FRANCESCO E IACOPONE: LUCE E BUIO

Forse non abbiamo bisogno di una specifica educazione affettiva, se pensiamo a quanto una lettura profonda, sentita, dei testi letterari sia di per sé educativa in tal senso, oltre a essere culturalmente significativa. Se si impara a sentire i testi, con quella tecnica di cui vi dico sempre (sussurrarsi la poesia, ma anche la prosa in certi casi, per dare respiro e forma alla musica che la intride), si realizza un'esperienza emotiva, che coinvolge gli affetti, i sentimenti e che plasma la sensibilità, l'anima, lo spirito, quanto concorre a renderci esseri umani in grado di comunicare gli uni agli altri la propria interiorità. Non dimentichiamo mai che lo studio della letteratura è fondamentalmente un atto comunicativo che sfida le barriere del tempo: per questo è senz'altro importante contestualizzare, avere cognizione della storia del periodo, delle dinamiche sociali e politiche, del sistema di riferimento concettuale, dell'immaginario epocale, ma è altrettanto imprescindibile mettersi in ascolto delle espressioni di singoli soggetti, artisti e pensatori, le cui parole sono arrivate fino a noi. L'impegno odierno è di sentire la voce di Francesco e poi quella di Iacopone risuonare, per cogliere le sfumature emotive o, appunto, gli affetti che ognuno di loro esprime. Procedo quindi leggendo con voi e poi, via via, commentando. 

Libro di testo pp. 100-110 (cantico e lauda O segnor)

FRANCESCO, CANTICO DELLE CREATURE 



Altissimu, onnipotente, bon Signore, 
tue so’ le laude, la gloria e ’honore et onne benedictione.
Ad te solo, Altissimo, se konfàno
 et nullu homo ène dignu te mentovare.
Laudato sie mi’ Signore, cum tucte le tue creature,
 spetialmente messor lo frate sole,
 lo qual è iorno, et allumini noi per lui.
 Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:
de te, Altissimo, porta significatione.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle:
in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento
 et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, 
per lo quale a le tue creature dài sustentamento.

Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua,
 la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.
Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu,
 per lo quale ennallumini la nocte:
 et ello è bello et iocundo et robustoso et forte.
Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra,
 la quale ne sustenta et governa,
 et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.

Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore, 
et sostengo infirmitate et tribulatione.
Beati quelli che ’l sosterrano in pace, ca da te, Altissimo, sirano incoronati.

Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, 
da la quale nullu homo vivente pò scappare:
 guai a quelli che morrano ne le peccata mortali;
beati quelli che trovarà ne le tue santissime voluntati,
 ka la morte secunda no ’l farrà male.

Laudate et benedicete mi’ Signore’ et ringratiate
 et serviateli cum grande humilitate

Luce. La parola che aleggia mentre leggo, ogni volta che leggo, il Cantico  di Francesco. Sento che queste parole antiche la contengono ognuna dentro di sé e, in qualche modo, la spandono intorno. Non si tratta solo di un'associazione di significato (tanti elementi citati nel cantico riconducono alla luce: il sole, il giorno, la luna, le stelle, il fuoco) ma di una presenza costante che deve risalire a un principio ispiratore del componimento. C'è luce nella vita delle cose, nella vita del mondo che la poesia di Francesco crea (non dimenticate mai l'etimologia di poesia, poiéin, creare ciò che non esisteva prima). Il cantico dà alla luce il mondo, lo crea mentre ne parla e mentre lo loda, e dalla lode nasce l'inno al vero creatore, ovvero a quel Signore che così viene laudato e benedicto. Il cantico è ispirato dal credo cristiano e sappiamo chi sia stato e sia Francesco per i credenti. Eppure la luce della poesia alla quale io sto ora facendo riferimento non è solo accesa per chi condivide quella fede. Questo è il privilegio dell'arte a cui facevo riferimento all'inizio: avvicinare spiriti e sensibilità differenti, consentire il passaggio di emozioni e sentimenti anche attraverso le barriere che erigono la cultura e il tempo. L'educazione affettiva si manifesta anche così: mi sento attraversare dalla luce dell'affetto che quel poeta, Francesco, prova nei riguardi della Terra, del cielo, della luna, del sole e delle stelle in quanto tutte manifestazioni di Dio. E' lui, mio simile negli affetti anche se non nel credo, che io comprendo pienamente e sento fino in fondo proprio come un fratello. 

IACOPONE DA TODI, O SEGNOR, PER CORTESIA

O Segnor, per cortesia,
Mannane la malsania

A me la freve quartana,
la contina e la terzana,
la doppia cotidïana5
co la granne etropesia.

