STRUMENTI PER ANALISI DEL TESTO (da Chanson de Roland a Lancillotto)

Morte di Orlando, pp. 43 e sgg. 

Orlando (lassa CLXX) ha in mano la spada (nella tradizione cavalleresca le spade hanno un nome, la sua si chiama Durendala) alla quale parla, ricordando tutte le vittorie conseguite con  e grazie a lei, datagli direttamente dal re Carlo (si riflette chiaramente qui la visione feudale del legame profondo e indissolubile, almeno in vita, fra il signore e il suo cavaliere: nella relazione qui evocata compaiono elementi che caratterizzano pienamente tutta l'epoca feudale). Il cantare, nelle lasse successive, collega il motivo della fedeltà feudale con quello della fede cristiana (la sua spada non deve cadere nelle mani degli infedeli). In  questo modo il testo diventa sempre più simile a un'opera agiografica dato che il personaggio di Orlando si trasfigura, con un culmine evidente nel momento della morte (lasse CLXXV e CLXXVI): steso sotto un pino, ha il viso rivolto verso la Spagna e ricorda tutte le conquiste compiute sotto il suo signore Carlo. Fra pianti e sospiri, rivolge una preghiera a Dio, al termine della quale ottiene la grazia: il suo trapasso in paradiso avviene con l'accompagnamento trionfale di un Cherubino, Gabriele, rappresentante delle alte gerarchie angeliche (angeli, arcangeli, cherubini, serafini, troni e dominazioni). Nella lassa successiva Carlo prende atto della disfatta appena avvenuta, della rotta della sua valorosa retroguardia a Roncisvalle: la sua reazione è disperata, tutta la barba si strappa per lo sdegno. /Piangono i suoi valenti cavalieri. Si capisce, anche solo da questa breve estrapolazione di lasse, quando questo testo sia semplice nelle sue espressioni: non c'è traccia di approfondimenti sentimentali, sono immagini che scorrono, come filmini in bianco e nero delle origini del cinematografo. Tutto è semplificato ma suggestivo: restano impressi i gesti e poche parole, ma è esattamente questo l'obiettivo dei cantari, che non a caso sono diventati canovacci ideali per le rappresentazioni dei pupi, di un teatro destinato alla fanciullezza, intesa tanto come età anagrafica quanto come condizione alla quale occasionalmente anche gli adulti possono voler tornare. 

