TITO-DOMIZIANO- PAGANI E CRISTIANI (fino a Costantino, Giuliano e fine dell'impero romano d'0ccidente)
Morto Vespasiano, il potere passa come previsto al figlio Tito (79-81), in coincidenza con la catastrofica eruzione del Vesuvio che distrugge Pompei e Ercolano. Gli succede Domiziano, col quale la dinastia finisce (81-96). Con Domiziano si assiste a una ripresa dei metodi di governo autocratico propri, nel periodo della dinastia giulio-claudia, di Caligola e di Nerone (dopo il quinquennio illuminato): si capisce che l'insidia dell'autocratismo è continuamente in agguato, dato che a controbilanciare una sempre possibile deriva autoritaria del potere imperiale è solo quella clemenza che non a caso Seneca aveva posto al centro del suo libello educativo dedicato al giovane Nerone. Ricordiamo a questo proposito che le leggi, e con esse la giustizia, in un regime monarchico, sono controllate dall'imperatore, da lui dipendono ovvero sono soggette al suo arbitrio. Quanto a quell'organo di controllo che potrebbe essere il senato (magari per via del glorioso passato repubblicano che Augusto non volle cancellare ma al contrario assimilare nel nuovo assetto da lui dato al potere), è comunque troppo soggetto anch'esso all'imperatore, non di rado per via di convergenti interessi economici da ambo le parti. Come si è visto nel caso dell'ascesa al potere di Vespasiano nell'anno dei quattro imperatori, esiste un tertium, ovvero una terza forza che potrebbe essere in grado di arginare (contrastare) l'autocratismo, ovvero l'esercito (le legioni), che però possono essere analogamente assoggettate al volere di colui che ha, tra le prerogative ormai sancite dalla lex de imperio Vespasiani, l'imperium ossia il comando supremo su tutti gli eserciti di Roma. Insomma, la strada è legislativamente spianata per chi, come Domiziano, ha mire autocratiche che si palesano attraverso la richiesta di essere ritenuto dominus et deus, imposta con la forza a soggetti come gli ebrei e gli emergenti cristiani che diventano così le prime vittime di sue persecuzioni. L'amministrazione di Domiziano è però avveduta sul piano economico (non dilapida le casse statali come avevano fatto Caligola e Nerone), ma porta a compimento opere pubbliche, compreso il colosseo avviato dai suoi predecessori; conduce campagne militari di stabilizzazione dei territori orientali e occidentali. Ciononostante a un certo punto in seno al senato e tra i pretoriani nasce una ribellione contro di lui che culmina in una congiura che ne decreta la morte.
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Libro di testo pp. 122-129/179-211
La nascita del cristianesimo, la sua definizione dottrinale e, contemporaneamente, la sua organizzazione istituzionale rappresentano un filo rosso che accompagna la storia dell'impero romano dal I al V secolo d.C., fissando un arbitrario punto terminale nel fatidico 476 d. C., quando l'ultimo imperatore, il giovanissimo Romolo Augustolo, viene deposto dopo pochi mesi dall'assunzione del potere dal re degli éruli (una tribù germanica che i romani avevano assimilato nelle proprie legioni come mercenari) Odoacre, che invia le insegne imperiali all'imperatore d'Oriente Zenone. Da quel momento cessa di esistere l'impero fondato da Ottaviano Augusto e la storia della parte orientale si differenzia da quella occidentale, dato che la caduta della parte orientale o bizantina avverrà per mano dei Turchi nel 1461. Proporrò quindi adesso una ricostruzione della storia del cristianesimo e del suo rapporto con il paganesimo all'interno di queste coordinate temporali: dal I secolo (età della dinastia giulio-claudia e poi di quella flavia) al V secolo, in cui la vicenda dell'impero d'occidente si conclude definitivamente.