A me venga mal de denti,
mal de capo e mal de ventre,
a lo stomaco dolor pognenti,
e ’n canna la squinanzia.10

Mal degli occhi e doglia de fianco
e l’apostema dal canto manco;
tiseco ma ionga en alco
e d’onne tempo la fernosia.

Aia ’l fecato rescaldato,15
la milza grossa, el ventre enfiato,
lo polmone sia piagato
con gran tossa e parlasia.

A me vegna le fistelle
con migliaia de carvoncigli,20
e li granchi siano quilli
che tutto repien ne sia.

A me vegna la podagra,
mal de ciglio sì m’agrava;
la disenteria sia piaga25
e le morroite a me se dia.

A me venga el mal de l’asmo,
iongasece quel del pasmo,
como al can me venga el rasmo
ed en bocca la grancìa.30

A me lo morbo caduco
de cadere en acqua e ’n fuoco,
e ià mai non trovi luoco
che io affritto non ce sia.

A me venga cechetate,35
mutezza e sordetate,
la miseria e povertate,
e d’onne tempo en trapparia.

Tanto sia el fetor fetente,
che non sia null’om vivente40
che non fugga da me dolente,
posto ’n tanta ipocondria.

En terrebele fossato,
ca Riguerci è nomenato,
loco sia abandonato45
da onne bona compagnia.

Gelo, granden, tempestate,
fulgur, troni, oscuritate,
e non sia nulla avversitate
che me non aia en sua bailia.50

La demonia enfernali
sì me sian dati a ministrali,
che m’essercitin li mali
c’aio guadagnati a mia follia.

Enfin del mondo a la finita55
sì me duri questa vita,
e poi, a la scivirita,
dura morte me se dia.

Aleggome en sepoltura
un ventre de lupo en voratura,60
e l’arliquie en cacatura
en espineta e rogaria.

Li miracul’ po’ la morte:
chi ce viene aia le scorte
e le vessazione forte65
con terrebel fantasia.

Onn’om che m’ode mentovare
sì se deia stupefare
e co la croce signare,
che rio scuntro no i sia en via.70

Signor mio, non è vendetta
tutta la pena c’ho ditta:
ché me creasti en tua diletta
e io t’ho morto a villania.

Facile giocare ai contrasti. Se Francesco immette luce nelle sue parole di fede, Iacopone è l'oscuro. Oppure, quella di Iacopone, è una luce oscura, di quelle che non diradano le tenebre, ma le portano in se stesse, come una specie di sfida costante alla propria natura. Se Francesco canta, Iacopone grida, se Francesco tesse inni che affratellano, Iacopone non smette di riaprire una ferita originaria che taglia in due la cristianità: l'uccisione di Cristo, di Dio, fra connivenze e correità, è una macchia indelebile e  un orrore incancellabile. Iacopone e Francesco: entrambi espressione di religiosità profonda, tormentata eppure attiva, in grado, tra l’altro, di alimentare immagini letterariamente potenti, come quelle fornite attraverso il Cantico così come  O Segnor per cortesia. In quest’ultimo si nota tra l'altro una tendenza all’iperbole, all’accumulo di immagini eccessive:  tutta quell’insistenza sul disfacimento del corpo prima, sulle malattie che distruggono dall’interno all’esterno, finché la sepoltura (in un acme raccapricciante) avviene nel corpo di un lupo, i cui prodotti della defecazione rappresentano l’ultimo approdo d’un percorso di avvilimento della carne, di abbrutimento del soggetto (contemptus mundi). Poi però anche l’anima è coinvolta: prima è invocato il disprezzo da parte degli altri, la segregazione dal consesso umano, poi addirittura, sempre in climax ascendente, la dannazione. Morte prima e morte secunda, niente pare sufficiente a sottolineare la degradazione dell’essere umano, sul filo d’un irrazionalismo sorprendente.
Solo al termine, negli ultimi quattro versi, l’irrazionalismo lascia spazio alla spiegazione razionale di questo soprassalto di vis autopunitiva: l’uomo si è macchiato del peccato per eccellenza, ha ucciso Dio che aveva rispecchiato sé in lui. Non può quindi esserci misura nel riscatto d'un simile orrore. 

Commenti

Post popolari in questo blog

LETTURE, FILM E ALTRO PER L'ESTATE

PIANO DELLE INTERROGAZIONI E INDICAZIONI PER LA PREPARAZIONE (il post contiene tutti i materiali utili)

PIANO COLLOQUI e MATERIALI DI STUDIO