CAPITOLI XX E XXI
Il castellaccio dell'innominato è una specie di panopticon, uno di quei posti da cui si vede tutto e che erano stati ideati nel 1700 per creare una sorta di sistema carcerario perfetto. In questo caso, come si legge al principio del capitolo XX, non si tratta esattamente di una situazione carceraria, ma qualche somiglianza si può pur trovare: aquila dal suo nido insanguinato il selvaggio signore può vedere tutti senza essere visto da nessuno e, con tutti i bravi al suo servizio, può permettersi di sostenere un attacco in forze al castellaccio che peraltro nessuno ha l'ardire di compiere. Si determina così, a ben vedere, un isolamento voluto, ricercato, per lui, che tra poco in effetti occupa la scena del romanzo con una parte alla quale Manzoni affida un compito importantissimo: quello di dimostrare che la provvidenza è attiva e operante nella vita delle persone, anche se il suo agire è del tutto imperscrutabile agli esseri umani, che sono per lo più predisposti a fraintenderlo.
Dall’alto del castellaccio, come l’aquila dal suo nido insanguinato, il selvaggio signore dominava all’intorno tutto lo spazio dove orma d’uomo potesse posarsi, e non ne sentiva nessuna brulicare al di sopra del suo capo. A un volger d’occhi scorreva tutta quella chiostra, i declivi, il fondo, le vie praticate quivi entro. Quella che, a gomiti e a giravolte, ascendeva al terribile domicilio, si spiegava dinanzi a chi guardasse di lassù, come un nastro serpeggiante: dalle finestre, dalle balestriere, poteva il signore contare a suo agio i passi di chi saliva e porgli cento volte la mira. E anche d’un grosso drappello d’assalitori avrebb’egli potuto, con quella guernigione di bravi che teneva lassù, stenderne sul sentiero o farne ruzzolare al fondo ben parecchi, prima che uno arrivasse a toccar la cima. Del resto, non che lassù, ma né pur nella valle, né pur di passaggio, non ardiva por piede nessuno che non istesse bene col padrone del castello. Il birro poi che vi si fosse lasciato vedere sarebbe stato trattato come una spia nemica che venga colta in un accampamento. Si raccontavano le storie tragiche degli ultimi che avevano voluto tentar l’impresa; ma erano già storie antiche; e nessuno dei giovani valligiani si ricordava d’aver quivi veduto un di quella razza, né vivo, né morto.
La descrizione di questo isolamento gravido di oscurità è il preludio della descrizione dell'incontro fra don Rodrigo e l'innominato, già predisposto nel capitolo precedente. Don Rodrigo vuole chiedergli il favore di rapire Lucia dal convento dove ella è affidata alla protezione di Gertrude. Così il signorotto sale al castellaccio insieme al Griso e altri bravi di scorta, che poi lascia in buona compagnia in una specie di taverna-guardiola (il cui nome sinistro è Malanotte) situata nella parte bassa della dimora, e poi sale da solo fino agli appartamenti del temibile signore, di cui quindi compare la prima descrizione: Era grande, bruno, calvo; bianchi i pochi capelli che gli rimanevano; rugosa la faccia: a prima vista, gli si sarebbe dato più de’ sessant’anni che aveva; ma il contegno, le mosse, la durezza risentita de’ lineamenti, il lampeggiar sinistro, ma vivo degli occhi, indicavano una forza di corpo e d’animo, che sarebbe stata straordinaria in un giovine.
