I CANTO DELL'INFERNO (completo e con modello di riflessione attualizzante e personale)

Fornisco solo qualche nozione basilare, per poi arrivare a ricostruire a poco a poco, immergendoci nella poesia, un quadro sempre più completo dell'epoca e dell'Autore.

Nato nel 1265 a Firenze, Dante inizia a scrivere la Divina commedia dopo aver già composto molta poesia e dopo aver vissuto complicate e dolorose vicende politiche. Si trova già, scelgo solo questo dettaglio biografico, in esilio dalla sua amatissima Firenze, dove non potrà mai più tornare. L'anno in cui ambienta il viaggio nell'aldilà, dato che questo è essenzialmente il poema che ci accingiamo a leggere, è il 1300, anno giubilare come quello che sta per terminare per noi ora. Il papa in carica è Bonifacio VIII, che vedremo essere considerato da Dante un grande nemico, suo e della chiesa nel suo insieme. Il poema è intitolato dall'Autore Comedìa, mentre l'aggettivo divina  è dovuto a un'aggiunta inserita da Boccaccio nel suo Trattatello in laude di Dante. Si tratta di un poema redatto in terzine di endecasillabi, suddiviso in tre cantiche, rispettivamente composte da 34 canti la prima (Inferno), 33 la seconda (Purgatorio) e 33 la terza (Paradiso). Lo stile è basso nella I cantica, medio nella seconda, alto nella terza, anche se il titolo prescelto farebbe pensare a una prevalenza del solo stile basso. I canti differiscono tra loro in lunghezza, da 115 a 160 versi (il più lungo è il XXXIV dell'Inferno). L'endecasillabo  diventerà il verso prediletto della letteratura italiana. Le terzine sono in rima incatenata (primo e terzo in rima, secondo e primo successivo in rima tra loro e con terzo successivo e così via). Impareremo subito a considerare importanti anche le parole rimate per fare commenti contenutistici: per questo conoscere la struttura ritmica è importante (non è solo un fattore esteriore, rimanda al contenuto, così come le figure retoriche. 


Nel mezzo del cammin di nostra vita

mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Mi ritrovai, nel secondo verso della prima terzina, indica che il poema è scritto in prima persona. Lì dentro, in quella che (posso iniziare con le aspettative) penso sia una storia, c'è una persona che si presenta subito come una protagonista. Posso già anche capire altro, dal solo verbo mi ritrovai: il protagonista della storia non sa come sia arrivato nel luogo che poi indica come selva oscura. Un dato certo è che abbia perso (smarrita) la strada giusta (diritta via). Per commentare ancora questi tre  versi possiamo servirci di quanto appena imparato in merito ai significati simbolici, alle allegorie. Di là dalla letteralità (secondo la quale una persona, proprio nel mezzo del cammino della sua vita ossia a circa 35 anni, senza sapere come abbia fatto ad arrivarci si trova in un bosco oscuro, perché ha perso la strada), il significato allegorico è che il protagonista ha perso la via del bene, si è smarrito perché è caduto nell'errore (doppio senso del verbo errare).
Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!

Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ ho scorte.
La selva è un luogo spaventoso, il protagonista della storia sente (nel momento in cui scrive) di riprovare di nuovo (nel pensier rinova) la paura. Impariamo da questo momento a considerare presenti, all'interno del poema, due entità: il personaggio Dante che vive il viaggio nei regni ultraterreni, e l'Autore Dante che a distanza di qualche anno racconta il viaggio. Il primo è l'agens (colui che fa) il secondo l'auctor (l'autore). Quest'ultimo è colui che annuncia dirò de l'altre cose ch'i' v'ho scorte. La selva selvaggia allegoricamente rappresenta lo stato di turbamento profondo in cui si trova chi pecca: l'auctor preannuncia che nel suo racconto, oltre all'esperienza amara che poco è più morte (ossia di poco meglio della morte), documenterà anche del ben ch'i vi trovai. Si tratta di una sorta di analessi, anticipazione, delle tappe del viaggio: dall'inferno (il male assoluto), al purgatorio (l'espiazione del male, qualcosa d'altro), al paradiso (il ben).
Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
tant’era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.
Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto,

guardai in alto e vidi le sue spalle
vestite già de’ raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle.
Prosegue la sensazione di smarrimento totale, espressa anche attraverso il riferimento al sonno (la sua mente è obnubilata) e prosegue quello che si configura come un cammino in un luogo fisico: oltre alla selva c'è un colle, le cui pendici sono illuminate dal sole. Il sole, allegoricamente, rappresenta Dio: in continuità con il pensiero pagano, per il quale il sole era il dio Apollo (per gli egizi Ra), alcuni padri della chiesa autorizzavano l'intendimento allegorico di simboli pagani in chiave cristiana, ovviamente reinterpretando completamente il simbolismo originario. A rafforzare l'interpretazione simbolica in chiave cristiana è l'espressione che mena dritto altrui per ogne calle: conduce nella direzione giusta chiunque per ogni sentiero. Dio indica la via verso ciò che è buono e giusto.

