I SESTI CANTI, IL VI CANTO E GLI ORRORI DELLA POLITICA
I sesti canti di ogni cantica sono legati tra loro da un filo noto a tutti i lettori, anche scolastici e distratti, di Dante. Il filo della politica, ovvero un filo intinto nel sangue: per cominciare, quello delle guerre fratricide che videro l’agens coinvolto in prima persona, carnefice e vittima, vittima e carnefice, in un ambiguo gioco delle parti che ben conoscono i praticanti di quest’arte antica e non sempre nobile, almeno di per sé, se non in relazione a chi la pratichi. Ma se dovessimo fermarci alla sola dimensione esistenziale per così dire privata, se la poesia a questo solo portasse, non saremmo di fronte a un’opera universale. Che anche quando attinge alle radici dell’essere singolo, dell’artista che compone, risuona nelle volte infinite del sentire collettivo, canta di ogni epoca e di ogni momento storico, dal primo vagito dell’essere umano all’esplosione o implosione finale di tutto, a seconda di come si preferisce figurarsi l’arco della vicenda di cui facciamo parte.
Per Dante certo la politica intride la vita, e di quanto ciò sia vero dice già la più scarna delle biografie, prosciugata di ogni dettaglio che non inerisca a questo ambito. Dopo la nascita a Firenze nel 1265, la sua famiglia fa parte della milizia cittadina e i genitori sono Bella e Alighiero da Bellincione, partecipa a spedizioni dell’esercito in veste di cavaliere: di sicuro era a Campaldino, fra i guelfi fiorentini, nel 1289. Si iscrive all’arte dei medici e degli speziali per poter entrare nel consiglio dei Cento, poi in quello dei Trentasei e, nel 1300, accede al vertice del Comune, il priorato. Mentre a Firenze s’intensifica la lotta tra le fazioni aristocratiche dei bianchi (capeggiati dai Cerchi) e dei neri (guidati dai Donati), i primi tendenti ad avvicinarsi al popolo (la borghesia) e i secondi più interessati ad appoggiare Bonifacio VIII nei suoi tentativi di controllare Firenze, Dante, priore nel momento in cui lo scontro diventa particolarmente intenso, è vicino ai bianchi e sostiene la linea politica contraria alle mire del papa anche l’anno successivo. Per questa ragione, quando i neri prendono il sopravvento grazie all’arrivo delle truppe di Carlo di Valois, inviato dal papa e, nel 1302, avviano processi contro i precedenti rettori, è accusato di malversazioni, bandito e condannato a morte in contumacia, mentre si trova a Roma per un incarico d’ambasceria. Iniziano gli anni d’esilio: tra il 1302 e il 1304 è ancora legato al gruppo degli esuli bianchi a cui si sono uniti i ghibellini, viaggia in Toscana, passa da Forlì poi a Verona, alla ricerca di alleati per poter rientrare a Firenze. Tenta anche la strada della pacificazione, che fallisce come il rientro in forze nel 1304. A quel punto abbandona i bianchi, va forse a Parigi, probabilmente a Bologna, a Treviso, quindi in altre città della Marca trevigiana e poi di nuovo in Toscana dove soggiorna a Lucca. La discesa in Italia e la morte dell’imperatore Arrigo VII, in cui riponeva speranza di pacificazione e (per quanto riguardava se stesso) rientro in Firenze, decretano nel 1308 il tramonto di ogni sua prospettiva di reintegro nella vita politica e nella sua città. Infine, le peregrinazioni fra Verona, presso Cangrande della Scala, e Ravenna, presso Guido Novello da Polenta, dove muore nel 1321.