Uomo di poche parole e di decisioni immediate, l'innominato si assume l'incarico che don Rodrigo vuole affidargli, rapire per suo conto Lucia, e ha un piano immediatamente predisposto: servirsi di Egidio, quello sciagurato che abitava accanto al monastero dove la povera Lucia stava ricoverata, e che era uno de’ più stretti ed intimi colleghi di scelleratezze che avesse l’innominato. Si è appena delineato il quadro che potrà portare al compimento dell'impresa, che Manzoni introduce un ma destinato a dare una piega completamente differente alla narrazione, apparentemente predisposta al racconto di un'avventura degna di un romanzo nero alla Walpole o Radcliff. Si legge infatti che da un po' di tempo l'innominato cominciava a provare, se non un rimorso, una cert’uggia delle sue scelleratezze. Quelle tante ch’erano ammontate, se non sulla sua coscienza, almeno nella sua memoria, si risvegliavano ogni volta che ne commettesse una di nuovo, e si presentavano all’animo brutte e troppe: era come il crescere e crescere d’un peso già incomodo. Una certa ripugnanza provata ne’ primi delitti, e vinta poi, e scomparsa quasi affatto, tornava ora a farsi sentire. Ma in que’ primi tempi, l’immagine d’un avvenire lungo, indeterminato, il sentimento d’una vitalità vigorosa, riempivano l’animo d’una fiducia spensierata: ora all’opposto, i pensieri dell’avvenire eran quelli che rendevano più noioso il passato. — Invecchiare! morire! e poi? — E, cosa notabile! l’immagine della morte, che, in un pericolo vicino, a fronte d’un nemico, soleva raddoppiar gli spiriti di quell’uomo, e infondergli un’ira piena di coraggio, quella stessa immagine, apparendogli nel silenzio della notte, nella sicurezza del suo castello, gli metteva addosso una costernazione repentina. Non era la morte minacciata da un avversario mortale anche lui; non si poteva rispingerla con armi migliori, e con un braccio più pronto; veniva sola, nasceva di dentro; era forse ancor lontana, ma faceva un passo ogni momento; e, intanto che la mente combatteva dolorosamente per allontanarne il pensiero, quella s’avvicinava. Ne’ primi tempi, gli esempi così frequenti, lo spettacolo, per dir così, continuo della violenza, della vendetta, dell’omicidio, ispirandogli un’emulazione feroce, gli avevano anche servito come d’una specie d’autorità contro la coscienza: ora, gli rinasceva ogni tanto nell’animo l’idea confusa, ma terribile, d’un giudizio individuale, d’una ragione indipendente dall’esempio; ora, l’essere uscito dalla turba volgare de’ malvagi, l’essere innanzi a tutti, gli dava talvolta il sentimento d’una solitudine tremenda. Quel Dio di cui aveva sentito parlare, ma che, da gran tempo, non si curava di negare né di riconoscere, occupato soltanto a vivere come se non ci fosse, ora, in certi momenti d’abbattimento senza motivo, di terrore senza pericolo, gli pareva sentirlo gridar dentro di sé: Io sono però. Nel primo bollor delle passioni, la legge che aveva, se non altro, sentita annunziare in nome di Lui, non gli era parsa che odiosa: ora, quando gli tornava d’improvviso alla mente, la mente, suo malgrado, la concepiva come una cosa che ha il suo adempimento. Ma, non che aprirsi con nessuno su questa sua nuova inquietudine, la copriva anzi profondamente, e la mascherava con l’apparenze d’una più cupa ferocia; e con questo mezzo, cercava anche di nasconderla a sé stesso, o di soffogarla. Invidiando (giacché non poteva annientarli né dimenticarli) que’ tempi in cui era solito commettere l’iniquità senza rimorso, senz’altro pensiero che della riuscita, faceva ogni sforzo per farli tornare, per ritenere o per riafferrare quell’antica volontà, pronta, superba, imperturbata, per convincer sé stesso ch’era ancor quello.
