MATERIALI PER IL TEMA DEL 12 NOVEMBRE
La traccia che proporrò sarà sarà di tipo espositivo-argomentativo. Fornirò tre-quattro citazioni da testi di tipo differente (prevalentemente in prosa, da giornali/saggi, ma anche dalla Divina commedia) che dovrete utilizzare (da uno solo a tutti) per argomentare seguendo la traccia che vi proporrò. Dovrete quindi esporre l'argomento che tratterete (così come suggerito dalla traccia, ma formulandolo con parole parole) e successivamente discuterne da un vostro punto di vista, che potrete poi cercare anche di contraddire e nuovamente difendere. L'argomento generale che tratteremo è comunque sicuramente ispirato all'ignavia.
MATERIALI ISPIRATORI (non consultabili durante lo svolgimento del tema)
1) Il testo che segue è tratto da un articolo scritto da Antonio Gramsci nel 1917 per la rivista "Città futura". Vi invito a leggere a questo link una biografia di questo notevole pensatore del Novecento: https://www.treccani.it/enciclopedia/antonio-gramsci/
Odio gli indifferenti. Credo che vivere voglia dire essere partigiani. Chi vive veramente non può non essere cittadino e partigiano. L’indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. È la fatalità; è ciò su cui non si può contare; è ciò che sconvolge i programmi, che rovescia i piani meglio costruiti; è la materia bruta che strozza l’intelligenza. Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, avviene perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia promulgare le leggi che solo la rivolta potrà abrogare, lascia salire al potere uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare. Tra l’assenteismo e l’indifferenza poche mani, non sorvegliate da alcun controllo, tessono la tela della vita collettiva, e la massa ignora, perché non se ne preoccupa; e allora sembra sia la fatalità a travolgere tutto e tutti, sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, sarebbe successo ciò che è successo?Odio gli indifferenti anche per questo: perché mi dà fastidio il loro piagnisteo da eterni innocenti. Chiedo conto a ognuno di loro del come ha svolto il compito che la vita gli ha posto e gli pone quotidianamente, di ciò che ha fatto e specialmente di ciò che non ha fatto. E sento di poter essere inesorabile, di non dover sprecare la mia pietà, di non dover spartire con loro le mie lacrime.Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.
2) La seconda lettura che vi propongo è un testo di Hannah Arendt. Anche per lei vi suggerisco un'infarinatura di conoscenza a questo link: https://www.treccani.it/enciclopedia/hannah-arendt/
Il testo che segue è una sua "lettera ai posteri".
Mi rivolgo a voi, uomini e cittadini del XXI secolo, e in particolare a voi politici, che vi impegnate tutti i giorni a rendere migliore il mondo in cui viviamo. La politica ha rappresentato per me, che non ho mai voluto considerarmi una filosofa ma una teorica della politica, appunto, lo sfondo del mio impegno di pensiero.
Nel corso della mia appassionata vita ho guardato con preoccupazione al progressivo disgregamento delle certezze nella società, ma ho sempre nutrito anche tanta speranza nelle capacità umane di risollevarsi. Il caso Eichmann ha reso visibile il contrassegno che caratterizza la società contemporanea, la cifra che ne descrive la moralità: il male è banale e gli uomini banali si celano dentro le maschere della burocrazia o nelle superficiali relazioni della nostra quotidianità. Ciò che rende la società di massa così difficile da sopportare non è, o almeno non è principalmente, il numero delle persone che la compongono, ma il fatto che il mondo che sta tra loro ha perduto il suo potere di riunirle insieme, di metterle in relazione e di separarle.
La politica può tornare ad essere il terreno privilegiato per una riconquista degli spazi di libertà, di incontro, di azione e discorso. I giovani chiedono, oggi, alla politica e a voi politici, il rispetto degli impegni, la responsabilità. La politica è servizio. “Politica” significa, prima di tutto, misurarsi con la verità delle cose e il pensiero; essa è capacità di progettare, è apertura che chiede l’incontro con l’altro.