IL CONTESTO ORIGINALE (il mondo romano, da un punto di vista spirituale, quando in Palestina predica Cristo)
- All’inizio del I secolo, nell'impero appena divenuto augusteo, si diffonde il culto dell’imperatore Augusto, del pacificatore, di colui che, novello Saturno, ha restaurato l’età dell’oro: viene definito un evangelion un annuncio di bene, di pace di prosperità
- Poco prima che veda la luce l’evangelo cristiano, si diffonde quindi all’incirca nei medesimi territori questa sorta di teologia imperiale.
- Quello di stato, imposto da Ottaviano, è però un evangelo troppo spezzettato e suddiviso per poter incidere nella coscienza collettiva, come invece riuscirà a essere quello cristiano, in grado di porsi proprio a fondamento di una rivoluzione spirituale.
- Per compensare una mancanza di sentimento religioso, nel mondo romano si diffondono non a caso i misteri, ossia le religioni misteriche.
- Cristiani e Ebrei contrapponevano alla segretezza dei misteri i loro fatti storici¸ una rivelazione basata su testi detti sacri da contrapporre appunto ai miti dei culti misterici.
- Per quanto riguarda il giudaismo, esso si fonda sul Libro, la Bibbia (ovviamente Antico Testamento) e poi subisce anche svariate contaminazioni, in particolare da parte iranica: una contaminazione di provenienza iranica riguarda il tema della resurrezione dei corpi, ma anche il dualismo fra male e bene (manicheismo).
- Lo storico Flavio Giuseppe (nato un ventennio prima di Tacito, nel I secolo d. C., scrive tutte le sue opere in greco) parlerà delle filosofie degli ebrei, indicando come preminenti su tutte, la filosofia dei farisei (rispetto della Thorah, sicurezza di una vita futura con distinzione fra buoni e cattivi) e quella dei Sadducei (considerabili epicurei del giudaismo: negavano sia la vita futura sia la resurrezione dei corpi).
- In questo ambiente si colloca la predicazione di Gesù detto il Cristo (l'Unto), a noi noto per centinaia d’anni di ricerca storica soprattutto attraverso testi neotestamentari cristiani e attraverso il citato Flavio Giuseppe
- Un ulteriore contributo alla nostra ricostruzione del fenomeno del cristianesimo è stata la scoperta dei Manoscritti del Mar Morto nel 1947. Essi furono redatti da quella che G.F. avrebbe definito una setta giudaica, detta Nuova Alleanza (questo erano i cristiani per i contemporanei: una setta tra le tante, una setta spiritualmente estremista).
- Un ruolo fondamentale per la sistemazione dottrinale del cristianesimo, ma anche per la sua istituzionalizzazione, precocemente iniziata (nel senso anche di una precisazione del suo rapporto col potere statale) ha avuto il predicatore Paolo, l’apostolo autore degli Atti degli apostoli, in particolare con la seconda lettera ai Tessalonicesi (la comunità di Tessalonica, Salonicco, in Macedonia), in cui per la prima volta si trova utilizzato il termine ekklesìa per indicare la comunità dei fedeli, tradotto poi con chiesa ovvero il termine con cui si designerà l'istituzione politica che porta questo nome.
- In questo come in altri scritti paolini si capisce che per il civis romanus (perché tale egli era) Paolo, lo stato romano è la via di conservazione delle forme giuridiche, nelle quali consistono le buone opere (Lettera ai Romani): Paolo, che rivolge simili ammonimenti proprio alla comunità romana e dopo gli editti di Claudio, vuole evidentemente impedire che la predicazione cristiana dia luogo a tumulti contro lo stato.
