CANTO VII DELL'INFERNO - COMMENTO COMPLETO

 "Pape Satàn, pape Satàn aleppe!",

cominciò Pluto con la voce chioccia;
e quel savio gentil, che tutto seppe,

disse per confortarmi: "Non ti noccia
la tua paura; ché, poder ch’elli abbia,
non ci torrà lo scender questa roccia".
Il gramelot è una pseudolingua. Il prefisso pseudo indica un confine che separa questo strumento espressivo da qualsiasi altra lingua esistente: si tratta di un'approssimazione di lingua, di una diversificazione della lingua, che si declina pur sempre come comunicazione ma senza requisiti di assoluta chiarezza, bensì con un alone di mistificazione  e di appello alla dimensione emotiva: col gramelot si ride, percependo che allude pur sempre a qualche  cosa di lubrìco, spesso apertamente sconcio, che sollecita ancestralmente alla risata. Il gramelot è la lingua dei comici di tutti i tempi. Questo canto VII utilizza, per un solo verso, quello d'apertura, decisamente una lingua non lingua, una lingua non comunicativa oppure, per valorizzare quanto ho appena ricordato, un gramelot oscuro, per nulla ridanciano, ma viceversa drammatico, tragico persino, infernale, quello che può risuonare appunto in un postaccio come il quarto cerchio dell'inferno dove ora l'agens  e la guida si trovano e stanno per incontrare il mostro-guardiano Pluto, l'enfiata labbia da cui fuoriescono le intraducibili parole dell'incipit. Facciamo appena in tempo a cogliere la paura di Dante, che Virgilio, il savio gentil che tutto seppe,  rassicura il suo amico: per quanto potere possa avere quel mostro, non potrà ostacolare il fatale andare dei due pellegrini.

Poi si rivolse a quella ’nfiata labbia,
e disse: "Taci, maladetto lupo!
consuma dentro te con la tua rabbia.

Non è sanza cagion l’andare al cupo:
vuolsi ne l’alto, là dove Michele
fé la vendetta del superbo strupo
".
Il maledetto lupo, parente stretto della lupa che ha tolto ogni speranza di ascesa all'agens nel I canto,  non è quindi altro che una forma degradata, esattamente come Minosse, guardiano del V canto e del II cerchio, il quale non ha più nulla a che vedere col potente re fondatore della civiltà minoica, in quanto provvisto di enorme coda che usa per indicare alle anime mal nate dove debbano essere precipitate nell'imbuto infernale. Plutone, re degli inferi del pantheon greco-latino, si riduce qui a essere una belva antropomorfa che proferisce parole intraducibili, ma certo svolge anche la funzione di ricordare a tutti, lettori inclusi, quale nesso vi sia tra le profondità della terra, gli inferi, e la scintillante ricchezza dalla quale i mortali tendono a essere visceralmente attratti. Appaiono, tra i veli della memoria, fiabeschi personaggi usi a praticare proprio le viscere della Terra e a trovarvi, appunto ricchezze: i nani delle leggende norrene e germaniche (protagonisti tra l'altro della tetralogia wagneriana), ma anche delle saghe evocate dal narratore inglese Tolkien. Questa onnipresenza del nesso viscere della terra-ricchezza dimostra che l'immaginario collettivo umano ha prediletto originariamente un'associazione che riconosce un potere al contempo seduttivo e distruttivo  a un materiale in sé nobile e puro, resistente e malleabile,  come l'oro.

Quali dal vento le gonfiate vele
caggiono avvolte, poi che l’alber fiacca,
tal cadde a terra la fiera crudele.

Così scendemmo ne la quarta lacca,
pigliando più de la dolente ripa
che ’l mal de l’universo tutto insacca.

Ahi giustizia di Dio! tante chi stipa
nove travaglie e pene quant’io viddi?
e perché nostra colpa sì ne scipa?
Messa a tacere la fiera crudele, i pellegrini scendono nella quarta lacca, voce germanica per zona scoscesa, a indicare quale sia la forma infernale di cui noi sappiamo preliminarmente, ma che sono queste scelte espressive a disegnare progressivamente. Si tratta di una ripa dolente, una parete scoscesa che insacca tutto il male dell'universo. Poi l'esclamazione che sottolinea una volta di più come sia difficile da vincere la sfida della pieta: quanti sono i dannati castigati, quanti sono quelli che cadono nell'errore e perché così tanti sono straziati (scipa) dalla colpa stessa che li ha condotti alla dannazione? Un'interrogativa retorica che non lascia spazio a risposte diverse da quella che riconosce in modo esclusivo agli esseri umani ogni responsabilità della propria rovina. 
Come fa l’onda là sovra Cariddi,
che si frange con quella in cui s’intoppa,
così convien che qui la gente riddi.