A parte, però, il doveroso omaggio a ciò che è reale e documentato dell’esperienza politica dantesca di cui ho appena dato fugace testimonianza, è indubbio che la politica rappresenti per il Dante che noi conosciamo meglio, quello che scrive la Divina commedia, un’ispirazione visionaria, che si modifica nel corso del tempo e dà luogo sia a astratte considerazioni, condensate nel trattato in tre libri (unico tra i suoi trattati a essere completato) De Monarchia (1310-1313) sia a numerosi canti o parti di canti del poema. Che Dante sia un visionario non è cosa che necessiti di essere dimostrata: la sua opera principale si presenta come una visione, non solo dei regni ultraterreni nei quali si compie il viaggio, ma della vita terrena così com’è stata, com’è e sarà. Come tutte le visioni condensa, spesso davvero in un istante, quello che richiede invece molto tempo per essere concepito e recepito, per non dire compreso in tutta la sua interezza. La visione specifica di cui intendo ora trattare, passando attraverso le tre cantiche, è appunto quella politica. Sul tema dell’ordine del mondo, del suo disporsi e porsi per consentire un’esistenza felice, ossia realizzata e piena, agli esseri umani, Dante ha un paio di idee basilari che manifesta nel De monarchia, trattato che la chiesa condanna al rogo per eresia nel 1329 (otto anni dopo la morte dell’autore), per volontà di Bertrando del Poggetto (vescovo e uomo d’armi francese), inserisce nel 1559 fra i libri all’Indice e riabilita alla fine del XIX secolo. La prima idea è che l’organizzazione politica sia resa necessaria dal peccato originale, che ha rivelato la natura imperfetta degli esseri umani: se essi fossero rimasti innocenti non ci sarebbe stato bisogno dei poteri, ovvero dell’organizzazione politica in quanto organizzazione dei medesimi. La seconda idea è che i poteri sono due: l’uno temporale, l’altro spirituale. Servendosi di precisi riferimenti biblici, Dante argomenta in modo serrato come la distinzione rappresenti il fondamento di una visione separata di due giurisdizioni: il potere temporale riguarda la dimensione giuridica, rappresenta l’ordine sulla terra, ed è un potere che ha un fine e una fine, coincidente con la durata dell’esistenza terrena (dei singoli come di tutti i viventi); il potere spirituale riguarda la dimensione della vita eterna, e il vicario di Cristo sulla terra, il papa, detiene questo potere riconducibile a Dio per un tempo determinato. Quanto alla controversa questione della derivazione dei due poteri, sono entrambi parte integrante di un disegno divino, come già si evince dalla prima dichiarazione, ma il temporale non deriva dallo spirituale (ad aiutare è la metafora dei due soli), per quanto si possa concludere che il secondo si situi a un livello più alto, in ragione della sua natura che è diretta emanazione dell’eterno. Questa visione del potere deriva a Dante da Agostino, padre della chiesa, che tra il 413 e il 426 scrive il De civitate Dei, trattato nel quale teorizza l’esistenza di due civitates, una terrena e una celeste, presenti contemporaneamente nella dimensione dell’interiorità umana sotto forma di opzione: alla terrena corrispondono valori transitori e ingannevoli, che coincidono con varie smanie di arricchimento, di accumulo (non a caso è la città fondata da Caino, che uccide il fratello per invidia), mentre alla celeste valori assoluti, come lo spirito di carità e l’amore che unisce fra loro tutti i figli di Dio in Dio medesimo (la città di Abele).
Questa, dunque, la teorizzazione messa sulla carta da Dante nell’unico suo trattato che risulti portato a compimento. Ma nei canti della Divina commedia¸ la prospettiva è ben più completa, e solo uno sguardo che li colga tutti e tre permette di comprenderlo fino in fondo.
Cominciamo allora, come sempre, dall’inferno. Il sesto canto porta nel III cerchio, dopo spiriti magni e lussuriosi, ed è il cerchio dei golosi e del cane guardiano Cerbero, gola più che profonda, canide antropomorfo per appassionati di teratologia: l’auctor lo dipinge all’inizio del canto, subito dopo essere rinvenuto dalla sincope sopraggiunta per la pieta provata suo malgrado per i due cognati, lussuriosi eccezionalmente graziati dal dio della poesia, Dante medesimo, con l’essere uniti per sempre nella pena.