Oggi è raro incontrare persone che credono di possedere la verità; ci confrontiamo invece costantemente con quelli che sono sicuri di avere ragione. Sempre più frequentemente si avverte nell’aria che respiriamo un sentimento comune alla maggior parte delle persone: l’arroganza. Ogni giorno ci imbattiamo in personalità differenti che, in quanto tali, manifestano un proprio pensiero non necessariamente uguale al nostro. Il difetto che accomuna il genere umano è la difficoltà a riconoscere i propri limiti, la strenua presunzione di possedere ragioni universali. Esistono, tuttavia, eccezioni più o meno silenziose, incarnate da quelle persone che ancora conservano la saggezza critica di saper distinguere il bene dal male, il bello dal brutto: l’apparente ovvietà di questa distinzione presuppone una grande apertura verso il mondo ed il prossimo. Sono persone che non impongono l’apertura del dialogo, ma la offrono lasciando agli altri l’arbitrio di accoglierla o meno. Ciò che fa di un uomo un pensatore è la sua capacità di districarsi nella complessità dei problemi che la vita quotidiana pone, riuscendo sempre ad andare oltre, non certo in virtù di un sapere astratto ma grazie alla propria umanità e al bagaglio di esperienze vissute. La manifestazione del vento del pensiero non è la conoscenza; è l’attitudine a discernere il bene dal male, il bello dal brutto.
Io non credo che possa esistere qualche processo di pensiero senza esperienze personali. È una sfida al pensiero, perché il pensiero vuole andare in fondo, tenta di andare alle radici delle cose, e nel momento in cui si interessa al male viene frustrato, perché non c’è nulla. Questa è la banalità. Solo il Bene ha profondità, e può essere radicale. La politica dovrebbe essere azione in vista del bene della collettività. La strumentalizzazione dell’azione e la degradazione della politica in mezzo per altri scopi, naturalmente, non è mai realmente riuscita a eliminare l’azione, a impedire che essa sia una delle esperienze umane decisive, o a distruggere completamente la sfera degli affari umani. Il Bene in politica si dispiega nella duplice direzione del perdono (il cui esito è il “sollievo” etico rispetto all’imprevedibilità delle azioni passate) e delle promesse (la cui tensione costituisce il “respiro” dell’anima rispetto all’imprevedibilità del futuro). Il codice morale ricavato dalle facoltà di perdonare e far promesse riposa su esperienze che nessuno può avere con se stesso ma, al contrario, sono interamente legate alla presenza di altri. E proprio come il grado e i modi dell’autogoverno giustificano e determinano il governo sugli altri – come si domina se stessi si domineranno gli altri – così il grado e le modalità dell’essere perdonati e assicurati con le promesse determinano il grado e i modi in cui si può riuscire a perdonare se stessi o a mantenere promesse che riguardano solo noi. Quanto la politica sia lontana da ogni forma di aggressività e di dominio sull’altro, appare dunque in tutta la sua luce se riusciamo a riappropriarci della dimensione dell’agire libero, dove l’umanità può incontrarsi senza mediazioni. Sono comunque consapevole che seguire una politica non imperialistica e conservare la fede in una dottrina non razzista diventa ogni giorno più difficile, perché diventa ogni giorno più chiaro quanto pesante sia per l’uomo il fardello del genere umano.
Non le idee, ma gli eventi cambiano il mondo. L’azione senza discorso è cieca, il discorso senza azione è vuoto. Le idee che abbiamo portano ad un discorso e si concludono con un’azione. Per poter cambiare il mondo, è necessario che l’agire non si fermi ad un’esperienza, ma diventi un evento. L’azione è nascita perché innesca un meccanismo infinito, crea una risposta che può essere una nuova azione, che, a sua volta, ne cambia mille altre. Con il discorso e l’azione l’uomo si inserisce tra i suoi simili, distinguendosi e accomunandosi con loro: questo processo è paragonabile ad una seconda nascita. Il fatto che l’uomo sia capace di agire significa che da lui si può attendere l’inatteso, che egli è, cioè, in grado di compiere l’improbabile. Tutto ciò è possibile solo in quanto ogni uomo è unico e poiché con la nascita di ciascuno viene al mondo qualcosa di nuovo nella sua unicità. Se l’azione come cominciamento corrisponde al fatto della nascita, se questa è la realizzazione della condizione umana della natalità, allora il discorso corrisponde al fatto della distinzione, ed è la realizzazione della condizione umana della pluralità, cioè del vivere come distinto e unico essere tra uguali.
