24/9 NUOVE LINGUE E POEMA DANTESCO (sintetica, integrale, I canto)

Dal Medioevo alla Divina Commedia - Sintesi per punti

1. Il passaggio dall'Alto al Basso Medioevo (Anno 1000)

Alto Medioevo (caduta dell'Impero Romano d'Occidente - 1000)

  • Economia prevalentemente agricola e chiusa (solo per il consumo)
  • Forte frammentazione politica
  • Scarsa circolazione monetaria, ritorno al baratto
  • Decadenza delle città
  • Organizzazione sociale basata su castelli, abbazie e monasteri

Il punto di svolta: Anno 1000

  • Aspettative millenaristiche (fine del mondo, ritorno di Cristo)
  • Ripresa degli scambi commerciali
  • Inizio dell'espansionismo (Crociate per Gerusalemme, Reconquista contro gli Arabi)

Basso Medioevo (1000 - scoperta dell'America, XV secolo)

  • Periodo di ripresa economica e culturale

2. La cultura medievale: l'universalismo

Due forme di universalismo

  • Ecclesiastico: Chiesa come manifestazione diretta di Dio sulla Terra (Papa come rappresentante)
  • Imperiale: Sacro Romano Impero (incoronazione di Carlo Magno nell'800 da parte di Papa Leone III)

Caratteristiche culturali

  • Cultura enciclopedica con al centro la teologia (scienza delle scienze)
  • Teologia come "scienza del divino" per conoscere Dio, fonte di tutto

3. Le correnti teologiche che influenzano Dante

Origini della teologia medievale

  • Padri della Chiesa (primo fra tutti Agostino)
  • Sintesi tra filosofia greca (Platone e Aristotele) e dottrina cristiana
  • Influenza degli interpreti arabi del pensiero aristotelico

Due correnti principali

Scolastica

  • Fondata da Tommaso d'Aquino (1225-1274), monaco domenicano
  • Sintesi tra aristotelismo e dottrina cristiana
  • Conciliazione di fede e ragione

Misticismo

  • Rappresentanti: Bonaventura da Bagnoregio (francescano) e Bernardo da Chiaravalle (cistercense)
  • Linea interpretativa platonica-agostiniana
  • Identificazione con il divino

4. La nascita delle lingue romanze

Il processo di formazione

  • Caduta dell'Impero Romano d'Occidente → regni romano-barbarici
  • Dal latino si formano le lingue di substrato (latino + parlate locali + influenze degli invasori)
  • Dalle lingue di substrato nascono le lingue romanze

Le principali lingue romanze

  • Lingua romanza del sì (volgare italiano): siciliano, toscano, umbro, lombardo
  • Lingua romanza d'oc (sud della Francia, Provenza)
  • Lingua romanza d'oil (centro-nord della Francia)
  • Spagnola, catalana, portoghese, romena
  • Tutti questi territori = Romania

Altre lingue europee

  • Germaniche, balcaniche, slave
  • Casi particolari: ungherese (Magiari), finlandese (ugro-finnica), albanese, basco
  • Greco (continuò nel Regno Bizantino)

5. Dalla lingua alla letteratura

La discrepanza cronologica

  • Prima: nascita e uso pratico dei volgari (comunicazione quotidiana, commerciale, ufficiale)
  • Poi: nascita delle letterature in volgare (espressioni artistiche)

Prime testimonianze del volgare italiano

  • Indovinello veronese (VIII-IX secolo): prima testimonianza linguistica
    • "Se pareba boves, alba pratalia araba et albo versorio teneba et negro semen seminaba"
  • Prime opere letterarie (1200): poesia d'amore siciliana e Cantico di frate sole di San Francesco

6. L'eccezionalità della Divina Commedia

Una creazione straordinaria

  • Capolavoro nato quando il volgare del sì è "appena nato" e ancora in via di definizione
  • Ricchezza straordinaria di forma e contenuto
  • Respiro di universalità che trascende epoca e territorio
  • Monumento della poesia mondiale creato in una lingua ancora in formazione


Riprendiamo dalla volta scorsa. L'alto medioevo (che si estende dalla caduta dell'impero romano d'occidente all'anno 1000) è caratterizzato da una prevalenza di economia agricola, chiusa (indirizzata solo al consumo) e da una notevole frammentazione politica: scarseggia la circolazione monetaria, i pochi scambi commerciali tornano a utilizzare il baratto, le città decadono e l'organizzazione sociale consiste in castelli, abbazie, monasteri. L'anno 1000, oggetto fra l'altro di aspettative millenaristiche (fine del mondo, ritorno di Cristo sulla Terra) segna una ripresa: per cominciare degli scambi commerciali e poi di un espansionismo che si colloca sotto il segno delle crociate per la conquista di Gerusalemme e la riconquista contro gli Arabi che avevano iniziato la loro invasione della penisola iberica nell'VIII secolo. Con l'anno 1000 ha quindi inizio il basso medioevo, che dura fino alla scoperta dell'America nel XV secolo. 

