Leggere per intero (o quasi) i Promessi sposi nel secondo anno di superiore, per la scuola italiana è una tradizione consolidatasi nel tempo. Non sto a dirvi quanto mi stia stretta questa faccenda. Non il fatto di leggere i Promessi sposi in particolare, ma di osservare, obbedire a, una tradizione, di quelle per le quali si dice ma si è sempre fatto così. Come fosse garanzia di una prosecuzione che suona quindi è per forza la cosa giusta. Non è, da parte mia, questione di gusto per la ribellione, ma di sistema di allerta rispetto all'obbligo forzato e non accompagnato da sufficienti motivazioni. Quelle che fanno sorgere negli spiriti critici (e, tra l'altro, non sono i soggetti che la scuola vorrebbe coltivare?) sani dubbi e altrettanto sane domande provocatorie.
Mi provoco quindi da sola, e rispondo alla domanda. Certo si potrebbe sostituire ai Promessi sposi letti per un anno intero (come se fossero una materia a sé) una quantità di altri romanzi scelti in una rosa amplissima e multilinguistica. Personalmente leggerei per un anno intero Goethe, Flaubert, Dostoevskij, per citare tre mostri sacri, ma ne avrei così tanti da proporre da arrivare tranquillamente al centinaio. Tuttavia tra tutti proprio Manzoni un senso ce l'ha. Solo che per scovarlo, in realtà, non basta un anno e non ci vuole certamente il bisturi col quale troppo spesso la prassi scolastica procede nel proporre le letture agli studenti. Come mi è già capitato di dirvi, il bisturi evoca immagini anatomiche di corpi malati o addirittura morti, e le opere letterarie, quelle degne di questo nome, sono corpi vivi e in permanente crescita, hanno radici, tronco, ramificazioni, chioma, fiori, frutti. E questi corpi vivi non smettono mai di cambiare. Cambiano a seconda di chi legge. Addirittura, si può pensare che leggerli li cambia. O, ancora, che non siano stati forgiati una volta per tutte, ma che l'operazione creativa continui, oltre il momento in cui chi ha concepito il testo ha scritto la parola fine, e non è nemmeno più fra vivi. I Promessi sposi, ai quali dedico oggi una lezione conclusiva, sono quelli che mi auguro abbiano depositato un seme in voi, che vorrete un giorno o l'altro travasare in un contenitore un po' più ampio, per vedere come prenda a crescere ancora, di nuovo, in maniera inaspettata rispetto alla prima volta in cui vi siete occupati di lui.
Tra i detrattori di Manzoni, i più feroci sono quelli secondo i quali, tra le ragioni della sua posizione privilegiata nei programmi scolastici, vi sia il fatto che abbia scritto il romanzo della provvidenza. Non hanno capito granché di ques'opera, mi vien da dire. In buona compagnia con quelli che, per lo stesso motivo, pensano che il romanzo vada mantenuto come lettura per tradizione consolidata. Gli uni e gli altri, mi assumo la responsabilità di dirvi, sbagliano grossolanamente. Nei Promessi sposi Manzoni ha, tra le altre cose, dato espressione variegata a tutti i suoi dubbi feroci e oscuri sulla provvidenza. Perché la provvidenza è sì la rassicurante presenza che consente a Lucia di sopportare l'inferno della violenza perpetrata contro di lei per volere di don Rodrigo e col braccio armato dei bravacci al soldo dell'Innominato, ma è anche quell'insondabile tessitrice di orditi che impedisce a fra' Cristoforo di salvare direttamente Renzo e Lucia dal sopruso, di difenderli dalla violenza, pur mettendosi d'impegno, escogitando piani minuziosi e accurati, potendo persino contare su collaboratori fidati e su aiuti insperati (il servo nella casa di don Rodrigo che decide di sgravarsi un po' la coscienza raccontando quel che si trama in quel covile mostruoso). E sempre lei, implacabile e imperscrutabile, costruisce un disegno in cui i passi di Renzo deviano dalla via del convento dove avrebbe dovuto trovare rifugio sicuro, per spingerlo nella direzione di una sommossa che travolge e stravolge, almeno in parte, il suo senno e la sua morale. Ancora