LEZIONE CONCLUSIVA EPICA
Conoscere rende liberi. Leggere rende liberi. Studiare rende liberi. Mi limito alla triade (senz'altro un omaggio a Dante), ma il messaggio che mi preme è un altro. Il motto in sé può suonare sinistro e lugubre, dal momento che echeggia quanto campeggiava all'ingresso dei campi di concentramento nazisti: Arbeit macht frei, il lavoro rende liberi. Perde la sua patina oscura se lo decontestualizziamo e riportiamo a un significato ben differente: le attività del pensiero (conoscenza, lettura, studio) sono quelle attraverso le quali si crea uno spazio libero nella propria interiorità. Ed è uno spazio potenzialmente infinito, nel quale ci si ritrova a dialogare con se stessi, con altri, con vivi e con morti, con mai esistiti e, spingendo al massimo la capacità immaginativa, con futuri esseri esistenti. Lo spazio veramente libero in cui smettono di esistere le dimensioni e le separazioni. Che meraviglia.
Sull'onda di questa meraviglia appena evocata, ripercorro il nostro viaggio attraverso l'Eneide di Virgilio. Siamo partiti da un falò che, per fortuna, non c'è mai stato. Doveva bruciare il poema del quale l'autore non era ancora pienamente soddisfatto quando si era accorto di essere prossimo alla morte. Un ordine imperiale o una premurosa lungimiranza amicale preservarono dalla metamorfosi in cenere una creazione che, non avesse visto la luce, avrebbe portato con sé, in chissà quale limbo, una serie lunghissima di capolavori che a lei si sono ispirati. Con l'Eneide data alle fiamme, non esisterebbe la Divina commedia così come la leggiamo noi, almeno. E un poeta del I secolo d.C., Lucano, anch'egli ispiratore di Dante, forse non avrebbe scritto la sua Farsaglia. Nel falò dell'Eneide si sarebbero consumati migliaia di altri versi, e tanta bellezza. Invece, per nostra buona sorte, ben altri falò si consumano all'interno della storia, a cominciare da quello di Troia, dal quale prende le mosse il viaggio, per arrivare a quello allestito da Didone nella sua reggia, nel momento in cui si rende conto dell'abbandono da parte di Enea. Brucia una città, brucia una donna innamorata, ma l'opera che canta entrambe resta e germoglia pur sempre nel tempo con i suoi motivi ispiratori.
Uno fra tutti, quello che più abbiamo seguito e per il quale abbiamo creato un nostro spazio interiore, quello dell'essere umano, Enea, portatore di un destino che è una moles e che persino un eroe (un eroe mitico) recalcitra a sopportare. Non insisto però ora a definirlo un eroe mitico perché di lui mi interessa altro. Qualcosa che si situa agli antipodi dell'eroismo mitico, nel quale si condensano valori aristocratici, addirittura genealogie divine. Non mi interessa, ora, che Enea sia figlio di Venere. Non mi interessa che sia un principe troiano di stirpe eletta. A interessarmi sono le condizioni esistenziali in cui si trova non appena la catastrofe (peraltro attesa, preannunciata, vaticinata e impossibile da evitare) si avventa sulla sua terra. A quel punto per l'eroe si riproducono esattamente le condizioni del profugo, di quello che è cacciato dalla propria terra per circostanze avverse, di solito guerre, alle quali è stato costretto a partecipare, quand'anche non fosse nel suo animo farlo (magari, anche se nessuno ce l'ha mai raccontato, anche fra gli eroi antichi c'era chi odiava il sangue e la morte che le guerre spargono). L'inferno scatenatosi a Troia spinge Enea a imbarcarsi con un manipolo di sopravvissuti, senza più moglie (Creusa gli appare sotto forma di fantasma che lo esorta a partire e a incarnare il destino scritto per lui), ma portando con sé il passato (il padre Anchise e gli dei penati) e il futuro (il figlio Ascanio, dalla cui progenie nascerà Roma). L'antico poeta crea uno spazio universale in cui il viaggio di Enea nasce da un proponimento, inizialmente oscuro anche allo stesso protagonista, ma che via via diventa sempre più definito, chiaro, potente e in grado di determinare la realtà. Il proponimento di vivere ancora. L'enfasi deve tutta concentrarsi nel verbo e nell'avverbio prescelti. Vivere ancora non è equivalente di sopravvivere. C'è, nella prima espressione, uno slancio vitalistico che manca al verbo che nasce dalla fusione di due termini. Il quale infatti significa per lo più superare altri nel vivere, ossia, vivere anche dopo la morte. Invece, per il profugo Enea, non si tratta di questo, ma di creare uno spazio (nella sua interiorità, per cominciare, poi nel mondo reale, anche se si tratta di quello