Insomma, l'innominato non è più quello d'un tempo, avverte il narratore, la sua personalità sta entrando in una fase complicata, in cui ripensamenti e rimorsi iniziano ad affollarsi alla mente, un sentore di mancanza di significato in quel che è stato e in quel che forse sarà ancora, se la strada continua a essere quella del delitto e dell'offesa arrecata a chiunque abbia l'ardire di intralciare il suo cammino o anche senza che ciò avvenga. Gli eventi, tuttavia, si dispongono velocemente nella direzione dell'impresa voluta da don Rodrigo: Egidio, l'atroce giovine, come lo definisce Manzoni, è subito pronto a dare ordine alla Signora (la sciagurata che un giorno gli aveva risposto, e aveva continuato a farlo altre volte) di tradire Lucia predisponendone il rapimento, e il bravo che corrisponde al Griso di don Rodrigo per l'innominato, il Nibbio, viene mandato con altri bravi a condurre la spedizione. Si riprende qui brevemente un ritratto di Gertrude, dove si legge che La proposta [di tradire Lucia] riuscì spaventosa a Gertrude. Perder Lucia per un caso impreveduto, senza colpa, le sarebbe parsa una sventura, una punizione amara: e le veniva comandato di privarsene con una scellerata perfidia, di cambiare in un nuovo rimorso un mezzo di espiazione. La sventurata tentò tutte le strade per esimersi dall’orribile comando; tutte, fuorché la sola ch’era sicura, e che le stava pur sempre aperta davanti. Il delitto è un padrone rigido e inflessibile, contro cui non divien forte se non chi se ne ribella interamente. A questo Gertrude non voleva risolversi; e ubbidì. Una volta di più si dimostra che la vita di Gertrude è un susseguirsi di bivii in occasione dei quali le riesce impossibile scegliere ciò che davvero vuole: è così che ella diventa per così dire protagonista di una vita che non è la sua. Ma l'attenzione del narratore si volge presto ad altro, ovvero all'espediente usato da Gertrude per indurre Lucia a uscire da sola dal convento: le chiede un favore che non potrebbe chiedere ad altri, e riesce a vincere le sue resistenze. Così Lucia esce e cade nella trappola predisposta per lei. Una volta trascinata dai bravi sulla carrozza, Lucia è in uno stato che si può immaginare, e che l'autore descrive precisamente: si agita, grida, piange, implora, prega. Quando tutto appare vano, allora Accorata, affannata, atterrita sempre più nel vedere che le sue parole non facevano nessun colpo, Lucia si rivolse a Colui che tiene in mano il cuore degli uomini, e può, quando voglia, intenerire i più duri. Si strinse, il più che potè, nel canto della carrozza, mise le braccia in croce sul petto, e pregò qualche tempo con la mente; poi, tirata fuori la corona, cominciò a dire il rosario, con più fede e con più affetto che non avesse ancor fatto in vita sua. Ogni tanto, sperando d’avere impetrata la misericordia che implorava, si voltava a ripregar coloro; ma sempre inutilmente. Poi ricadeva ancora senza sentimenti, poi si riaveva di nuovo, per rivivere a nuove angosce. Ma ormai non ci regge il cuore a descriverle più a lungo: una pietà troppo dolorosa ci affretta al termine di quel viaggio, che durò più di quattr’ore; e dopo il quale avremo altre ore angosciose da passare. Trasportiamoci al castello dove l’infelice era aspettata. Era aspettata dall’innominato, con un’inquietudine, con una sospension d’animo insolita. Cosa strana! quell’uomo, che aveva disposto a sangue freddo di tante vite, che in tanti suoi fatti non aveva contato per nulla i dolori da lui cagionati, se non qualche volta per assaporare in essi una selvaggia voluttà di vendetta, ora, nel metter le mani addosso a questa sconosciuta, a questa povera contadina, sentiva come un ribrezzo, direi quasi un terrore. Da un’alta finestra del suo castellaccio, guardava da qualche tempo verso uno sbocco della valle; ed ecco spuntar la carrozza, e venire innanzi lentamente: perchè quel primo andar di carriera aveva consumata la foga, e domate le forze de’ cavalli. E benché, dal punto dove stava a guardare, la non paresse più che una di quelle carrozzine che si dànno per balocco ai fanciulli, la riconobbe subito, e si sentì il cuore batter più forte.