Dal punto di vista culturale, abbiamo già detto che l'intero medioevo è senza dubbio segnato dalla dominanza di quella cultura universalistica che si esprime istituzionalmente, dottrinalmente (teologicamente, moralmente) attraverso la chiesa e i suoi rappresentanti. L'universalismo ecclesiastico si fonda sulla convinzione che il papa, e con lui la chiesa, siano dirette manifestazioni di Dio sulla Terra. A questo tipo di universalismo si affianca (ma entra anche in opposizione, a seconda delle circostanze) quello espresso dall'istituzione imperiale. Ricordiamo, a questo proposito, quell'evento particolarmente significativo che è l'incoronazione di Carlo, re dei Franchi, come imperatore del sacro  romano impero nell'anno 800 da parte del papa Leone III. 

Aggiungo ora alcuni dettagli che ci portano a un maggior avvicinamento a Dante e alla Divina commedia, che desidero iniziare a leggere subito. L'aspirazione all'universalismo, che abbiamo appena detto essere incarnata dalla chiesa e fondata sull'idea che tutto derivi da Dio, creatore onnipotente e onnisciente, si manifesta tra l'altro nella forma di una cultura di tipo enciclopedico, al centro della quale si colloca la scienza delle scienze, quella che occupa nel contesto una posizione gerarchicamente superiore, ovvero la teologia. Si tratta, letteralmente, della scienza del divino, quella che consente di arrivare (quasi) a conoscere interamente appunto Dio, fonte e motore di tutto quello che esiste. La teologia, come scienza specifica, inizia quindi a esistere a partire dalle riflessioni dei padri della chiesa, primo fra tutti Agostino (che ispira moltissimo il pensiero dantesco), i quali a loro volta fondano le proprie riflessioni sulla natura di Dio sulla filosofia greca (Platone e Aristotele soprattutto) e, successivamente, su interpreti arabi del pensiero filosofico aristotelico. Il risultato è la nascita di scuole teologiche, la più importante delle quali per noi che vogliamo leggere Dante è la scolastica, fondata da Tommaso d'Aquino, monaco domenicano vissuto fra il 1225 e il 1274. Una seconda corrente di rilievo, che influenza il pensiero dantesco, è rappresentata dal misticismo, espresso  dal monaco francescano Bonaventura da Bagnoregio e da Bernardo da Chiaravalle dell'ordine cistercense (contemporanei, XI-XII secolo). Non si tratta di dottrine inconciliabili, ma conviene subito distinguerle: il tomismo (da Tommaso, appunto) elabora una sintesi fra aristotelismo e dottrina cristiana, mentre il misticismo si colloca  piuttosto sulla linea interpretativa di Platone e Agostino. Il tomismo cerca di arrivare a conciliare la fede con la ragione, mentre il misticismo approda a una sorta di identificazione con il divino. Questa è ovviamente una prima macroscopica distinzione, che col tempo preciseremo e approfondiremo. 

Un altro tassello del nostro discorso che è utile definire prima di iniziare a leggere la Divina commedia riguarda la lingua. I regni romano-barbarici, creatisi all'indomani della caduta dell'impero d'occidente, danno luogo a una geografia territoriale che è anche una geografia linguistica. Se infatti la lingua utilizzata nel territorio dell'impero romano d'occidente prima della sua dissoluzione era formalmente il latino, all'indomani della caduta di Romolo Augustolo nelle varie zone dell'impero si formano quelle che prendono il nome di lingue di substrato o sostrato, frutto di una commistione di latino e parlate locali, ulteriormente modificate dal contatto con successivi invasori. Dalle lingue di substrato, per via di passaggi della cui ricostruzione si occupa la linguistica, si originano poi le lingue romanze. Procedo quindi direttamente a elencare le lingue romanze che rientrano nel nostro percorso di storia della letteratura, segnalando approssimativamente anche i territori all'interno dei quali si vanno definendo: lingua romanza del o volgare italiano (a sua volta differenziato in volgari regionali: siciliano, toscano, umbro, lombardo), lingua romanza d'oc (sud della Francia, Provenza, oc corrisponde a ), lingua romanza d'oil (centro-nord della Francia, oil corrisponde a ), lingue romanze spagnola, catalana, portoghese, romena. Da notare che tutti i territori in cui si parlavano lingue romanze vengono denominati romània. Altra origine hanno invece le lingue germaniche, le balcaniche e dell'Europa orientale o slave e casi a sé sono l'Ungheria dove si affermò la lingua dei Magiari (Mongoli), la Finlandia, con la sua lingua ugro-finnica, l'Albania e la regione basca in Spagna. Il greco continuò invece a essere parlato in tutto il Regno Bizantino. 