Qui vid’i’ gente più ch’altrove troppa,
e d’una parte e d’altra, con grand’urli,
voltando pesi per forza di poppa.

Percotëansi ’ncontro; e poscia pur lì
si rivolgea ciascun, voltando a retro,
gridando: "Perché tieni?" e "Perché burli?".

Così tornavan per lo cerchio tetro
da ogne mano a l’opposito punto,
gridandosi anche loro ontoso metro;

poi si volgea ciascun, quand’era giunto,
per lo suo mezzo cerchio a l’altra giostra.
E io, ch’avea lo cor quasi compunto,

dissi: "Maestro mio, or mi dimostra
che gente è questa, e se tutti fuor cherci
questi chercuti a la sinistra nostra".
Si danza, parrebbe, in questo quarto cerchio, una danza orribilmente ripetitiva, in quanto eterna come quella alla quale sono condannati certi personaggi del mondo magico costretti a indossare calzature magiche che impongono danze forsennate e irrefrenabili. I dannati in questo cerchio girano in tondo e compiono un mezzo giro, al centro del quale s'incontrano, s'insultano e poi la ridda riprende nella direzione opposta.  Una giostra per nulla giocosa, un pervertimento di gioco, e un sottofondo per nulla musicale di invettive reciproche: cosa tieni a fare, cosa sperperi a fare. E poco oltre apprenderemo di un accrescimento di pena dopo il giudizio universale: risorgeranno gli uni senza capelli e gli altri tenendo il pugno chiuso, come a scriversi addosso l'errore commesso, di aver disperso e di aver tenuto. Per la morale cristiana, ethica nicomachea di Aristotele rivisitata in versione tomistica, il peccato di avarizia ha un suo simmetrico opposto nella prodigalità. Accomunati da incontinenza, incapacità di tenere a freno con la ragione una passione, coincidono entrambi con una sudditanza alle cose, alla materia, in particolare al denaro. E qui può essere utile riprendere il riferimento a Pluto, Plutone, dio infero che nelle profondità della terra ha il controllo della ricchezza, quella per la quale la maggioranza degli esseri umani sembra essere disposta a tutto. Il malessere dell'agens di fronte allo spettacolo della danza è però accresciuto dalla percezione di una presenza massiccia di chercuti, di chierici, in particolare nel semicerchio della parte sinistra, quello che, apprendiamo, annovera nella fila sterminate gli avari. Il tema, da morale, si fa politico: in armonia con lo spirito degli ordini mendicanti e di non pochi movimenti ereticali, il poeta patisce le contraddizioni patenti della chiesa del suo tempo, quelle che rappresentano un traviamento del messaggio cristiano, soprattutto per quanto concerne il precetto della povertà. 

Ed elli a me: "Tutti quanti fuor guerci
sì de la mente in la vita primaia,
che con misura nullo spendio ferci.

Assai la voce lor chiaro l’abbaia,
quando vegnono a’ due punti del cerchio
dove colpa contraria li dispaia.

Questi fuor cherci, che non han coperchio
piloso al capo, e papi e cardinali,
in cui usa avarizia il suo soperchio
".

E io: "Maestro, tra questi cotali
dovre’ io ben riconoscere alcuni
che furo immondi di cotesti mali".

Ed elli a me: "Vano pensiero aduni:
la sconoscente vita che i fé sozzi,
ad ogne conoscenza or li fa bruni.

In etterno verranno a li due cozzi:
questi resurgeranno del sepulcro
col pugno chiuso, e questi coi crin mozzi.

Mal dare e mal tener lo mondo pulcro
ha tolto loro, e posti a questa zuffa:
qual ella sia, parole non ci appulcro.