lei assiste implacabile alla perdizione di una giovinetta che sognava per sé l'amore e le nozze, e viene sacrificata da un padre impietoso a una vita di prigionia, di rimpianti e di efferatezze. La provvidenza è una presenza metamorfica e sfuggente nel romanzo: ogni personaggio che la nomina le dà un significato differente e non è mai quello definitivo, così che la sua connotazione sembra affine a quella che nella Bibbia, Vangelo di Giovanni, si legge a proposito dello spirito, che soffia dove vuole e da dove venga o dove vada non si sa. Tra tutti i personaggi è appunto solo Lucia, dotata di un'anima naturaliter christiana (come avrebbe potuto dire di lei un apologeta del II secolo d. C., Tertulliano), a potersi affidare alla provvidenza senza riserve e con saldezza di fede. Renzo, spirito pratico forgiato dalle prove della vita, deve limitarsi a coglierne interventi saltuari, che gli danno tregua in momenti difficili (l'arrivo all'Adda che lo libera dalle ricerche della Giustizia), ma per il resto non può permettersi un affidamento assoluto o, soprattutto, non riesce a credere abbastanza alle sue buone intenzioni nei propri confronti. Ci sono poi gli spiriti semplificatori come don Abbondio, che se la rappresentano comodamente, senza troppe complicazioni, come una scopa guidata da mano divina: per lui, provvidenziale è la peste, che toglie di mezzo la sporcizia. L'Autore se la ride, come sempre nel portare sulla scena don Abbondio, di quel riso umoristico che Pirandello chiarirà nei suoi connotati stilistici nel primo Novecento. Don Abbondio è un utilitarista pertinace, esiste solo per sé stesso, e gode quando riesce a salvare la pelle mentre altri muoiono. Non gli interessa minimamente che fra le scorie spazzate, prima fra tutte (per lui) don Rodrigo, si contino anime sante e anime buone come fra' Cristoforo e Perpetua, è soddisfatto e sente che tutto va come deve andare. Non così accade a spiriti più evoluti di lui. Quelli che sentono l'inquietudine del mistero non risolto al quale è persino difficile dare una forma, ovvero esplicitarlo. Dove sei, Dio, se sei, quando soffro? O, in una forma già più evoluta e raffinata, dove sei Dio, se sei, mentre gli esseri umani soffrono? E in un crescendo, dove sei Dio, dove sei, mentre gli innocenti soffrono? Dio, diranno teologi del Novecento che dovranno fare rientrare nel quadro del "senso di Dio" eventi incommensurabili come l'olocausto, non è onnipotente. E nemmeno onnipresente. C'è, ma non opera sempre per gli esseri umani. Così è preservata definitivamente, è stato detto, la loro libertà, in particolare, vien da considerare fra il cinico e il realista, quella di fare del male agli altri, per conto di altri e per proprio conto, in modo sistematico e anche senza fondati motivi o con pretesti persino risibili. Nel romanzo di Manzoni (ma persino secoli prima, nella Divina commedia dantesca) c'è già traccia di questo sospetto novecentesco su Dio assente o distratto. Su una provvidenza che non tesse solo tele perfette, ma alla quale capita di essere trascurata in qualche parte dell'ordito in cui i fili s'annodano e creano un groviglio inestricabile, sul quale viene da intervenire con le forbici, tagliandolo via. L'assenza di Dio si coglie a tratti nel romanzo e occorre essere sensibili (il bisturi non serve) per rendersene conto. Non c'è quando la vita della giovinetta Gertrude prende la sua piega catastrofica, e sulla sua fronte si forma la ruga inquietante che la rende, venticinquenne quando incontra Lucia, già un po' vecchia. Non c'è quando la peste infierisce sulla città e le campagne, turpe regalo del passaggio dei Lanzichenecchi in una guerra incresciosa e inutile. Non c'è quando le mani tremanti e amorevoli di una madre depongono su un carro guidato da brutali addetti alla rimozione dei cadaveri (monatti, li chiamano,) il corpo di una bambina, Cecilia, falciato dalla peste. Altro che scopa, stupido don Abbondio.