Delineata così una mappa linguistica generale, precisiamo una cosa: un conto è parlare di nascita delle lingue romanze, un contro di nascita delle letterature romanze. Per qualche secolo, infatti, è possibile rintracciare esclusivamente documenti linguistici che testimoniano della nascita di questo o quel volgare, mentre mancano documenti letterari, ovvero non è ancora nata una produzione artistica che si esprima nelle lingue che tuttavia erano già in uso presso la popolazione. Dobbiamo insomma registrare una discrepanza cronologica tra l'epoca in cui si utilizzano i volgari per la comunicazione di tipo utilitaristico (quella quotidiana, commerciale, ufficiale) e quella in cui li si utilizza per espressioni artistiche. Una prima testimonianza linguistica del volgare italiano è il cosiddetto indovinello veronese, risalente all'VIII-IX secolo, ritrovato a inizio Novecento in un codice conservato nella biblioteca Capitolare di Verona. Se pareba boves, /alba pratalia araba / et albo versorio teneba /et negro semen seminaba. Gratias tibi agimus omnipotens sempiterne Deus. Documenta in modo evidente la fase di transizione dal latino a una nuova lingua che si andrà nel tempo definendo come il volgare del sì sopra citato. Quanto ai primi documenti letterari in volgare del sì occorre attendere ancora un paio di secoli, quando nel 1200 (ma ce ne occuperemo più avanti) fiorisce la poesia d'amore siciliana e la poesia religiosa espressa in particolare dal Cantico di frate sole di Francesco, il santo fondatore dell'ordine francescano. 

Visto però che sono interessata a condurvi, come annunciato, subito alla lettura della Divina commedia, della quale ci serviremo anche per approfondire il quadro dell'epoca in cui il suo autore vive e opera, arrivo subito a una dichiarazione: fra le caratteristiche di questo poema che generano ancor oggi stupore in chi ne affronta la lettura, figura quella di apparire come una creazione straordinaria (per ricchezza di forma e di contenuto) partorita a ridosso della nascita di una lingua. Voglio quindi farvi subito soffermare su questa specifica eccezionalità della Divina commedia: il volgare del sì è, per così dire, appena nato, è anzi ancora in via di definizione, e trova modo di esprimersi in questo monumento della poesia, in questo capolavoro provvisto di quel respiro di universalità al quale ambiscono gli artisti di ogni epoca e di ogni latitudine. 

Ma adesso è davvero il momento di Dante. Voglio subito entrare nel testo, che vi ho fatto portare apposta per provare a leggerlo, per cominciare, quasi senza preparazione. Verrà di nuovo il tempo delle nozioni che servono.  C'è un tempo per ogni cosa, come ha ricordato Zagrebelsky citando il Qohèlet qualche giorno fa: ora è venuto il tempo della poesia.

Lettura del I canto 

Nel mezzo del cammin di nostra vita
mi ritrovai per una selva oscura,
ché la diritta via era smarrita.

Ahi quanto a dir qual era è cosa dura
esta selva selvaggia e aspra e forte
che nel pensier rinova la paura!


Tant’è amara che poco è più morte;
ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai,
dirò de l’altre cose ch’i’ v’ ho scorte.

Io non so ben ridir com’i’ v’intrai,
tant’era pien di sonno a quel punto
che la verace via abbandonai.

Ma poi ch’i’ fui al piè d’un colle giunto,
là dove terminava quella valle
che m’avea di paura il cor compunto,

guardai in alto e vidi le sue spalle
vestite già de’ raggi del pianeta
che mena dritto altrui per ogne calle.

Allor fu la paura un poco queta,
che nel lago del cor m’era durata
la notte ch’i’ passai con tanta pieta.

E come quei che con lena affannata,
uscito fuor del pelago a la riva,
si volge a l’acqua perigliosa e guata,

così l’animo mio, ch’ancor fuggiva,
si volse a retro a rimirar lo passo
che non lasciò già mai persona viva.

Poi ch’èi posato un poco il corpo lasso,
ripresi via per la piaggia diserta,
sì che ’l piè fermo sempre era ’l più basso.