Or puoi, figliuol, veder la corta buffa
d’i ben che son commessi a la fortuna,
per che l’umana gente si rabuffa;

ché tutto l’oro ch’è sotto la luna
e che già fu, di quest’anime stanche
non poterebbe farne posare una".
Compare, in questi versi in cui Virgilio fornisce le diverse spiegazioni, di cui ho detto, a Dante, un soggetto al quale destina le terzine seguenti. Si tratta della fortuna, la quale detiene il controllo di tutti i ben per colpa dei quali l'umana gente si rabuffa, ovvero fa baruffa, litiga, lotta incessantemente. E dire che, è il dolente commento, tutto l'oro del mondo e di tutti i tempi non sarebbe sufficiente a dare un attimo di tregua nemmeno a uno di loro. Vanità delle vanità, direbbe il biblico profeta  Qohèlet, tutto è vanità. E sotto il segno di questa dolente esclamazione si apre un quadro cosmico, che ci porta dalle sfere celesti fino, di nuovo, alla terra e alle infinite e incomprensibili lotte che travolgono e stravolgono gli esseri umani da quanto il mondo ha iniziato a esistere. 

"Maestro mio", diss’io, "or mi dì anche:
questa fortuna di che tu mi tocche,
che è, che i ben del mondo ha sì tra branche?".

E quelli a me: "Oh creature sciocche,
quanta ignoranza è quella che v’offende!

Or vo’ che tu mia sentenza ne ’mbocche.

Colui lo cui saver tutto trascende,
fece li cieli e diè lor chi conduce
sì, ch’ogne parte ad ogne parte splende,

distribuendo igualmente la luce.
Similemente a li splendor mondani
ordinò general ministra e duce

che permutasse a tempo li ben vani
di gente in gente e d’uno in altro sangue,
oltre la difension d’i senni umani;

per ch’una gente impera e l’altra langue,
seguendo lo giudicio di costei,
che è occulto come in erba l’angue.

Vostro saver non ha contasto a lei:
questa provede, giudica, e persegue
suo regno come il loro li altri dèi.

Le sue permutazion non hanno triegue:
necessità la fa esser veloce;
sì spesso vien chi vicenda consegue.

Quest’è colei ch’è tanto posta in croce
pur da color che le dovrien dar lode,
dandole biasmo a torto e mala voce;

ma ella s’è beata e ciò non ode:
con l’altre prime creature lieta
volve sua spera e beata si gode.
Fantastica creatura questa fortuna che ha degli artigli, si comporta come un angue (un serpente) e infine si palesa come una potenza angelica, precisamente quella che trasmette al cielo della luna, sfera più bassa del cosmo dantesco, il suo lento movimento. Le sfere più vicine a Dio vorticano veloci, controllate dai gradi più alti delle gerarchie angeliche, quella lunare, appunto prossima alla Terra, è la più lenta. Ma non importa, il potere (imperscrutabile) della Fortuna-potenza angelica è sufficiente a far perdere la testa all'umano gregge, a quelle creature sciocche che nel suo discorso esplicativo all'agens Virgilio non manca di rimproverare:  quanta ignoranza è quella che v'offende. Quegli ignoranti degli esseri umani osano imprecare contro la Fortuna, dandole biasmo a torto e mala voce, mentre a lei Dio ha affidato un compito grandiosamente educativo: quello di distribuire i beni mondani, che sono ben vani, ossia sostanzialmente intrisi di vanità, in maniera diseguale e sperequata. Gli uni imperano gli altri languono, e una ragione di questo non c'è, se non  nell'esercizio dell'arbitrio imperscrutabile della potenza angelica stessa. Certo, a una lettura superficiale si può intendere che Dante avalli così persino a livello metafisico e teologico l'ingiusta distribuzione dei beni di fortuna nel mondo. Ma suona ridicolo, in questo caso, rendere politico il tema in questione. Qui l'auctor sta mettendo sotto processo la debolezza della tanto esaltata ragione umana, che si lascia sopraffare dall'apprezzamento per quello che non nutre lo spirito ma il corpo, facendo sì che il primo scivoli inesorabilmente in direzione della morte secunda. Per soddisfazioni di poco momento, di poca durata, rispetto all'eternità, interi stuoli di esseri umani sono disposti a fare letteralmente qualunque cosa. Di cui lo spettacolo desolante prima delle imprecazioni vane contro la fortuna, poi dell'eterno muoversi in cerchio nella plaga infernale. Dal canto suo, l'angelica fortuna, lieta, volve in sua spera e beata si gode. Impossibile non notare come Dante crei così una corrispondenza visiva fra l'operato invisibile della Fortuna e la pena del contrappasso di questi dannati.