- Altrove, ad esempio negli scritti dello storico Tacito, risulta invece che i cristiani siano per i pagani odiatori del genere umano. Interessante per noi sottolineare che è possibile che in questa definizione si riassuma soprattutto la percezione di un’assoluta alterità culturale. Pagani e cristiani erano troppo differenti per potersi comprendere. FINE PRIMA LEZIONE
- Una delle prime persecuzioni documentate dagli storici antichi è quella che descrive Tacito negli Annales: avviene in seguito al gigantesco incendio di Roma scoppiato nel luglio del 64 e pare che Nerone la organizzi per mettere a tacere, o almeno placare, le voci che lo vogliono responsabile della devastazione appena patita dalla città. Il princeps indica i cristiani come responsabili dell’incendio e li offre come capro espiatorio alla popolazione. L’operazione è facilitata dal fatto che essi non godano di una buona fama presso l’opinione pubblica. Nel passo degli Annales a noi pervenuto, Tacito elenca una serie di misure che vengono prese per affrontare la situazione (utilizza il verbo providere come si trattasse di comportamenti assunti a ragion veduta, assistiti da ragionevolezza): riti espiatori, consultazioni dei libri sibillini, pubbliche preghiere a varie divinità, cerimonie affidate alle matrone, aspersioni di statue nei templi, banchetti e veglie sacre. Siccome niente però valeva a mettere a tacere le voci che si facevano sempre più convinte e convincenti sulla responsabilità di qualcuno (ovvero dell'imperatore medesimo, lascia intendere o storico) così Nerone sceglie appunto i capri espiatori che potrebbero essere più credibili: quelli che, scrive lo storico, la vox populi definiva cristiani, da Cristo, un uomo condannato a morte sotto Tiberio dal proconsole Ponzio Pilato. Nel passo in questione, exitiabilis superstitio, definisce Tacito la predicazione cristiana, non concedendole considerazione e non dedicandole approfondimento, di là dal fatto di segnalarne la connessione con la Giudea, originem eius mali, e i comportamenti delittuosi, che iniziano a diffondersi anche a Roma (atrocia aut pudenda, atti atroci e vergognosi). Costoro quindi vengono arrestati, alcuni per essersi professati tali, altri per denuncia estorta con torture: si condannano, è interessante per noi, non per l’incendio ma per odio humani generis. Vengono sottoposti a supplizi terribili, rivestiti di pelli animali e dati in pasto a cani, oppure crocifissi e arsi vivi come torce da utilizzare come illuminazione notturna. Dal canto suo Nerone si presenta a questi spettacoli nelle vesti di istrione, auriga in mezzo alla plebe. Di qui, alla fine del resoconto, la pietà che sorge tra la gente (è sempre Tacito a documentare) a dispetto della deprecazione culturale nei loro riguardi: commenta infatti lo storico che si capisce come essi siano vittime sacrificate alla crudeltà di uno solo. Si torna così, circolarmente, a indicare quale unico responsabile, se non altro della distruzione morale della città, il medesimo Nerone. Ma soprattutto, per quanto riguarda il nostro obiettivo di ricostruzione della genesi del cristianesimo delle origini, inizia a delinearsi il profilo di una credenza che si fa diffondendo, seppur lentamente, nel tessuto della società romana.
