LIRICA AMOROSA - DALL'AMOR CORTESE ALLO STILNOVISMO

Le origini della poesia d’amore affondano nel mondo antico (dalla greca Saffo nel VII secolo a. C. ai poeti latini Catullo, Properzio, Ovidio nel I secolo a.C. per citare solo quelli a voi già noti), ma essa fiorisce, abbiamo visto di recente, nel contesto del genere romanzo cortese cavalleresco, di cui abbiamo conosciuto l’esempio di Lancillotto o il cavaliere della carretta. La poesia di Chrétien de Troyesche canta l’amore fra la regina Ginevra e il cavaliere di re Artù Lancillotto, è già utile a delineare un sistema di valori al quale si rifanno, differenziandosi come vedremo fra loro, i poeti di cui ci occupiamo oggi 

Poesiprovenzale della Francia meridionale in lingua d’oc nel XII secolo: il trattato di Andrea Cappellano 

Questi poeti sono conosciuti come trovatori, talora cantano in pubblico, accompagnati dalla musica quindi, le  loro composizioni, oppure le affidano ai giullari. Il loro tema prediletto è appunto l’amore, che coincide con l’amor cortese, per la cui delineazione (oltre a servirci pur sempre di Lancillotto) abbiamo a disposizione un trattato, redatto da Andrea Cappellano  in lingua latina, intitolato De amore (1185). Andrea Cappellano presenta l’amore come naturale, ovvero come forza della natura che supera qualsiasi vincolo di tipo sociale e convenzionale. Di qui il fatto che si collochi al di fuori del vincolo matrimoniale, che rappresenti un vertice di realizzazione individuale e che (modellandosi sotto questo profilo sulla società feudale) si manifesti come un servizio reso da un cavaliere alla donna amata. L’amore inoltre si accompagna e associa alla cortesiala virtù specifica delle corti, che contribuisce ad affinare e senza la quale non può sussistere. Per quanto in parte associato alla vita di corte, l’amore teorizzato da Andrea Cappellano non si esaurisce alla sola espressione in quel contesto, dato che nell’arco dei tre libri l’autore dimostra che la potenza naturale dell’amore è tale da consentire la sua manifestazione in cuori umani che non sono originariamente appartenenti a una classe sociale (la nobiltà, la corte), così come può accadere che persone di alto lignaggio non siano predisposti all’amore cortese. Dunque già in Andrea Cappellano e nei poeti provenzali si rintraccia l’idea, che avrà grande sviluppo nella poesia amorosa del XIII secolo nell’area italiana, secondo cui la gentilezza del cuore non dipende dallo status sociale ed economico. Il cuore gentile è l’unico elemento di distinzione fra esseri umani, per quanto riguarda la possibilità di provare o meno l’amore.  

Scuola siciliana 

Imitatori dei trovatori e della poesia trobadorica, i poeti siciliani scrivono in lingua del sì, precisamente in siciliano illustre e vengono poi tradotti da poeti della scuola toscana (sono le principali redazioni di cui ci serviamo tuttora per la scuola). Costituiscono una vera e propria scuola poetica attiva sotto Federico II di Svevia, fra il 1230 e il 1250, di cui sono per lo più funzionari. Tra loro, Pier delle Vigne, che incontreremo presto nell’inferno dantesco, nel XIII canto. Cantano l’amor cortese in forme che contribuiscono anche loro a rendere convenzionali: l’amore è una forza incontrastabile che riempie il cuore dell’innamorato, lo induce a una fedeltà eterna addirittura (si intuisce) prescindere dalla corresponsione; è un amore generoso oltre ogni limite, che qualche volta si manifesta come amore da lontano (addirittura scaturito dalla sola visione di un ritratto o dalla fama di bellezza). I poeti siciliani sono virtuosi della lingua, dal momento che sono i primi a forgiare immagini e espressioni in volgare del sì che diano espressione al sentimento di cui stiamo trattando. L’unico esempio per noi è Iacopo da Lentini, inventore della forma sonetto, con Amor è uno desio, p. 133, e   con Io m’aggio posto in core a Dio servire, p. 135, che qui riporto e commento.  

Amore è uno desi[o] che ven da’ core 
per abondanza di gran piacimento; 
e li occhi in prima genera[n] l’amore 
e lo core li dà nutricamento. 
 
Ben è alcuna fiata om amatore 
senza vedere so ’namoramento, 
ma quell’amor che stringe con furore 
da la vista de li occhi ha nas[ci]mento: 
 
ché li occhi rapresenta[n] a lo core 
d’onni cosa che veden bono e rio 
com’è formata natural[e]mente; 
 
e lo cor, che di zo è concepitore, 
imagina, e [li] piace quel desio: 
e questo amore regna fra la gente. 
 