Con Chrétien de Troyes (pp. 53-56) passiamo a un altro livello di elaborazione. Per quanto l'ossatura della vicenda sia senz'altro fiabesca (con tanto di elementi magici presenti) e i personaggi relativamente squadrati, tuttavia in svariati momenti si coglie la presenza di una riflessione su temi cruciali come l'amore, fisico e spirituale, e la religione. A tale proposito, particolarmente interessante quanto accade da 105 al termine del passo riportato sul nostro libro. Ginevra, pentitasi ormai definitivamente della propria intransigenza nei riguardi di Lancillotto, si dispone ad accoglierlo nella stanza in cui si trova e in cui giace, ferito, uno dei cavalieri di Artù partiti per salvarla dalla prigionia in cui la tiene Meleagant, Keu. Lancillotto si dispone all'ultima prova di forza: deve sconficcare l'inferriata. L'operazione è difficile e a un certo punto la prima giuntura del dito mignolo si lacerò fino ai nervi, e si tagliò tutta la prima falange dell'altro dito. Lancillotto non si accorge nemmeno di essersi fatto male, leggiamo, non sente il sangue che gli gocciola giù e nemmeno le piaghe. Entra quindi dalla finestra, supera il letto in cui giace Keu e raggiunge il letto della regina. Qui avviene qualcosa di stupefacente. La adora e le si inchina, perché in nessuna reliquia crede tanto. Come sempre cogliamo soprattutto, in queste nostre letture antologiche che ritagliano solo parti di un testo, i momenti di acme e facciamo attenzione a singole parole pregnanti. Adora, inchina e reliquia. Tutti termini che riconducono all'ambito della religione in modo profondo, dato che adorare è atto riservato alla divinità (l'etimologia riporta al latino, ad-orare, pregare rivolti verso qualcuno, ovviamente gli dei), ci si inchina di fronte a enti superiori e le reliquie sono ciò che resta di corpi santi, di soggetti che siano stati martiri o comunque campioni della religione, in particolare quella cristiana (il termine, sempre dal latino, significa ciò che resta, dal verbo relinquo che significa appunto lasciare). Quello che qui avviene è che Chrétien de Troyes, in un contesto di letteratura già cristianizzata, già attraversata, se non pervasa, dalla forma mentis della religione, crea uno spazio in cui Lancillotto opera la sostituzione del divino, di quanto è dovuto a Dio, con il femminino, non su un piano di parità (almeno all'inizio della scena che stiamo seguendo) ma di omaggio  e di servizio (preceduto, non dimentichiamo, da un sacrificio di sangue e carne). Segue però l'accoglimento da parte della regina Ginevra: la regina stende le braccia verso di lui e lo abbraccia, lo avvince strettamente al petto e lo trae presso di sé nel suo letto e gli fa la migliore accoglienza che mai poté fargli, che le è suggerita da Amore e dal cuore. Nessuna pagina di letteratura (poesia) precedente testimonia con tale, seria, eloquenza, quello che avviene in un incontro d'amore al quale corpo e anima, senza soluzione di continuità, partecipino. La scena d'amore sotto questo profilo più eloquente e intensa che io possa portarvi come esempio è contenuta in un'opera poetica che ha un contenuto filosofico e dottrinario: si tratta della descrizione dell'amplesso fra Marte e Venere riportata da Lucrezio nel suo De rerum natura,  scritto verso la metà del I secolo a. C. per diffondere presso i Romani la dottrina epicurea. In quei versi si legge Tu sola puoi aiutare i mortali a essere in pace, poiché le orribili imprese guerresche risalgono a Marte, sempre in armi, che però spesso poggia il capo nel tuo grembo, vinto da eterna ferita d'amore. Così, levando gli occhi col  bel collo reclinato verso di te, o dea, respira del tuo stesso respiro, e i vostri fiati si fondono. E allora, abbracciandolo da sopra mentre giace sotto di te, o dea, parlagli dolcemente e chiedigli di concedere ai Romani una serena pace.  Come vedete, questi versi possono essere senz'altro accostati a quanto Chrétien de Troyes evoca nei suoi, sia per quanto concerne il realismo della descrizione sia per quanto attiene alla tipologia di sentimento evocato: in entrambi casi assoluto e, a suo modo, eterno. Non a caso le ultime righe del passo, riconducono a quanto abbiamo di recente sfiorato commentando il IV canto dell'inferno dantesco: il tema dell'ineffabilità.  Tanto gli è dolce e piacevole il gioco dei baci e delle carezze, che essi provarono, senza mentire, una gioia meravigliosa, tale che mai non ne fu raccontata né conosciuta una eguale: ma io sempre ne tacerò, perché non deve essere narrata in un racconto. La gioia più eletta e più deliziosa fu quella che il racconto a noi tace e nasconde. Inattesa, da una parte, dopo tanti particolari realistici, questa conclusione che fa riferimento appunto all'ineffabilità. D'altronde essa s'addice al desiderio, che è un trasporto del quale è difficile parlare. Inoltre, questa scena d'amore che sfiora una trasgressione (pensiamo alla sostituzione di Dio con la donna) necessita, proprio come avviene con la religione, di una parte esoterica, di qualcosa che non si può, non si vuole dire. Questa pagina insegna anche a noi, lettori di un'epoca che ama i riflettori, le dichiarazioni fatte davanti a tutti,  i racconti spudorati, quanto uno dei sentimenti più potenti che spirino nelle nostre vite abbia bisogno di riservatezza e di silenzio. Ci sono cose che non si devono raccontare, ci sono intimità che si devono rispettare.

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