- Inserisco a questo punto un'altra importante precisazione. A rendere difficile la delineazione per uno scrittore latino dell'epoca, uno storico coscienzioso e interessato al vero, di un profilo come quello cristiano che renda possibile a noi posteri di cogliere l'abisso culturale che separava all'epoca i cristiani dai pagani, per cominciare, sono anche questioni terminologiche. Una si pone come basilare: il termine pagano non esisteva ancora nell'epoca di cui stiamo trattando, ma appare per la prima volta in iscrizioni cristiane dell’inizio del IV secolo d. C. e non entra mai nelle traduzioni latine della Bibbia, restando un termine colloquiale. Di per sé non aveva nulla a che vedere con la religiosità (come intendiamo comunemente noi), ma designava un civile o un contadino, ossia un abitante del pagus, che in latino significa villaggio: nel tempo, quindi appunto a inizio IV secolo, sono definiti pagani, nel lessico cristiano, coloro che non si erano arruolati nelle milizie di Cristo contro i poteri di Satana, per condurre quella che si configura come una inevitabile, addirittura necessaria (per l'affermazione del bene) battaglia celeste. Il termine paganesimo è quindi un’invenzione cristiana come giudaismo, e contribuisce soprattutto a stabilire che esiste (da un certo momento in poi) un sistema dottrinale e un’ortodossia (ovvero un sistema di pensiero corretto, giusto, appunto ortodosso), concepito e fissato in forme precise e indiscutibili. Si tratta di un elemento di diversità fondamentale rispetto alla forma della religiosità che viene detta pagana in quanto quest'ultima non contemplava una professione di fede, un atto fideistico (intimo, personale), ma consisteva in una serie di atti di culto, comprese le offerte di vittime animali alle divinità. Il percorso d'istruzione di tutti gli autori della letteratura latina e greca poneva alla base l'apprendimento della filosofia, e per questa la fede, qualsiasi fede, era il gradino più basso della conoscenza, in quanto prevedeva la rinuncia alla ragione. Solo nella seconda parte del III secolo d.C., nell'ambito del neoplatonismo, il termine fides inizia a essere rivalutato, ma non ci è noto il ricorso al termine fedele nel caso di nessun gruppo di pagani, compresi i seguaci delle religioni misteriche, per i quali si utilizza piuttosto il termine di adepti (coloro che hanno raggiunto uno scopo, un obiettivo). Analogamente non esisteva nessun concetto pagano di eresia (in assenza di una dottrina e di una fede non può ovviamente esistere eresia). Per gli antichi la parola hairesis significava scuola di pensiero, non dottrina falsa e perniciosa. Era definita hairesis qualsiasi scuola di pensiero, anche di tipo medico (risulta negata solo agli scettici perché dubitavano di tutto, ma gli scettici si ribellavano a questo ostracismo). Tra i pagani, infine, il concetto di eterodossia era opposto a omodossia, che significa accordo, non a ortodossia (che significa unico credo accettato come vero). Sarà invece proprio l'ortodossia l'elemento al quale si riconnetterà l'operazione di istituzionalizzazione della chiesa condotta in particolare dall'imperatore Costantino nel IV secolo d.C. FINE SECONDA LEZIONE
La persecuzione voluta e organizzata da Nerone nei confronti dei cristiani si considera una prima persecuzione, alla quale ne seguirono altre, ad esempio quella di Domiziano, l'ultimo discendente della dinastia flavia. Nel II secolo d. C. vennero intentati processi e presi provvedimenti (da confische di beni a richieste di abiura a condanne a morte) nei confronti di cristiani ad esempio sotto l'imperatore Traiano (98-117), sotto il quale però non vi furono vere e proprie persecuzioni di massa. Un documento interessante di questo periodo di processi, ma non di persecuzioni di massa, è il carteggio fra lo scrittore latino Plinio il Giovane, in veste di governatore della Bitinia (regione dell'Asia Minore), e l'imperatore Traiano, di cui era amico. Scrive Plinio, sconcertato di fronte al gran numero di seguaci di Cristo, di cui non comprende il modo di pensare e di fare: Io non fui mai presente a processi fatti contro i Cristiani e perciò ignoro in che cosa e fin dove si è soliti inquisirli e punirli. Sono anche