La vita del criminale nazista Eichmann mostra come l’uomo possa trovarsi sulla strada dell’indistinzione e dell’inautenticità, senza la consapevolezza di avere irrimediabilmente perduto la sua umanità. Le azioni erano mostruose, ma chi le fece era pressoché normale, né demoniaco, né mostruoso. Il guaio del caso Eichmann era che uomini come lui ce n’erano tanti e che questi tanti non erano né perversi né sadici, bensì erano, e sono tuttora, terribilmente normali. La politica del totalitarismo fu possibile proprio grazie alla assoluta normalità di individui come Eichmann; nella società attuale la concezione politica assume un significato dell’azione e dell’agire che non può coincidere con l’idea totalitaristica del dominio sull’altro e la cui unica fonte può essere solo una società democratica che non si lasci consumare in una politica del profitto e degli interessi personali. La politica vissuta da Eichmann come metodo di un’ascesa sociale è, paradossalmente, un esito pericoloso che può riproporsi in una società abbagliata dall’abbondanza della sua crescente fecondità e assorbita nel pieno funzionamento di un processo interminabile, in cui non riesca più a riconoscere la propria futilità. La politica vissuta come questione dell’immagine corre il rischio di allontanarsi dalla realtà; essa percorre un crinale che può declinare, da un lato, verso la mancanza di pensiero e, dall’altro, verso una distorsione della verità, cioè la bugia. Il politico che mente nega agli altri uomini la possibilità del pensiero, in quanto distrugge dall’interno la possibilità stessa che un pensiero, nato dal confronto con altri pensieri, possa avere un’efficacia nell’azione politica. La bugia utilizzata in politica come via maestra al consenso può produrre soltanto il risultato di una degenerazione della democrazia in demagogia. Dal che si potrebbe concludere che più un bugiardo ha successo, più gente riesce a convincere, più è probabile che finirà anche lui per credere alle proprie bugie.
Il corso della vita umana diretto verso la morte condurrebbe inevitabilmente ogni essere umano alla rovina e alla distruzione se non fosse per la facoltà di interromperlo e di iniziare qualcosa di nuovo, una facoltà che è inerente all’azione, e ci ricorda in permanenza che gli uomini, anche se devono morire, non sono nati per morire ma per incominciare.
3) Il testo che segue, nella varietà di argomenti che tratta, può fornirvi utili spunti. Zagrebelsky è un giurista di grande valore.
Zagrebelsky e le tre cose su cui si regge il mondo: la verità, la giustizia e la pace
"Sembra quasi che la guerra sia nella natura degli essere umani, che sia sempre sull’uscio della nostra porta". Con questa considerazione dal sapore un po' amaro Gustavo Zagrebelsky – costituzionalista e professore emerito del Dipartimento di Giurisprudenza di UniTo – ha aperto la sua lectio dal palco di un gremito Teatro Carignano, all'interno del programma di Biennale Democrazia, di cui è presidente sin dalla fondazione.
Il titolo dell'intervento è ispirato a una citazione del testo rabbinico Avot risalente al IV sec d.C: "Su tre cose si regge il mondo: la verità, la giustizia e la pace". E, al proposito, Zagrebelsky precisa: "La verità porta alla giustizia, la giustizia alla pace. Si può anche aggiungere che senza uno di questi elementi il mondo non si reggerebbe".
L'incipit è sul concetto di pace. "Ieri, seppur in forma rapidissima, il professor Barbero ha attirato la nostra attenzione su una formula che è in grande auge oggi, citata ovunque: si vis pacem para bellum. Se vuoi la pace prepara la guerra. Questa formula contiene un paradosso, è quasi un gioco di parole e noi, oggi, siamo pieni di persone che fanno giochi di parole su cose serie". E Zagrebelsky sostiene che quella formula, così usata, sia in realtà guerrafondaia: "Noi che siamo ingenui diremmo che chi vuole la pace dovrebbe preparare le condizioni della pace. La pace non è assenza di guerra. Alla fine di una guerra diciamo che torna la pace, ma quale pace avrai? Avrai la pace dei cimiteri: fanno il deserto e lo chiamano pace"
Insiste, durante la lectio: "Una formula del genere dà adito anche a una seconda interpretazione: se vuoi la pace prepara le forze armate sufficienti a contrastare i nemici. L'idea di pace come frutto del terrore reciproco è un po' alla base degli attuali equilibri internazionali. Ma questa la chiameremmo pace? Non lo so. Io ho il timore che questa sia una finta pace. Anche perché in questa interpretazione si sottintende che la guerra sia una possibilità reale, se no non fai paura. In più questo causa la corsa al riarmo continuo: se il nemico ha una bomba in più io devo farne due in più, portando a una spirale che non si ferma mai".