L'autore sta predisponendo, in modo da renderla credibile, la scena fatale, per entrambi i protagonisti, dell'incontro fra l'innominato e Lucia. L'innominato ha dei presentimenti, destinati a essere confermati dagli eventi: incontrare Lucia rappresenta per lui una svolta esistenziale, un un momento in cui la vita iniziava a sembrargli priva di significato. Cerca persino di prolungare l'attesa dell'incontro, affidando a una vecchia del castello il compito di fare coraggio a Lucia appena scenda dalla carrozza per essergli portata di fronte.
XXI
Ma... dico il vero, che avrei avuto più piacere che l’ordine fosse stato di darle una schioppettata nella schiena, senza sentirla parlare, senza vederla in viso.”
“Cosa? cosa? che vuoi tu dire?”
“Voglio dire che tutto quel tempo, tutto quel tempo... M’ha fatto troppa compassione.”
“Compassione! Che sai tu di compassione? Cos’è la compassione?”
“Non l’ho mai capito così bene come questa volta: è una storia la compassione un poco come la paura: se uno la lascia prender possesso, non è più uomo.”
“Sentiamo un poco come ha fatto costei per moverti a compassione.”
“O signore illustrissimo! tanto tempo...! piangere, pregare, e far cert’occhi, e diventar bianca bianca come morta, e poi singhiozzare, e pregar di nuovo, e certe parole...”
— Non la voglio in casa costei, — pensava intanto l’innominato. — Sono stato una bestia a impegnarmi; ma ho promesso, ho promesso. Quando sarà lontana... — E alzando la testa, in atto di comando, verso il Nibbio, “ora,” gli disse, “metti da parte la compassione: monta a cavallo, prendi un compagno, due se vuoi; e va’ di corsa a casa di quel don Rodrigo che tu sai. Digli che mandi... ma subito subito, perchè altrimenti...”
Ma un altro no interno più imperioso del primo gli proibì di finire. “No,” disse con voce risoluta, quasi per esprimere a sè stesso il comando di quella voce segreta, “no: va’ a riposarti; e domattina... farai quello che ti dirò!”
— Un qualche demonio ha costei dalla sua, - pensava poi, rimasto solo, ritto, con le braccia incrociate sul petto, e con lo sguardo immobile sur una parte del pavimento, dove il raggio della luna, entrando da una finestra alta, disegnava un quadrato di luce pallida, tagliata a scacchi dalle grosse inferriate, e intagliata più minutamente dai piccoli compartimenti delle vetriate. Un qualche demonio, o.... un qualche angelo che la protegge.... Compassione al Nibbio!.... Domattina, domattina di buon’ora, fuor di qui costei; al suo destino, e non se ne parli più, e, — proseguiva tra sè, con quell’animo con cui si comanda a un ragazzo indocile, sapendo che non ubbidirà — e non ci si pensi più. Quell’animale di don Rodrigo non mi venga a romper la testa con ringraziamenti; che.... non voglio più sentir parlar di costei. L’ho servito perché.... perché ho promesso: e ho promesso perché.... è il mio destino. Ma voglio che me lo paghi bene questo servizio, colui. Vediamo un poco.... —
E voleva almanaccare cosa avrebbe potuto richiedergli di scabroso per compenso, e quasi per pena; ma gli si attraversaron di nuovo alla mente quelle parole: compassione al Nibbio! — Come può aver fatto costei? - continuava, strascinato da quel pensiero. — Voglio vederla.... Eh! no.... Sì, voglio vederla. E d’una stanza in un’altra, trovò una scaletta, e su a tastone, andò alla camera della vecchia, e picchiò all’uscio con un calcio.
[...] Dio, Dio, ” interruppe l’innominato: “ sempre Dio: coloro che non possono difendersi da sè, che non hanno la forza, sempre han questo Dio da mettere in campo, come se gli avessero parlato. Cosa pretendete con codesta vostra parola? Di farmi....? ” e lasciò la frase a mezzo.