incerto se si debba fare differenza tra le diverse età e se i fanciulli, per quanto ancora teneri, debbano essere trattati come i più grandi. Inoltre, se si debba perdonare a chi si pente, oppure se nulla giovi a chi fu realmente cristiano il non esserlo più. Infine se si punisca il solo nome, anche se non vi siano delitti specifici, oppure se siano soggetti al castigo alcuni delitti che sono inseparabili da quel nome...».Si capisce che Plinio non sa come comportarsi con queste persone che non hanno nessuna colpa specifica, se non quella di non voler onorare gli dei della religione di Stato. Traiano gli risponde (possediamo l'intero carteggio) di non infierire sulla collettività, ma di limitarsi a chiedere di assoggettarsi al culto di Stato e, nel caso in cui non lo facciano, punirli, invece perdonarli se abiurano la loro fede. Inoltre, suggerisce ancora Traiano, non bisogna ricercarli e nemmeno dar retta a chi li denunzi. Si capisce che la linea dettata da Traiano è una linea tollerante, che risale a una sostanziale incomprensione dei soggetti di fronte ai quali iniziano a trovarsi senza realizzare esattamente che cosa pensino, ma rendendosi conto di un fatto preoccupante (dal punto di vista dell'autorità e dello Stato) ovvero che siano molti e crescano continuamente di numero. Quella che possiamo definire la linea di Traiano resta un riferimento per tutto il II secolo: Adriano e Antonino Pio, suoi successori (117-138 il primo, 138-161 il secondo) suggeriscono di procedere nei loro riguardi con moderazione e equilibrio, punendoli solo se agiscano apertamente contro la legge. Una vera e propria persecuzione sarebbe invece avvenuta sotto l'imperatore Marco Aurelio, regnante fra il 161 e il 180. Imperatore filosofo, istruito allo stoicismo, autore di un importante testo filosofico intitolato A se stesso, Marco Aurelio non è responsabile diretto (attraverso un editto) della persecuzione, che avviene piuttosto a furor di popolo, perché i cristiani vengono indicati come capro espiatorio in una contingenza particolarmente negativa, in cui si verificano contemporaneamente una pestilenza, una carestia, mentre i barbari premono pericolosamente ai confini settentrionali e orientali dell'impero. Anche fra gli intellettuali serpeggia l'idea che la debolezza dell'impero risalga a questi cristiani che diffondono un culto irrazionale e praticano usanze ritenute barbare e feroci. Nel III secolo dapprima l'africano Settimio Severo sembra incline a ristabilire la tolleranza, ma successivamente si rende responsabile dell'emanazione di un editto che proibisce il passaggio dal giudaismo al cristianesimo, nel tentativo evidente di contrastarne la crescita. L'atto giuridico dà luogo a nuove persecuzioni, che cessano con i successori Caracalla e Alessandro Severo, per riprendere con Massimino il Trace, nel 235-238, e con Decio nel 250 e con Diocleziano nel 304. Si può quindi notare che, proprio a ridosso della svolta impressa da Costantino nel 313, di cui ora parleremo, il ritmo delle persecuzioni collettive sembra intensificarsi, per quanto sia diversa a seconda delle zone dell'impero l'entità delle condanne alle quali si procedeva.
Ricapitolando: il potere politico romano si mantenne finché possibile in posizione neutrale rispetto alla nuova religione cristiana, i cui connotati sfuggivano alla comprensione dei contemporanei, per svariate ragioni: per la confusione prevalente fra giudaismo e cristianesimo, ad esempio, ma anche per la varietà di interpretazioni della parola di Gesù detto il Cristo da parte delle diverse comunità. Di qui il fatto che le autorità romane indicassero ai governatori e giudici locali, come condotta da assumere verso i cristiani, quella di condannare coloro che si definivano tali solo nel caso in cui si fossero anche macchiati di crimini specifici. Occasionalmente, però, alcuni imperatori sfruttarono l'ostilità verso il nuovo culto a proprio vantaggio, al fine di ricompattare il consenso nei propri riguardi: così accadeva che i cristiani venissero additati all'opinione pubblica come comunità chiuse, dedite a culti misteriosi e sanguinari, inclini a praticare infanticidi e antropofagia, e per questo perseguitati. Il monoteismo da loro professato