Cerbero, fiera crudele e diversa,
con tre gole caninamente latra
sovra la gente che quivi è sommersa.
Li occhi ha vermigli, la barba unta e atra,
e ’l ventre largo, e unghiate le mani;
graffia li spirti ed iscoia ed isquatra.
Urlar li fa la pioggia come cani;
de l’un de’ lati fanno a l’altro schermo;
volgonsi spesso i miseri profani.
Quando ci scorse Cerbero, il gran vermo,
le bocche aperse e mostrocci le sanne;
non avea membro che tenesse fermo.
Crudele e diverso, con uso assoluto e non comparativo del secondo aggettivo, a segnalare un unicum difficile da immaginare, Cerbero infligge ai suoi dannati multiple pene, alle quali potevano certo essere avvezzi i lettori medievali, per via della pratica consueta della tortura, ma che in noi producono associazioni con racconti e film dell’orrore. Il gran vermo, in gara, quanto alla definizione, niente meno che con il re dell’inferno, Satana, non si esime dal portare a compimento quello che produce di per sé già la pena specifica, la pioggia mista a grandine mista a neve e chissà che altro, anche lei diversa nel suo essere un fenomeno non meteorologico poiché in atto nelle viscere della Terra, nell’imbuto della morte secunda. I golosi, bersagliati da questo incessante diluvio, non hanno più forma umana e diventano a loro volta possibile cibo per Cerbero, anche perché Virgilio, imitando se stesso nell’invenzione dell’Eneide, impasta con le mani un po’ dell’orrida mistura per mettere provvisoriamente a tacere Cerbero. Parodia delle più nobili focacce ammannite da Enea, su suggerimento della Sibilla, all’ingresso dell’Averno. Prosegue, la camminata che preferiamo non immaginare nei dettagli, finché dall’ammasso maleodorante e in fermento non si rizza qualcosa, o meglio qualcuno:
Noi passavam su per l’ombre che adona
la greve pioggia, e ponavam le piante
sovra lor vanità che par persona.36
Elle giacean per terra tutte quante,
fuor d’una ch’a seder si levò, ratto
ch’ella ci vide passarsi davante.39
"O tu che se’ per questo ’nferno tratto",
mi disse, "riconoscimi, se sai:
tu fosti, prima ch’io disfatto, fatto".42
E io a lui: "L’angoscia che tu hai
forse ti tira fuor de la mia mente,
sì che non par ch’i’ ti vedessi mai.45
Ma dimmi chi tu se’ che ’n sì dolente
loco se’ messo, e hai sì fatta pena,
che, s’altra è maggio, nulla è sì spiacente".48
E quelli a me: "Dopo lunga tencione
verranno al sangue, e la parte selvaggia
caccerà l’altra con molta offensione.66
Poi appresso convien che questa caggia
infra tre soli, e che l’altra sormonti
con la forza di tal che testé piaggia.69
Alte terrà lungo tempo le fronti,
tenendo l’altra sotto gravi pesi,
come che di ciò pianga o che n’aonti.72
Giusti son due, e non vi sono intesi;
superbia, invidia e avarizia sono
le tre faville c’ hanno i cuori accesi".