Allor fu la paura un poco queta,
che nel lago del cor m’era durata
la notte ch’i’ passai con tanta pieta.
La vista del colle illuminato dal sole pacifica l'animo dell'agens che non prova più paura: la pieta (parola che Dante utilizza piana e non tronca), ossia di nuovo lo stato di tormento, scompare.

E come quei che con lena affannata,
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l’acqua perigliosa e guata,
così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva.
Con una similitudine (il testo ne è ricchissimo) l'auctor rappresenta lo stato d'animo di chi, dopo aver corso un rischio grave di annegamento nel mare agitato, si guarda alle spalle e si rende conto del pericolo corso. Lo passo che non lasciò già mai persona viva, interpretato allegoricamente, rappresenta la caduta nel peccato ossia in quella che nel linguaggio religioso medievale si definisce la morte secunda, la seconda morte, peggiore della prima (quella fisica) perché coincide con la morte dell'anima, che precipita nell'inferno. 

Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta,
sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso.
La strada dell'agens è in salita (il piè fermo sempre era'l più basso)

Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
una lonza leggera e presta molto,
che di pel macolato era coverta;

e non mi si partia dinanzi al volto,
anzi ’mpediva tanto il mio cammino,
ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.
Nella storia, avventurosa, che si sta dipanando, l'agens prova a intraprendere la salita del colle, ma viene impedito dalla presenza di una lonza, delineata attraverso aggettivi (leggera e presta, agile e veloce) e una perifrasi (di pel macolato era coverta, la sua pelliccia è a chiazze). Si tratta di un animale (inesistente nella realtà, ma somigliante a una lince) che nei Bestiari medievali viene inserito come personificazione e allegoria della lussuria. Da notare che si limita solo a  ostacolare ('mpediva) l'avanzamento dell'agens.
Temp’era dal principio del mattino,
e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle
ch’eran con lui quando l’amor divino
mosse di prima quelle cose belle;
sì ch’a bene sperar m’era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle
l’ora del tempo e la dolce stagione;
ma non sì che paura non mi desse
la vista che m’apparve d’un leone.
Una breve digressione astronomica determina una pausa descrittiva e contemplativa al tempo stesso: è il momento dell'aurora, in cui il sole appare all'orizzonte in compagnia delle quattro stelle che si trovavano in compagnia di Dio al momento della creazione: in base alle credenze astrologiche medievali, tali stelle appartengono alla costellazione dell'Ariete, che per tutto il periodo primaverile accompagna il sorgere del Sole, dopo essere stata insieme a Dio anche nel momento originario della creazione. Il significato simbolico è chiaro: coincidono due momenti (del giorno e dell'anno) positivi, in quanto entrambi collegati con nascita/rinascita. In base a calcoli già risalenti ai primi commentatori, l'inizio del viaggio nell'aldilà è collocato da Dante il 7 aprile (un venerdì precedente la Pasqua, quindi un venerdì santo) dell'anno 1300. Tutto converge (l'ora del tempo e la dolce stagione, l'aurora e la primavera)  per rendere l'agens speranzoso, ma l'apparizione di un leone ricrea lo stato di paura da cui la narrazione ha avuto inizio.
Questi parea che contra me venisse
con la test’alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l’aere ne tremesse.
Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame,
questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch’uscia di sua vista,
ch’io perdei la speranza de l’altezza.
La narrazione si fa a questo punto incalzante: dopo il leone (che i Bestiari descrivono come simbolo della superbia), appare una lupa (sempre nei Bestiari simbolo dell'avidità), la quale getta l'agens in uno stato di disperazione: io perdei la speranza de l'altezza. A questo punto è impossibile che continui la sua salita: la lupa, alla quale dedica già da questi versi molta più attenzione descrittiva rispetto alle altre due fiere, è in grado di fare del male a moltissime persone (molte genti fe' già viver grame), è gonfia di brame pur apparendo magrissima. 
E qual è quei che volontieri acquista,
e giugne ’l tempo che perder lo face,
che ’n tutti suoi pensier piange e s’attrista;