poetico inventato da Virgilio) perché sia possibile vivere ancora. A quel punto il profugo Enea diventa un io plurale, una creazione grammaticalmente discutibile, ma piena di significato per il nostro caso: Troia, benché data alle fiamme, sepolta in nove strati che gli scavi ottocenteschi di Schliemann forse hanno rintracciato, nel corpo vivo di Enea e di quelli che riesce a portare con sé è destinata a una felice reincarnazione. I vinti non sono vinti per sempre, ma in quel grande libro delle storie umane che continuamente si scrivono e mutano nel tempo, a un certo punto diventano vincitori. Enea è anche questo. Il riscatto dei vinti che di solito vengono dimenticati, perché prima bruciati e poi sepolti. Ma per non dimenticare una cosa importante, che rende ancor più significativa la scelta dantesca di farsi guidare nel passaggio in ben due mondi ultraterreni proprio dall'antico poeta, con Enea Virgilio è riuscito a incarnare, in un personaggio mitico che un potente del suo tempo voleva glorificato, anche perché così aggiungeva prestigio alla sua persona, l'essere umano che soffre a causa delle imposizioni della Storia. Ma il cuore della storia, l'Eneide non sarebbe un poema epico non fosse così, è la guerra. Questa, Virgilio è in grado di sentirlo e di tradurlo in poesia eterna, è sempre intrisa di sangue, nutrita da insaziabili ambizioni, avidità sconfinate. Il profugo Enea, col il suo marchio fatale e la sua responsabilità di fondatore di una nuova civiltà, porta sulle spalle il peso della guerra passata, di quella presente e persino di quella futura. Le fiamme di Troia, gli scontri nella Saturnia Tellus appena raggiunta (sono i libri dal VII al XII a raccontarli) e, incisi sullo scudo che è il dio Vulcano a procurargli per sostenere i nuovi combattimenti, anche i combattimenti che Ottaviano Augusto, sua progenie, combatterà secoli dopo, a ridosso della sua ascesa al potere, ad Azio. Magari il poema non era finito davvero, ma l'ultima scena che ci è dato leggere è quanto di più indimenticabile vi sia proprio rispetto a questo filo conduttore della guerra come terribile sovrano del mondo intero. Enea, dopo lo sbarco in Lazio, si trova a dover fronteggiare battaglie e molte perdite umane perché, per quanto il re Latino gli sia favorevole, e intenda concedergli in sposa la figlia Lavinia, il suo arrivo fomenta discordie fra i popoli del territorio, primo fra tutti quello dei Rutuli, il cui sovrano, Turno, mirava a sua volte alle nozze con Lavinia. Dopo innumerevoli scontri sanguinosi, in cui perdono la vita, su tutti i fronti, persone di grande valore, Enea sfida a duello Turno, protetto da Giunone, ma destinato dal fato a essere vinto. Non ci può essere giustizia in una vittoria che è il fato a volere. Ma soprattutto, a Virgilio è ben chiaro che Ottaviano Augusto vuole da lui un poema encomiastico, nel quale la sua stirpe di combattenti invincibili venga esaltata con la gloria che spetta loro, anche solo per via di tale conclamata invincibilità. Di qui il gesto spietato di quello che fino a quel momento era stato esaltato come l'eroe pio per eccellenza. Al nemico che chiede pietà risponde affondando la lancia nel petto.
Ma anche per questo finale, è giusto che lasci la parola alla poesia letta direttamente, con il vuoto intorno che riesce a creare, in questo caso, anche il tema di per sé: il vuoto di una morte violenta, che si sarebbe potuto, ma non voluto, evitare.
Turno da terra, supplice, gli rivolge lo sguardo e la destra implorante: l'ho meritato, dice, e non me ne dolgo. Approfitta del tuo destino. Ma abbi pietà di mio padre, anche tu ne hai avuto uno, non renderlo infelice, restituiscigli o me o, almeno, il mio corpo. Hai vinto, e io sono sconfitto e umiliato. Lavinia è tua. L'odio, a questo punto, è inutile. Enea resta immobile. Le parole di Turno sembrano averlo convinto. Ma all'improvviso si accorge di quello che il nemico indossa: una cinta del giovane Pallante, strappatagli da Turno dopo averlo ucciso in battaglia. Il dolore provato per la sua morte arde come il primo giorno, vivo e crudele: si riaccende la furia nel suo cuore e gli detta parole d'odio. Osi chiedere pietà? Rivestito delle spoglie dei miei, vorresti che io ti risparmiassi? Ecco, è Pallante a infliggerti questa ferita, è lui a immolarti e a vendicarsi di te col tuo sangue scellerato. E con queste parole gli affonda la spada nel petto. La vita fugge dal corpo di Turno, e trova riparo sdegnosa nelle tenebre dell'Orco.
Commenti
Posta un commento