“ Oh Signore! pretendere! Cosa posso pretendere io meschina, se non che lei mi usi misericordia? Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia! Mi lasci andare; per carità mi lasci andare! Non torna conto a uno che un giorno deve morire di far patir tanto una povera creatura. Oh! lei che può comandare, dica che mi lascino andare! M’hanno portata qui per forza. Mi mandi con questa donna a ***, dov’è mia madre. Oh Vergine santissima! mia madre! mia madre, per carità, mia madre! Forse non è lontana di qui.... ho veduto i miei monti! Perchè lei mi fa patire? Mi faccia condurre in una chiesa. Pregherò per lei, tutta la mia vita. Cosa le costa dire una parola? Oh ecco! vedo che si move a compassione: dica una parola, la dica. Dio perdona tante cose, per un’opera di misericordia! ”
— Oh perchè non è figlia d’uno di que’ cani che m’hanno bandito! — pensava l’innominato: — d’uno di que’ vili che mi vorrebbero morto! che ora godrei di questo suo strillare; e in vece.... —
“ Non iscacci una buona ispirazione! ” proseguiva fervidamente Lucia, rianimata dal vedere una cert’aria d’esitazione nel viso e nel contegno del suo tiranno. “ Se lei non mi fa questa carità, me la farà il Signore: mi farà morire, e per me sarà finita; ma lei!.... Forse un giorno anche lei.... Ma no, no; pregherò sempre io il Signore che la preservi da ogni male. Cosa le costa dire una parola? Se provasse lei a patir queste pene....! ”
“ Via, fatevi coraggio, ” interruppe l’innominato, con una dolcezza che fece strasecolar la vecchia. “ V’ho fatto nessun male? V’ho minacciata? ”
“ Oh no! Vedo che lei ha buon cuore, e che sente pietà di questa povera creatura. Se lei volesse, potrebbe farmi paura più di tutti gli altri, potrebbe farmi morire; e in vece mi ha.... un po’ allargato il cuore. Dio gliene renderà merito. Compisca l’opera di misericordia: mi liberi, mi liberi. ”
“ Domattina.... ”
“ Oh mi liberi ora, subito.... ”
“ Domattina ci rivedremo, vi dico. Via, intanto fatevi coraggio. Riposate. Dovete aver bisogno di mangiare. Ora ve ne porteranno. ”
“ No, no; io moio se alcuno entra qui: io moio. Mi conduca lei in chiesa.... que’ passi Dio glieli conterà. ”
“ Verrà una donna a portarvi da mangiare, ” disse l’innominato; e dettolo, rimase stupito anche lui che gli fosse venuto in mente un tal ripiego, e che gli fosse nato il bisogno di cercarne uno, per rassicurare una donnicciola.
“ E tu, ” riprese poi subito, voltandosi alla vecchia, “ falle coraggio che mangi; mettila a dormire in questo letto: e se ti vuole in compagnia, bene; altrimenti, tu puoi ben dormire una notte in terra. Falle coraggio, ti dico; tienla allegra. E che non abbia a lamentarsi di te! ”
Così detto, si mosse rapidamente verso l’uscio. Lucia s’alzò e corse per trattenerlo, e rinnovare la sua preghiera; ma era sparito.