L'amore è un desiderio che proviene dal cuore per abbondanza di grande bellezza; e gli occhi in primo luogo generano l'amore, mentre il cuore gli dà nutrimento [lo alimenta]. 
 
Può accadere talvolta che uno si innamori senza vedere l'oggetto del proprio sentimento, ma quell'amore che stringe con forza è quello che nasce dalla vista degli occhi: infatti gli occhi raffigurano al cuore la bontà e la cattiveria di ogni cosa che vedono, come essa è formata in modo naturale; 
 
 
e il cuore, che concepisce questo, immagina, e quel desiderio gli piace: e questo amore è quello che regna fra la gente. 

TESTO 


 Io m’aggio posto in core a Dio servire, 
com’io potesse gire in paradiso, 
al santo loco, c’aggio audito dire, 
o’ si mantien sollazo, gioco e riso. 


Sanza mia donna non vi voria gire, 
quella c’à blonda testa e claro viso, 
che sanza lei non poteria gaudere, 
estando da la mia donna diviso. 


Ma non lo dico a tale intendimento, 
perch’io pecato ci volesse fare; 
se non veder lo suo bel portamento

 

lo bel viso e ’l morbido sguardare: 

che·l mi teria in gran consolamento, 
veggendo la mia donna in ghiora stare. 


 

Il dolce stil novo 

Per presentare la poesia del dolce stil novo mi servo di Dante. Precisamente della sua opera giovanile, e comunque precedente la stesura della Divina commedia, che anzi proprio quest’opera preannunzia: la  Vita nuova. Essa è la prima opera di attribuzione certa a Dante, scritta, si pensa, tra il 1293 ed il 1295, ma concepita anche prima (forse addirittura intorno al 1283, da un Dante diciottenne). Si tratta di un prosìmetro   nel quale sono inserite 31 liriche (25 sonetti, 1 ballata, 5 canzoni) e 42 capitoli. 

 Rendere eterno l’amore, assolutizzarlo: questo è il progetto di Dante. E a concorrere alla sua realizzazione un mezzo, la parola, precisamente quella lingua del sì che è il volgare fiorentino di fine Duecento.   In una prima fase l’amore non è assoluto: domanda, attende ricompense, anche se “solo” spirituali; poi, dopo la morte, si alimenta solo di sé.   Dal punto di vista sia formale sia contenutistico l’opera è influenzata dal De consolatione philosophiae di Boezio, con cui condivide tra l’altro la struttura composita, ovvero la scelta del prosìmetro; altre influenze provengono dalla lirica provenzale, dalla siciliana, dalla scuola toscana (che ho citato solo per le traduzioni dei siciliani)guittoniana, da Cavalcanti (coevo di Dante e suo amico), dal Laelius de amicitia di Cicerone (un trattato sull’amicizia dello scrittore latino). 

Sbrigativamente si può definire lVita nuovl'autobiografia della giovinezza di Dante: vi sono documentati i primi incontri con  Beatrice, svariati simbolismi (tempistica degli incontri, motivo cortese della donna - schermo); poi, la morte di Beatrice getta il poeta nello sconforto, lo induce a fuorviarsi (con la cosiddetta donna gentileforse una personificazione, o un simbolo,  della filosofia) e quindi promuove la sua svolta esistenziale in direzione dell’unico amore veramente assoluto, quello spirituale.     La Vita nuova è la prima espressione compiuta del sincretismo di Dante, volto a  fondere la civiltà classica e la cultura cortese.   L’opera è segnata  da  una profonda cesura: la morte di Beatrice, per via della quale  la prima parte, quella in vita di Beatrice, contiene tutti i topoi dell’amore cortese (amore che cerca mercede); nella seconda parte, dopo lo sviamento del poeta che si lascia sedurre da una donna nella quale è chiaramente ravvisabile, a livello allegorico, la filosofia, avviene invece la progressiva scoperta dell’amore spirituale, l’unico in grado di salvare davvero, l’unico degno di essere “dittatore” nel duplice senso (evocato peraltro già all’inizio dell’opera) di colui che domina e colui che detta  parole, l’unico ispiratore della poesia. Si tratta al contempo di una conquista spirituale e di una stilistica: l’amore assoluto non può che esprimersi nel bello stilo 

Dal libro di testo:  p. 147 origine dell'espressione; Guido Guinizzelli, Al cor gentil rempaira sempre amore, p. 149; Dante, Il libro della memoria, p. 218; La prima apparizione di Beatrice, p. 219;  Oltre la spera che più larga gira, p. 233; La mirabile visione, p. 235

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