tal mi fece la bestia sanza pace,
che, venendomi ’ncontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove ’l sol tace.
La lupa, bestia sanza pace, in permanente frenesia (com'è proprio dell'avidità), incalza a poco a poco (anche la lentezza può essere spaventosamente aggressiva) l'agens, sospingendolo là dove il sol tace, eloquente sinestesia con cui l'auctor sintetizza la vanificazione totale di quel tentativo, che abbiamo seguito, di percorrere speranzosamente la via del colle illuminato dal sole: il sole tace dove dominano le tenebre, e possiamo pensare che Dante intenda qui suggerire che l'inferno del peccato è di nuovo in agguato come nella selva oscura.
Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,
dinanzi a li occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea fioco.
Quando vidi costui nel gran diserto,
"Miserere di me", gridai a lui,
"qual che tu sii, od ombra od omo certo!".
L'agens rovina, ovvero precipita, all'indietro e scorge quella che subito coglie come un'apparizione forse salvifica per lui: lo rendono esplicito il richiamo (miserere di me, abbi pietà di me, con una formula utilizzata per rivolgersi a Dio e ottenerne l'aiuto) e la descrizione che allude a un'apparenza fuori dall'ordinario, chi per lungo silenzio parea fioco (di nuovo una sinestesia, dato che l'aggettivo fioco si addice a un fenomeno acustico, ma qui è riferito all'effetto visivo, che richiama la trasparenza di un'ombra, come confermato dai versi successivi). A questo essere umano o fantasma, dunque, l'agens si rivolge per avere un aiuto in un frangente molto difficile per lui.
Rispuosemi: "Non omo, omo già fui,
e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patrïa ambedui.
Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto
nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.
Poeta fui, e cantai di quel giusto
figliuol d’Anchise che venne di Troia,
poi che ’l superbo Ilïón fu combusto.
Ma tu perché ritorni a tanta noia?
perché non sali il dilettoso monte
ch’è principio e cagion di tutta gioia?".
Il momento è fatale, un kairòs, potremmo azzardare. L'agens incontra qui la sua prima guida (ne seguiranno, nelle successive cantiche, altre due), il poeta Virgilio, vissuto nel I secolo a. C. e a noi ben noto attraverso la lettura dell'Eneide, che si presenta molto sobriamente: genitori mantovani, vissuto sotto Cesare e poi Ottaviano Augusto in epoca pagana (dei falsi e bugiardi), poeta e cantore delle gesta di Enea dopo la distruzione di Troia (superbo Iliòn combusto). La prima frase rivolta direttamente a Dante suona come una domanda: come mai non sale su per il dilettoso monte? Si rafforza il significato simbolico che abbiamo già assegnato a questo tentativo di ascensione: il monte potrebbe essere (come suggerito da qualche commentatore della Divina commedia, in particolare da Jorge Borges) una sorta di miraggio (dato che non potrebbe, per via della geografia dei luoghi istituita dal poeta, trovarsi lì) del monte del purgatorio, il secondo regno, sulla cui sommità si trova il paradiso terrestre dal quale poi si accede al terzo regno, il paradiso. Interpretando allegoricamente, Virgilio sta chiedendo a Dante come mai non stia proseguendo verso la salvezza garantita dal purgatorio e precipiti invece verso il basso, dove si trova il regno infernale. 
"Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte
che spandi di parlar sì largo fiume?",
rispuos’io lui con vergognosa fronte.
"O de li altri poeti onore e lume,
vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore
che m’ ha fatto cercar lo tuo volume.
Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore,
tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
lo bello stilo che m’ ha fatto onore.
Dante risponde manifestando per cominciare un senso di reverenza nei riguardi di colui che defnisce de li altri poeti onore e lume e poi lo mio maestro e 'l mio autore nonché solo colui da cu' io tolsi lo bello stilo che m'ha fatto onore. Un omaggio multiplo, sottolineato attraverso un inanellamento di rime (amore, autore, onore), che tra le altre cose allude alla potenza che sprigiona dalla poesia: il pensiero ch'essa veicola valica i secoli, determina il sorgere di amicizie meravigliose, come quella che da questo momento vedremo delicatamente delinearsi come un sottotesto del poema. Un agens sperduto e spaventato incontra in questo momento della narrazione colui che ha rappresentato nel suo percorso di studi un faro di luce, un maestro, un insegnante nel senso etimologico del termine, ovvero uno che lascia un segno, s'intende, nell'anima. Ogni distanza si annulla, Dante riconosce il suo maestro.
Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;
aiutami da lei, famoso saggio,
ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi".
La bestia è sempre la lupa, quella tra le fiere che ha impedito definitivamente l'ascesa del colle.
"A te convien tenere altro vïaggio",
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
"se vuo’ campar d’esto loco selvaggio;
ché questa bestia, per la qual tu gride,
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide;
e ha natura sì malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo ’l pasto ha più fame che pria.
Molti son li animali a cui s’ammoglia,
e più saranno ancora, infin che ’l veltro
verrà, che la farà morir con doglia.
Virgilio interpreta per la prima volta qui la funzione di maestro nei confronti dell'agens: il modo in cui descrive la bestia sanza pace è allegorico, e risente dell'influenza dello stile dei Bestiari. L'avidità, che la lupa incarna (alla latina avaritia), è la radice della sua natura malvagia e ria, orientata al male, che la induce ad avere sempre fame, anche dopo aver mangiato, e a unirsi carnalmente con altri animali (l'avidità si associa facilmente ad altri vizi). Si tratta di una bestia assassina (uccide chiunque le si pari davanti), responsabile di morti secunde, ossia morti spirituali, che sono quelle che condannano all'inferno. L'avidità è qui trattata alla stregua di un peccato mortale, dal quale è difficile proteggersi, e per combattere il quale è necessario attendere l'intervento del veltro, letteralmente un levriero, alla cui delineazione, che va letta allegoricamente,  sono dedicate le terzine successive.
Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapïenza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.
Di quella umile Italia fia salute
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute.
Questi la caccerà per ogne villa,
fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno,
là onde ’nvidia prima dipartilla.
Virgilio propone in questi versi una profezia. Nella Commedia si trovano due tipi di profezie. Le più frequenti sono le cosiddette profezie post factum, ossia false profezie, profezie dopo il fatto, derivanti dalla circostanza  che l'auctor sia a conoscenza di quello che accadrà all'agens e glielo faccia appunto profetizzare da personaggi che incontra nei mondi ultraterreni, i quali  hanno la possibilità (proprio in quanto trapassati) di conoscere il futuro (i dannati lo conoscono fino al momento in cui diventa presente, poi non possono più sapere nulla). Le vere profezie, sono poche e una di queste è quella del veltro: con vere s'intende che siano oscure, richiedano di essere interpretate e si riferiscano a eventi effettivamente futuri. Del veltro, ossia del levriero che, intendendo i versi letteralmente, riuscirà a cacciare all'inferno la lupa (spinta a uscire da lì dall'invidia), possiamo pensare che simboleggi Cristo (il cui ritorno sulla Terra era atteso in particolare da alcune sette cristiane) oppure qualche salvatore politico che gli interpreti hanno voluto identificare ad esempio con uno dei generosi ospiti di Dante nel periodo dell'esilio, ossia Cangrande della Scala, signore di Verona, al quale (per riconoscenza della sua generosità) Dante dedica la terza cantica (con una lettera di dedica in cui spiega i sovrasensi). Notiamo che in questi versi, dedicati a delineare, sia pur oscuramente, la vittoria di qualcuno (un uomo politico) nei riguardi dell'avidità diffusa, l'auctor ricorra a un riferimento all'Eneide virgiliana (il personaggio di Camilla, eroina morta nella fase in cui Enea stava predisponendo il terreno affinché in Italia nascesse l'impero di Roma, dove poi sarebbe nato il papato), recando così omaggio al maestro.
Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno
che tu mi segui, e io sarò tua guida,
e trarrotti di qui per loco etterno;
ove udirai le disperate strida,
vedrai li antichi spiriti dolenti,
ch’a la seconda morte ciascun grida;
e vederai color che son contenti
nel foco, perché speran di venire
quando che sia a le beate genti.
A le quai poi se tu vorrai salire,
anima fia a ciò più di me degna:
con lei ti lascerò nel mio partire;