Con i modi pacati che gli sono propri, Zagrebelsky ci conduce nel discorso seguendo una strada punteggiata dai tre temi del titolo. Il tema della verità viene toccato attraverso quelli che il costituzionalista chiama "i simboli della menzogna", che sfociano quasi sempre nella propaganda. La differenza tra le canzoni di guerra, create ad hoc per il sostegno dell'opinione pubblica, e le canzoni di trincea, che davano invece voce ai soldati e alla loro realtà, è solo uno degli esempi che porta.
"Oggi – continua – un'altra cosa che andrebbe contrastata è l'idea delle narrazioni. Non vi colpisce che tutti quanti, nella sfera pubblica e nella sfera politica, abbiano le loro narrazioni? Naturalmente, partendo dai fatti e arrivando alle interpretazioni, si può raccontare quello che è successo, ma questo abuso delle narrazioni ci induce il sospetto che tale racconto si basi su una costruzione falsa, o addirittura che non ci sia più possibilità di arrivare alla realtà. Persino i numeri vengono stravolti, letti e riletti, interpretati e reinterpretati. La prima battaglia per la pace è secondo me una battaglia per la verità".
Su un'altra questione è perentorio: "Che non si dica che le questioni politiche non abbiano a che fare con scelte morali". Zagrebelsky attinge da due capolavori letterari di Fedor Dostoevsky per sollecitare una riflessione sugli aspetti morali: il dilemma dello studente protagonista in Delitto e Castigo, che con l'obiettivo di fare opere di bene progetta e poi uccide una usuraia, e l'incontro tra due dei tre Fratelli Karamazov durante il quale uno provoca l'altro sul tema della fede in Dio di fronte al male del mondo. "Tu per il bene dell'umanità saresti disposto a versare consapevolmente e intenzionalmente la lacrimuccia di un innocente? Voi, cosa rispondereste?".
Zagrebelsky porta, poi, all'attenzione del pubblico il fatto che viviamo in contesto in cui siamo immersi in una ideologia della guerra. "Se ci pensate, se passeggiamo nelle nostre città siamo circondati da monumenti dedicati a personaggi storici, per lo più sono uomini di guerra, i cosiddetti eroi d’arme. Avete mai trovato un monumento per San Francesco? L’altare della patria, a parte il valore architettonico, è stato costruito per celebrare il sacello del milite ignoto, il sarcofago di un soldato di cui non si è potuto ricostruire l’identità e insepolto da parte dei parenti. Questo povero soldato lo si dovrebbe definire non il milite ignoto ma la vittima ignota, o forse potremmo aggiungere vittima inconsapevole della guerra".
Ed è così che Zagrebelsky arriva al tema della giustizia. "La guerra è quell’evento che qualcuno decide di fare e che altri fanno". Sono diverse le pause che il giurista si prende, come per dare il tempo al pubblico di soppesare le sue parole e rifletterci. Ma dopo questa frase, scoppia l'applauso.
Il tema della giustizia, così sentito dal costituzionalista, prende il sopravvento. "C’è chi la guerra decide di farla e chi la guerra la fa. Questa è l’ingiustizia più grande. La posta in gioco è la vita. E non è solo un problema di uguaglianza, ma anche generazionale. Chi perde la vita nella guerra? I giovani, in base a decisioni di adulti o anziani. Ennesima questione che rende a maggior ragione la guerra a mio parere una questione abominevole"
Di più, la giustizia diventa giustizia sociale: "La battaglia della pace dovrebbe essere rivolta ad avvicinare gli strati della popolazione che sono sempre più lontani, combattere la strapotere dei pre-potenti per giungere alla pace e aggiungo, alla democrazia. Perché la democrazia non si risolva in una beffa, o in una strada che porta alla tragedia, cosa già successa nella nostra storia: fascismo e il nazismo si sono affermati attraverso strumenti democratici, strumenti formali ma corrotti dall'ignoranza e dalla propaganda."
"Oggi parlare di democrazia – prosegue – significa entrare in un terreno minato, perché non pare più essere il regime desiderabile. Facciamo questa bella equazione: la guerra è lo strumento legittimo delle autocrazie, la pace è il desiderio delle democrazie. La guerra è oligarchica, la pace è democratica perché riguarda tutti".
La conclusione è una sola: "Forse vale la pena ancora di impegnarsi sia per la pace sia per la democrazia".
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