[...] Lucia stava immobile in quel cantuccio, tutta in un gomitolo, con le ginocchia alzate, con le mani appoggiate sulle ginocchia, e col viso nascosto nelle mani. Non era il suo nè sonno nè veglia, ma una rapida successione, una torbida vicenda di pensieri, d’immaginazioni, di spaventi. Ora, più presente a sè stessa, e rammentandosi più distintamente gli orrori veduti e sofferti in quella giornata, s’applicava dolorosamente alle circostanze dell’oscura e formidabile realtà in cui si trovava avviluppata; ora la mente, trasportata in una regione ancor più oscura, si dibatteva contro i fantasmi nati dall’incertezza e dal terrore. Stette un pezzo in quest’angoscia; alfine, più che mai stanca e abbattuta, stese le membra intormentite, si sdraiò, o cadde sdraiata, e rimase alquanto in uno stato più somigliante a un sonno vero. Ma tutt’a un tratto si risentì, come a una chiamata interna, e provò il bisogno di risentirsi interamente, di riaver tutto il suo pensiero, di conoscere dove fosse, come, perché. Tese l’orecchio a un suono: era il russare lento, arrantolato della vecchia; spalancò gli occhi, e vide un chiarore fioco apparire e sparire a vicenda: era il lucignolo della lucerna, che, vicino a spegnersi, scoccava una luce tremola, e subito la ritirava, per dir così, indietro, come è il venire e l’andare dell’onda sulla riva: e quella luce, fuggendo dagli oggetti, prima che prendessero da essa rilievo e colore distinto, non rappresentava allo sguardo che una successione di guazzabugli. Ma ben presto le recenti impressioni, ricomparendo nella mente, l’aiutarono a distinguere ciò che appariva confuso al senso. L’infelice risvegliata riconobbe la sua prigione: tutte le memorie dell’orribil giornata trascorsa, tutti i terrori dell’avvenire, l’assalirono in una volta: quella nuova quiete stessa dopo tante agitazioni, quella specie di riposo, quell’abbandono in cui era lasciata, le facevano un nuovo spavento: e fu vinta da un tale affanno, che desiderò di morire. Ma in quel momento, si rammentò che poteva almen pregare, e insieme con quel pensiero, le spuntò in cuore come un’improvvisa speranza. Prese di nuovo la sua corona, e ricominciò a dire il rosario; e, di mano in mano che la preghiera usciva dal suo labbro tremante, il cuore sentiva crescere una fiducia indeterminata. Tutt’a un tratto, le passò per la mente un altro pensiero: che la sua orazione sarebbe stata più accetta e più certamente esaudita, quando, nella sua desolazione, facesse anche qualche offerta. Si ricordò di
quello che aveva di più caro, o che di più caro aveva avuto; giacché, in quel momento, l’animo suo non poteva sentire altra affezione che di spavento, né concepire altro desiderio che della liberazione; se ne ricordò, e risolvette subito di farne un sacrifizio. S’alzò, e si mise in ginocchio, e tenendo giunte al petto le mani, dalle quali pendeva la corona, alzò il viso e le pupille al cielo, e disse: “o Vergine santissima! Voi, a cui mi sono raccomandata tante volte, e che tante volte m’avete consolata, voi che avete patito tanti dolori, e siete ora tanto gloriosa, e avete fatti tanti miracoli per i poveri tribolati; aiutatemi! fatemi uscire da questo pericolo, fatemi tornar salva con mia madre, o Madre del Signore; e fo voto a voi di rimaner vergine; rinunzio per sempre a quel mio poveretto, per non esser mai d’altri che vostra.”— Che diavolo hanno costoro? che c’è d’allegro in questo maledetto paese? dove va tutta quella canaglia? — E data una voce a un bravo fidato che dormiva in una stanza accanto, gli domandò qual fosse la cagione di quel movimento. Quello, che ne sapeva quanto lui, rispose che anderebbe subito a informarsene. Il signore rimase appoggiato alla finestra, tutto intento al mobile spettacolo. Erano uomini, donne, fanciulli, a brigate, a coppie, soli; uno, raggiungendo chi gli era avanti, s’accompagnava con lui; un altro, uscendo di casa, s’univa col primo che rintoppasse; e andavano insieme, come amici a un viaggio convenuto. Gli atti indicavano manifestamente una fretta e una gioia comune; e quel rimbombo non accordato ma consentaneo delle varie campane, quali più, quali meno vicine, pareva, per dir così, la voce di que’ gesti, e il supplimento delle parole che non potevano arrivar lassù. Guardava, guardava; e gli cresceva in cuore una più che curiosità di saper cosa mai potesse comunicare un trasporto uguale a tanta gente diversa.
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