Ed ecco, quasi al cominciar de l’erta,
una lonza leggera e presta molto,
che di pel macolato era coverta;

e non mi si partia dinanzi al volto,
anzi ’mpediva tanto il mio cammino,
ch’i’ fui per ritornar più volte vòlto.


Temp’era dal principio del mattino,
e ’l sol montava ’n sù con quelle stelle
ch’eran con lui quando l’amor divino

mosse di prima quelle cose belle;
sì ch’a bene sperar m’era cagione
di quella fiera a la gaetta pelle

l’ora del tempo e la dolce stagione;
ma non sì che paura non mi desse
la vista che m’apparve d’un leone.

Questi parea che contra me venisse
con la test’alta e con rabbiosa fame,
sì che parea che l’aere ne tremesse.

Ed una lupa, che di tutte brame
sembiava carca ne la sua magrezza,
e molte genti fé già viver grame,

questa mi porse tanto di gravezza
con la paura ch’uscia di sua vista,
ch’io perdei la speranza de l’altezza.


E qual è quei che volontieri acquista,
e giugne ’l tempo che perder lo face,
che ’n tutti suoi pensier piange e s’attrista;

tal mi fece la bestia sanza pace,
che, venendomi ’ncontro, a poco a poco
mi ripigneva là dove ’l sol tace.

Mentre ch’i’ rovinava in basso loco,
dinanzi a li occhi mi si fu offerto
chi per lungo silenzio parea fioco.

Quando vidi costui nel gran diserto,
"Miserere di me", gridai a lui,
"qual che tu sii, od ombra od omo certo!".

Rispuosemi: "Non omo, omo già fui,
e li parenti miei furon lombardi,
mantoani per patrïa ambedui.

Nacqui sub Iulio, ancor che fosse tardi,
e vissi a Roma sotto ’l buono Augusto
nel tempo de li dèi falsi e bugiardi.

Poeta fui, e cantai di quel giusto
figliuol d’Anchise che venne di Troia,
poi che ’l superbo Ilïón fu combusto.

Ma tu perché ritorni a tanta noia?
perché non sali il dilettoso monte
ch’è principio e cagion di tutta gioia?".

"Or se’ tu quel Virgilio e quella fonte
che spandi di parlar sì largo fiume?",
rispuos’io lui con vergognosa fronte.

"O de li altri poeti onore e lume,
vagliami ’l lungo studio e ’l grande amore
che m’ ha fatto cercar lo tuo volume.

Tu se’ lo mio maestro e ’l mio autore,
tu se’ solo colui da cu’ io tolsi
lo bello stilo che m’ ha fatto onore.

Vedi la bestia per cu’ io mi volsi;
aiutami da lei, famoso saggio,
ch’ella mi fa tremar le vene e i polsi".

"A te convien tenere altro vïaggio",
rispuose, poi che lagrimar mi vide,
"se vuo’ campar d’esto loco selvaggio;

ché questa bestia, per la qual tu gride,
non lascia altrui passar per la sua via,
ma tanto lo ’mpedisce che l’uccide;

e ha natura sì malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo ’l pasto ha più fame che pria.

Molti son li animali a cui s’ammoglia,
e più saranno ancora, infin che ’l veltro
verrà, che la farà morir con doglia.

Questi non ciberà terra né peltro,
ma sapïenza, amore e virtute,
e sua nazion sarà tra feltro e feltro.

Di quella umile Italia fia salute
per cui morì la vergine Cammilla,
Eurialo e Turno e Niso di ferute.

Questi la caccerà per ogne villa,
fin che l’avrà rimessa ne lo ’nferno,
là onde ’nvidia prima dipartilla.

Ond’io per lo tuo me’ penso e discerno
che tu mi segui, e io sarò tua guida,
e trarrotti di qui per loco etterno;

ove udirai le disperate strida,
vedrai li antichi spiriti dolenti,
ch’a la seconda morte ciascun grida;

e vederai color che son contenti
nel foco, perché speran di venire
quando che sia a le beate genti.

A le quai poi se tu vorrai salire,
anima fia a ciò più di me degna:
con lei ti lascerò nel mio partire;

ché quello imperador che là sù regna,
perch’i’ fu’ ribellante a la sua legge,
non vuol che ’n sua città per me si vegna.

In tutte parti impera e quivi regge;
quivi è la sua città e l’alto seggio:
oh felice colui cu’ ivi elegge!".

E io a lui: "Poeta, io ti richeggio
per quello Dio che tu non conoscesti,
acciò ch’io fugga questo male e peggio,

che tu mi meni là dov’or dicesti,
sì ch’io veggia la porta di san Pietro
e color cui tu fai cotanto mesti".

Allor si mosse, e io li tenni dietro.

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