L'agens ha posto tre domande e il dannato, la cui voce è un lagrimabil suono (e di nuovo fatichiamo a immaginare che suono possa emettere una poltiglia provvisoriamente ricomposta in corpo umano), sta rispondendo. Vuol sapere cosa succederà ancora a Firenze, perché sia successo quando è successo, e se ci sia ancora qualche persona giusta fra i cittadini di questa città. Una domanda riguarda il futuro, una il passato e la terza il presente, o forse un assoluto temporale. Ciacco risponde in modo diretto e chiaro: ci sarà una guerra di tutti contro tutti, vincitori e vinti si avvicenderanno con la medesima reciproca crudeltà, tutto è accaduto per via di quella commistione di superbia, invidia e avidità che rende l’animo umano poltiglia informe (che somiglia tanto alla pena patita da lui come goloso) e infine, in quell’eterno presente nel quale s’inscena la storia, pantomima, tragedia, farsa del mondo, i giusti son due e non vi sono intesi. Mentre Ciacco emette il suo suono che induce al pianto, ed è abbastanza chiaro come sia una questione sia di forma sia di contenuto, noi capiamo di non essere più solo a Firenze, il luogo del cuore dell’auctor e dell’agens, ma di essere nella nostra storia, nella storia del mondo di allora e di ora. Qui e lì ci porta la visione, con il suo orizzonte smisurato, e apocalittico nel senso etimologico di rivelatore. L’essenza della rivelazione di Ciacco, di là dal fatto di porsi come una profezia post factum, consiste soprattutto in questo: non c’è salvezza per chi si occupa di politica, i poteri che prevalgono sono quelli che risalgono alle tre faville che accendono i cuori di luce oscura. E anche le persone degne, le brave e ben intenzionate persone, che fanno politica, o prima o poi arrivano a essere anime nere:
Farinata e ’l Tegghiaio, che fuor sì degni,
Iacopo Rusticucci, Arrigo e ’l Mosca
e li altri ch’a ben far puoser li ’ngegni,
dimmi ove sono e fa ch’io li conosca;
ché gran disio mi stringe di savere
se ’l ciel li addolcia o lo ’nferno li attosca".
E quelli: "Ei son tra l’anime più nere;
diverse colpe giù li grava al fondo:
se tanto scendi, là i potrai vedere.
Sembra quasi che l’agens ponga ingenuamente la sua domanda, ma è fuori di dubbio che ingenuo non sia, dal momento che, ad artificio poetico svelato, lui parla e lui si risponde: se fuor sì degni, come una specie di fair play ante litteram sembra dettare all’auctor, tali non sono stati riconosciuti dal divino giustiziere (a volte così sembra, più che giudice), dal momento che diverse colpe giù li grava al fondo. La nostra immaginazione non ha bisogno di esercitarsi più di tanto, in questo caso: Farinata, ghibellino e nemico giurato della parte dantesca, campeggia nel X canto ed è un monumento eretto alla magnanimità declinata in senso opposto rispetto a quella degli abitanti del limbo, ma quel che importa qui sottolineare è che Dante, anzi, l’occhio visionario di Dante, non si esima dal proferire una condanna senza appello per chi pretende di essere una guida nello stato e, in modi che variano a seconda delle propensioni individuali, non fa che arrossare di sangue le strade e i fiumi del mondo. A ulteriore conferma di questo, non possiamo dimenticare che il girone dei violenti ospita una specie di braccio speciale destinato ai soli tiranni, VII cerchio dell’inferno, XII canto, con la buona compagnia dei predoni. Non provo nemmeno il brivido dell’anacronismo se mi azzardo a sostenere che Dante possa essere affratellato, in questa associazione tra soggetti che agiscono con violenza e in contrasto con le leggi, al ben diverso Pasolini che, in pieno Novecento, e dopo le esperienze dei totalitarismi, ha avuto questa notevolissima intuizione: nulla è più anarchico del potere, il potere fa praticamente ciò che vuole. E ciò che il potere vuole è completamente arbitrario o dettato da una necessità di carattere economico, che sfugge alle logiche razionali. In sintesi: tiranni e predoni rispondono alla medesima logica. Nel sesto canto di Dante, per tornare al punto e concludere questo primo tassello, a essere poste al centro dell’atto di accusa contro forme di governo assassine sono le forme d’ingordigia umane, malamente mascherate da astratte idealità. Non a caso in questo canto è una sorta di creatura senza forma a prendere, faticosamente, la parola: quasi ad alludere all’essenza di un’attività incautamente ammantata di dignità e di onore da un’antica tradizione, ma corrispondente a quanto di più oscuramente violento e prevaricatore e disordinato si agita nelle pieghe dell’anima umana.
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