Or discendiamo omai a maggior pieta;
già ogne stella cade che saliva
quand’io mi mossi, e ’l troppo star si vieta".

Noi ricidemmo il cerchio a l’altra riva
sovr’una fonte che bolle e riversa
per un fossato che da lei deriva.

L’acqua era buia assai più che persa;
e noi, in compagnia de l’onde bige,
intrammo giù per una via diversa.

In la palude va c’ ha nome Stige
questo tristo ruscel, quand’è disceso
al piè de le maligne piagge grige.

E io, che di mirare stava inteso,
vidi genti fangose in quel pantano,
ignude tutte, con sembiante offeso.

Queste si percotean non pur con mano,
ma con la testa e col petto e coi piedi,
troncandosi co’ denti a brano a brano.

Lo buon maestro disse: "Figlio, or vedi
l’anime di color cui vinse l’ira;
e anche vo’ che tu per certo credi

che sotto l’acqua è gente che sospira,
e fanno pullular quest’acqua al summo,
come l’occhio ti dice, u’ che s’aggira.

Fitti nel limo dicon: "Tristi fummo
ne l'aere dolce che dal sol s'allegra,
portando dentro accidïoso fummo:

or ci attristiam ne la belletta negra".
Quest’inno si gorgoglian ne la strozza,
ché dir nol posson con parola integra".


Così girammo de la lorda pozza
grand’arco, tra la ripa secca e ’l mézzo,
con li occhi vòlti a chi del fango ingozza.

Venimmo al piè d’una torre al da sezzo.
Non era ancora accaduto che un passaggio di cerchio avvenisse nel bel mezzo (o quasi) di un canto. Dal quarto al quinto cerchio è un attimo, il giro di una terzina, ma il paesaggio cambia molto. Appare una palude, il cui nome è Stigia, da un verbo greco che significa odiare. Il nome Stige compare già nei miti antichi che delineano l'averno, insieme ai fiumi Acheronte, Flegetonte, Cocito e Lete. Il primo dell'elenco, già incontrato nel percorso dantesco, è pur sempre un fiume, così come il Flegetonte che incontreremo fra poco, mentre il Cocito in Dante diventa un lago ghiacciato e per incontrare il Lete, il fiume della dimenticanza, dovremo arrivare oltre al purgatorio, nel paradiso terrestre. La palude Stigia, incrocio di fiumi più che fiume unico, crea l'ambiente ideale per i nuovi dannati del quinto cerchio, gli iracondi, che Dante presenta divisi in due categorie. A pelo d'acqua sono puniti gli iracondi per così dire puri e semplici, mentre sotto l'acqua, resi visibili solo da bolle che raggiungono la superficie, ci sono gli accidiosi. Le bolle segnalano non tanto il loro respiro (alla fin fine sono morti...) ma poche parole significative che pronunciano e che immaginiamo essere parte integrante della loro pena, Tristi fummo ne l'aere dolce che dal sol s'allegra, portando dentro accidïoso fummo: or ci attristiam ne la belletta negra. Mentre tutto concorreva a poterli rendere felici (l'aere dolce e il sol), invece loro hanno rivolto le loro energie (di qui l'apparentamento con gli iracondi) a essere tristi. Per questo si meritano l'accidioso pantano, ma soprattutto si meritano questa grandiosa trovata stilistica e espressiva dell'anadiplosi fra il primo e il secondo fummo, una stessa parola che nel primo caso coincide con il passato remoto, prima persona plurale del verbo  essere, e nel secondo si riferisce al fumo di uno stato d'animo, l'accidia, che oscura il sentimento e la ragione. C'è più eloquenza in questo accostamento retorico che in ogni spiegazione morale del peccato di accidia, sorta di inceppamento della volontà attraverso la quale ci si orienta, col libero arbitrio, in direzione o del bene o del male. Soffocati da se stessi, imprigionati in un passato remoto inesorabilmente sprecato, gli accidiosi gorgogliano  la loro impotenza sommersi nelle acque limacciose dello Stige. I pellegrini passano lungo la sponda e adocchiano, in lontananza, da ultimo (da sezzo),  una costruzione a forma di torre, con cui il canto si chiude. 

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