io avea già il mio viso nel suo fitto;
ed el s’ergea col petto e con la fronte
com’avesse l’inferno a gran dispitto.


E l’animose man del duca e pronte
mi pinser tra le sepulture a lui,
dicendo: "Le parole tue sien conte".
Il dialogo fra i due pellegrini è interrotto da quella che, per cominciare, risuona come come una voce imperiosa (O Tosco), violenta come uno scoppio. La voce comunica un riconoscimento immediato, passato attraverso la parola: Dante, dalla parlata, risulta essere senza ombra di dubbio un toscano. In più, la voce è consapevole che sia vivo, e approfitta anche per fornire il primo indizio su se stesso: qualcuno che è stato troppo molesto a quella che definisce nobil patria ovvero naturalmente Firenze. Dato che Dante è timoroso, è Virgilio a sospingerlo in direzione di quello che lui stesso si premura di nominare: Farinata, che s'è dritto,  ed è visibile dalla cintola in su; inoltre, annota poco oltre l'auctor, s’ergea col petto e con la fronte com’avesse l’inferno a gran dispitto. Di qui l'esortazione a scegliere bene le parole per parlare con lui (sien conte, ovvero misurate)

Com’io al piè de la sua tomba fui,
guardommi un poco, e poi, quasi sdegnoso,
mi dimandò: "Chi fuor li maggior tui?".

Io ch’era d’ubidir disideroso,
non gliel celai, ma tutto gliel’apersi;
ond’ei levò le ciglia un poco in suso;

poi disse: "Fieramente furo avversi
a me e a miei primi e a mia parte,
sì che per due fïate li dispersi".

"S’ei fur cacciati, ei tornar d’ogne parte",
rispuos’io lui, "l’una e l’altra fïata;
ma i vostri non appreser ben quell’arte".


Allor surse a la vista scoperchiata
un’ombra, lungo questa, infino al mento:
credo che s’era in ginocchie levata.

Dintorno mi guardò, come talento
avesse di veder s’altri era meco;
e poi che ’l sospecciar fu tutto spento,

piangendo disse: "Se per questo cieco
carcere vai per altezza d’ingegno,
mio figlio ov’è? e perché non è teco?".

E io a lui: "Da me stesso non vegno:
colui ch’attende là, per qui mi mena
forse cui Guido vostro ebbe a disdegno".

Le sue parole e ’l modo de la pena
m’avean di costui già letto il nome;
però fu la risposta così piena.

Di sùbito drizzato gridò: "Come?
dicesti "elli ebbe"? non viv’elli ancora?
non fiere li occhi suoi lo dolce lume?".

Quando s’accorse d’alcuna dimora
ch’io facëa dinanzi a la risposta,
supin ricadde e più non parve fora.

Ma quell’altro magnanimo, a cui posta
restato m’era, non mutò aspetto,
né mosse collo, né piegò sua costa;

e sé continüando al primo detto,
"S’elli han quell’arte", disse, "male appresa,
ciò mi tormenta più che questo letto.

Ma non cinquanta volte fia raccesa
la faccia de la donna che qui regge,
che tu saprai quanto quell’arte pesa.

E se tu mai nel dolce mondo regge,
dimmi: perché quel popolo è sì empio
incontr’a’ miei in ciascuna sua legge?".

Ond’io a lui: "Lo strazio e ’l grande scempio
che fece l’Arbia colorata in rosso,
tal orazion fa far nel nostro tempio".

Poi ch’ebbe sospirando il capo mosso,
"A ciò non fu’ io sol", disse, "né certo
sanza cagion con li altri sarei mosso.

Ma fu’ io solo, là dove sofferto
fu per ciascun di tòrre via Fiorenza,
colui che la difesi a viso aperto".

"Deh, se riposi mai vostra semenza",
prega’ io lui, "solvetemi quel nodo
che qui ha ’nviluppata mia sentenza.

El par che voi veggiate, se ben odo,
dinanzi quel che ’l tempo seco adduce,
e nel presente tenete altro modo".

"Noi veggiam, come quei c’ ha mala luce,
le cose", disse, "che ne son lontano;
cotanto ancor ne splende il sommo duce.

Quando s’appressano o son, tutto è vano
nostro intelletto; e s’altri non ci apporta,
nulla sapem di vostro stato umano.

Però comprender puoi che tutta morta
fia nostra conoscenza da quel punto
che del futuro fia chiusa la porta".

Allor, come di mia colpa compunto,
dissi: "Or direte dunque a quel caduto
che ’l suo nato è co’ vivi ancor congiunto;

e s’i’ fui, dianzi, a la risposta muto,
fate i saper che ’l fei perché pensava
già ne l’error che m’avete soluto".

E già ’l maestro mio mi richiamava;
per ch’i’ pregai lo spirto più avaccio
che mi dicesse chi con lu’ istava.

Dissemi: "Qui con più di mille giaccio:
qua dentro è ’l secondo Federico
e ’l Cardinale; e de li altri mi taccio".

Indi s’ascose; e io inver’ l’antico
poeta volsi i passi, ripensando
a quel parlar che mi parea nemico.

Elli si mosse; e poi, così andando,
mi disse: "Perché se’ tu sì smarrito?".
E io li sodisfeci al suo dimando.

"La mente tua conservi quel ch’udito
hai contra te", mi comandò quel saggio;
"e ora attendi qui", e drizzò ’l dito:

"quando sarai dinanzi al dolce raggio
di quella il cui bell’occhio tutto vede,
da lei saprai di tua vita il vïaggio".

Appresso mosse a man sinistra il piede:
lasciammo il muro e gimmo inver’ lo mezzo
per un sentier ch’a una valle fiede,

che ’nfin là sù facea spiacer suo lezzo.

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