Il romanzo di Manzoni è un'opera polifonica e corale. Leggendolo si presta attenzione ora a una voce ora a un'altra, ci si può attardare ad ascoltare un sussurro veloce e scoprire che proprio in quello si cela una rivelazione definitiva, e non nel lungo e articolato discorso che occupa pagine e pagine. Le grandi opere letterarie sono così: percorse da soffi potenti di verità (può ben essere si tratti dello spirito giovanneo o che sia invece la luce dell'intelligenza umana) che spirano da ogni direzione e che occorre avere orecchio per sentire, anche quando sussurrano. La voce sussurrante alla quale quindi affido questa mia conclusione, non è quella di Lucia (che alla fine della storia, un lieto fine mancato, senza dubbio, spiega a Renzo il senso di quello che è accaduto loro) e nemmeno quella di fra' Cristoforo, che nel lazzaretto, poco prima di morire egli stesso, spiega a Renzo il significato del perdono, il più difficile di tutti, quello che si può riservare, se si vuole, a chi ci ha fatto tanto male, come nel suo caso il moribondo don Rodrigo. A dirvi la verità, ho scelto, per concludere non una voce che articola pensieri, ma piuttosto una serie di suoni, che fungono da sottofondo a una visione: siamo a inizio del XXXV capitolo, il quartultimo, con Renzo che, entrato nel lazzaretto, l'altra Milano sorta in seno a quella sconvolta e deturpata, in senso fisico e morale, dalla peste, mentre si aggira alla ricerca di Lucia, sente dei suoni provenire da un recinto, ne viene incuriosito e si mette a guardare da un buco che cosa accada là dietro. Leggo direttamente, e non farò seguire alla lettura ulteriori commenti. Intorno al soffio dello spirito occorre creare uno spazio adeguato, e questo spazio è senza dubbio il silenzio.
Già aveva il giovine girato un bel pezzo, e senza frutto, per quell’andirivieni di capanne, quando, nella varietà de’ lamenti e nella confusione del mormorio, cominciò a distinguere un misto singolare di vagiti e di belati; fin che arrivò a un assito scheggiato e sconnesso, di dentro il quale veniva quel suono straordinario. Mise un occhio a un largo spiraglio, tra due asse, e vide un recinto con dentro capanne sparse, e, così in quelle, come nel piccol campo, non la solita infermeria, ma bambinelli a giacere sopra materassine, o guanciali, o lenzoli distesi, o topponi; e balie e altre donne in faccende; e, ciò che più di tutto attraeva e fermava lo sguardo, capre mescolate con quelle, e fatte loro aiutanti: uno spedale d’innocenti, quale il luogo e il tempo potevan darlo. Era, dico, una cosa singolare a vedere alcune di quelle bestie, ritte e quiete sopra questo e quel bambino, dargli la poppa; e qualche altra accorrere a un vagito, come con senso materno, e fermarsi presso il piccolo allievo, e procurar d’accomodarcisi sopra, e belare, e dimenarsi, quasi chiamando chi venisse in aiuto a tutt’e due.
Qua e là eran sedute balie con bambini al petto; alcune in tal atto d’amore, da far nascer dubbio nel riguardante, se fossero state attirate in quel luogo dalla paga, o da quella carità spontanea che va in cerca de’ bisogni e de’ dolori. Una di esse, tutta accorata, staccava dal suo petto esausto un meschinello piangente, e andava tristamente cercando la bestia, che potesse far le sue veci. Un’altra guardava con occhio di compiacenza quello che le si era addormentato alla poppa, e baciatolo mollemente, andava in una capanna a posarlo sur una materassina. Ma una terza, abbandonando il suo petto al lattante straniero, con una cert’aria però non di trascuranza, ma di preoccupazione, guardava fisso il cielo: a che pensava essa, in quell’atto, con quello sguardo, se non a un nato dalle sue viscere, che, forse poco prima, aveva succhiato quel petto, che forse c’era spirato sopra? Altre donne più attempate attendevano ad altri servizi. Una accorreva alle grida d’un bambino affamato, lo prendeva, e lo portava vicino a una capra che pascolava a un mucchio d’erba fresca, e glielo presentava alle poppe, gridando l’inesperto animale e accarezzandolo insieme, affinché si prestasse dolcemente all’ufizio. Questa correva a prendere un poverino, che una capra tutt’intenta a allattarne un altro, pestava con una [zampa: quella portava in qua e in là il suo, ninnandolo, cercando, ora d’addormentarlo col canto, ora d’acquietarlo con dolci parole, chiamandolo con un nome ch’essa medesima gli aveva messo. Arrivò in quel punto un cappuccino con la barba bianchissima, portando due bambini strillanti, uno per braccio, raccolti allora vicino alle madri
spirate; e una donna corse a riceverli, e andava guardando tra la brigata e nel gregge, per trovar subito chi tenesse lor luogo di madre.
Più d’una volta il giovine, spinto da quello ch’era il primo, e il più forte de’ suoi pensieri, s’era staccato dallo spiraglio per andarsene; e poi ci aveva rimesso l’occhio, per guardare ancora un momento.
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