ché quello imperador che là sù regna,
perch’i’ fu’ ribellante a la sua legge,
non vuol che ’n sua città per me si vegna.
In tutte parti impera e quivi regge;
quivi è la sua città e l’alto seggio:
oh felice colui cu’ ivi elegge!".
Virgilio conclude il suo intervento con una prospettiva rassicurante per l'agens: gli si propone come guida (per lo tuo me', ossia per il tuo meglio) in un viaggio (non si tratta di una visione...) che lo porterà prima in inferno, fra gli spiriti che gridano a la seconda morte, ovvero sono dannati, quindi in purgatorio (color che son contenti nel foco, ossia le anime degli spiriti che vengono purificati nelle balze del purgatorio e sperano di andare in paradiso). Lì si dovrà fermare per affidare l'agens a una seconda guida, alla quale qui si limita ad alludere (con lei ti lascerò nel mio partire), senza citarla direttamente (apprenderemo poi che si tratta di Beatrice, di cui vi parlerò prossimamente). Questa seconda guida lo condurrà a le beate genti, in paradiso, dove Virgilio non può andare perché Dio (nominato per via di una circonlocuzione, l'imperador che là su regna) non vuole, dato che Virgilio nacque prima della venuta di Cristo e fu ri
bellante alla sua legge, ossia non credette appunto in Lui. Notiamo che tutta quest'ultima parte è una prolessi, ossia un'anticipazione di eventi che devono accadere: Virgilio percorre anticipatamente le tappe del viaggio nell'aldilà di Dante.
E io a lui: "Poeta, io ti richeggio
per quello Dio che tu non conoscesti,
acciò ch’io fugga questo male e peggio,
che tu mi meni là dov’or dicesti,
sì ch’io veggia la porta di san Pietro
e color cui tu fai cotanto mesti".
Allor si mosse, e io li tenni dietro.
L'agens aderisce con convinzione alla proposta di Virgilio: richeggio, richiedo, rafforza quanto appena detto dal maestro, qui nominato poeta: il pericolo è grave e l'agens, consapevole di questo, nomina persino Dio affinché si compia questo evento straordinario del passaggio in paradiso fino alla porta di san Pietro, dopo aver conosciuto color cui tu fai cotanto mesti, ossia le anime dei dannati. Nell'ultimo verso la determinazione sembra presa: Virgilio si mette in cammino e Dante va dietro di lui.  
ESEMPIO DI ATTUALIZZAZIONE/IMPOSTAZIONE DI RISPOSTA
"questa bestia, per la qual tu gride,
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide;
e ha natura sì malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo ’l pasto ha più fame che pria."
Queste terzine si riferiscono alla lupa, bestia malvagia e ria, proposta come incarnazione allegorica di un'avidità che non conosce confini. Dante ha in mente, quando si scaglia, anche servendosi di immagini come questa, contro l'avidità, tanti esempi del suo tempo: avidi gli sembrano in particolare gli uomini di chiesa, che dovrebbero occuparsi dello spirito e non dei beni materiali, ma il problema è diffuso anche altrove nella società del suo tempo. Rifletti sull'avidità nel nostro tempo, scegliendo delle sue espressioni che ti paiano significative (ricorri a esempi, esprimi pure, se ne senti il desiderio, tuoi auspici)
IMPOSTAZIONE della RIFLESSIONE
Con l'eloquenza della poesia, Dante rappresenta come avido chi è sempre inappagato da quello che riesce a divorare, che addirittura ne stimola l'appetito, inducendolo a una ricerca forsennata di nuovo alimento, a un accumulo senza fine. Nella società contemporanea mi viene in mente che questa attitudine si possa riconoscere a livello collettivo, globale addirittura, come caratteristica del modo umano di stare al mondo. L'umanità, certamente con eccezioni, tende a considerare l'ambiente, la Terra nel suo insieme, come un soggetto da depredare: dall'acqua alle riserve minerarie, la tendenza a ritenere illimitato, inesauribile ma soprattutto riservato a noi esseri umani che possiamo farne ciò che vogliamo, tutto quello che la natura mette a disposizione, è radicata e consolidata. Più che riconoscere la lupa dantesca in questo o quel soggetto politico, economico o sociale, mi viene spontaneo intravvederne la presenza inquietante in ogni nostra scelta che appaia guidata da uno spirito predatorio, il quale esclude qualsiasi forma di restituzione o di compensazione. Alla lupa interessa solo riempire le sue viscere. Vedo allora  la lupa quando strumenti potenti di perforazione sono utilizzati per cavare dalle viscere della Terra ettolitri di petrolio, con i quali (tra l'altro) si alimentano motori che emettono esalazioni nocive per qualsiasi essere vivente. Continuo a vederla nel momento in cui assisto alla costruzione compulsiva di edifici che non sono destinati a garantire abitazioni a chi ne abbia bisogno, ma ad aumentare a dismisura quotazioni immobiliari. In assenza di un veltro da invocare come salvatore, che non s'addice alla nostra epoca e al mio modo di pensare, posso solo provare a immaginare una via di salvezza, che per me coincide con l'insaturazione di un legame armonico, rispettoso, con la natura e gli altri esseri umani. 

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