rappresentava inoltre di sicuro un elemento di differenziazione considerevole rispetto alla maggior parte dei culti pagani, ma non era di per sé tale da suscitare una contrapposizione insanabile. Di maggior rilevanza, soprattutto nei processi intentati nel corso del II e del III secolo d. C. a singoli cristiani, il fatto che per ragioni morali i più intransigenti fra loro si rifiutassero di svolgere il servizio militare (e di andare in guerra, ovviamente) o di rendere onori divini agli imperatori. Da notare, a questo proposito, che si può constatare la considerevole differenza culturale fra pagani e cristiani a partire dal fatto che gli atti di culto riservati agli imperatori avessero solo un valore formale e politico, non costituissero atti di fede. Mentre quindi per i cristiani l'ossequio all'imperatore come divinità si traduceva in un atto di infedeltà gravissimo nei confronti del Dio unico, dal punto di vista pagano si trattava di non voler aderire a un atto di rispetto dal significato politico, attraverso il quale si testimoniava di essere leali cittadini dell'impero. La religione romana dunque si confermava, anche in età imperiale, un instrumentum regni, uno strumento di potere, che non entrava nel merito delle convinzioni individuali, mostrandosi quindi sotto questo profilo di sicuro tollerante. Viceversa giudicava inaccettabile che un cittadino romano rifiutasse, come facevano alcuni cristiani, di dimostrare apertamente, attraverso gli onori divini tributati all'imperatore, la propria appartenenza alla comunità.
Questa, quindi, la situazione quando al potere si prepara a salire l'imperatore Costantino, detto il Grande, tra l'altro perché, dopo un periodo in cui oriente e occidente dell'impero si erano divisi, riesce a riunificare tutto l'impero nelle sue mani. Costantino, nel 324, può presentarsi (dopo aver eliminato diversi nemici che gli contendevano il controllo dell'impero, come un unificatore, che avvia anche la creazione di nuova capitale, Bisanzio, da lui ribattezzata Costantinopoli, la seconda Roma. A noi, più ancora che questo atto di unificazione, in questo momento in cui stiamo seguendo il processo di nascita del cristianesimo interessa però trattare il suo editto di tolleranza, o editto di Milano, il provvedimento con cui nel 313 concede (insieme a Licinio con cui in quel momento condivide il potere) a tutti gli abitanti dell'impero (quindi anche ai cristiani) completa libertà di culto. A parte l'aneddotica sull'argomento (in hoc signo vinces, sogno di Costantino poco prima di un'importante battaglia nel 312), si trattò chiaramente di un atto politico: il cristianesimo era ormai troppo diffuso all'interno di comparti cruciali per il sostegno all'imperatore, ovvero l'esercito e anche gli strati elevati della popolazione. Rispetto alla confusione dei secoli precedenti, in termini di testimonianze relative ai contenuti della religioni, è nata anche una letteratura apologetica (in difesa dei contenuti della religione cristiana) e si sta per avviare una riflessione teologica, che culminerà con gli scritti dei padri della Chiesa (Ambrogio, Agostino, Girolamo) che fra IV e V secolo definiscono ancora più chiaramente i contenuti dottrinali. Insomma Costantino deve prendere atto di quanto è ormai evidente: il cristianesimo è la nuova religione e conviene allo stato romano non solo riconoscerla ma appropriarsene in qualche modo. Si predispone così quello che possiamo considerare il penultimo atto di affermazione del cristianesimo all'interno dell'impero.
Nel 325 Costantino indisse il primo concilio ecumenico della chiesa, che si tenne a Nicea, presso Costantinopoli, presieduto dallo stesso imperatore e alla presenza di tutti i vescovi delle chiese d'oriente e occidente. Quanto all'ultimo atto, esso coincide con l'editto di Tessalonica di Teodosio nel 380, che rese il culto cristiano religione di stato.
La richiesta di tolleranza, da quel momento, provenne dal campo pagano nei confronti di quello cristiano, come dimostrò la celebre disputa avvenuta nel 384 d. C. a Milano fra Simmaco, esponente dell'aristocrazia pagana, e il padre della Chiesa, poi canonizzato, Ambrogio, vescovo di Milano.
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