IV E V CANTO DELL'INFERNO - SCRIVERE COME DIO

Il limbo, nel quale si entra non appena l'agens si riprende dallo svenimento durante il quale avviene il passaggio del confine metafisico (l'Acheronte, evento esoterico), è il luogo in cui Virgilio è dannato e dove dovrà tornare appena concluso il suo servizio di guida nell'aldilà affidatogli da Beatrice per la salvezza di Dante. Grazie alla conoscenza che stiamo facendo in questo stesso periodo della letteratura d'amore cortese, la parola servizio suona particolarmente significativa, ricordando tutto quello che i cavalieri (ad esempio Lancillotto dell'ormai a voi noto roman cortese) sono disposti a fare per la domina di cui sono innamorati. In questo caso a essere servizievole è però un uomo, o l'ombra di un uomo, ossia Virgilio maestro di color che sanno, fonte della scienza e conoscenza per il suo allievo Dante. Il momento è particolarmente delicato: Virgilio conduce Dante (destinato alla salvezza che lo renderà definitivamente separato da lui,  il quale resterà invece eternamente nell'inferno) nel suo territorio, e forse per questo è tutto smorto, come si legge al v. 14. All'agens preoccupato da questa manifestazione che interpreta come paura, Virgilio spiega che si tratta di pieta, che prova evidentemente per sé e per tutti quelli che si trovano in questa parte specifica dell'inferno. Di questo sentimento abbiamo già sentito parlare diverse volte, accompagnato dall'avvertimento di non lasciarsene impadronire, dal momento che può mettere in dubbio addirittura la giustizia divina, facendo evidentemente vacillare la fede. Il poema dantesco, non smetterò mai di sottolinearlo, lungi dall'essere solo un sistema rigido e dottrinale, un monumento alla fede nell'interpretazione medievale della medesima, ospita al suo interno una quantità pressoché infinita (che è consentito a ogni lettore identificare) di interpretazioni umane, ovvero soprattutto di dubbi, di contraddizioni, prime tra tutte quelle che scaturiscono dal conflitto permanente fra ragione e sentimento. Nel caso specifico, si tratta di accettare che una dura sentenza del giudice divino abbia decretato per persone come Virgilio, che hanno condotto un'esistenza secondo le quattro virtù cardinali (prudenza, fortezza, giustizia e temperanza) ma non secondo quello teologali (fede, speranza e carità), che non potevano conoscere perché vissuti prima di Cristo, l'inferno per l'eternità. Leggeremo questo canto alla luce di tale percezione (quella di un'aleggiante ingiustizia di fondo) alla quale l'agens non deve lasciare troppo spazio, ma che l'auctor  si premura invece di delineare in tutta la sua potenza poetica: inventa infatti per questi abitanti del I cerchio un ambiente per nulla infernale, addirittura piacevole, una sorta di ritaglio di paradiso nel cieco mondo dove il sole tace, ma riesce pur sempre a brillare la luce della ragione.  

Nel V canto, vedremo, si passa nel II cerchio, dove sono invece puniti con rigore (non c'è luce e non c'è pieta per loro) i lussuriosi. Tuttavia, e qui si manifesta l'analogia tra i due canti che voglio proporvi preliminarmente, anche nel caso di questi peccatori (solo due di loro, in verità) l'auctor crea una sorta di parentesi paradisiaca, assumendosi la responsabilità e il diritto (che gli proviene dal magistero poetico, è evidente) di regalare a dei dannati qualcosa che contribuisce ad alleviare (è mai possibile?) la pena infernale giustamente inflitta loro. Nel canto, infatti, due anime dannate, quella di Paolo e Francesca, perdutamente innamorati l'uno dell'altra (e l'avverbio ha in sé tutto il senso pregnante e tragico che il contesto infernale gli garantisce) sono unite nella pena, subiscono cioè un contrappasso che le lascia insieme e avvinte, pur nella terribile punizione loro inflitta. Unici (o quasi) in tutto l'inferno, invece di patire in maniera solitaria (come dev'essere, dato che la dannazione comporta anche questa dannata solitudine) patiscono insieme realizzando una specie di sogno romantico ante litteram, quello di non lasciarsi mai, di vivere (morire)  d'un unico amore. Come non pensare che, anche nel loro caso come in quello appena accennato di Virgilio, si tratti di un omaggio di colui che ha osato scrivere come Dio...

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