CAPITOLI XVIII-XIX
XVIII
Il 13 di novembre, arriva un espresso al signor podestà di Lecco, e gli presenta un dispaccio del signor capitano di giustizia, contenente un ordine di fare ogni possibile e più opportuna inquisizione, per iscoprire se un certo giovine nominato Lorenzo Tramaglino, filatore di seta, scappato dalle forze praedicti egregii domini capitanei, sia tornato, palam vel clam, al suo paese, ignotum quale per l’appunto, verum in territorio Leuci: quod si compertum fuerit sic esse, cerchi il detto signor podestà, quanta maxima diligentia fieri poterit, d’averlo nelle mani; e, legato a dovere, videlizet con buone manette, attesa l’esperimentata insufficienza de’ manichini per il nominato soggetto, lo faccia condurre nelle carceri, e lo ritenga lì, sotto buona custodia, per farne consegna a chi sarà spedito a prenderlo; e tanto nel caso del sì, come nel caso del no, accedatis ad domum praedicti Laurentii Tramaliini; et, facta debita diligentia, quidquid ad rem repertum fuerit auferatis; et informationes de illius prava qualitate, vita, et complicibus sumatis; e di tutto il detto e il fatto, il trovato e il non trovato, il preso e il lasciato, diligenter referatis. Il signor podestà, dopo essersi umanamente cerziorato che il soggetto non era tornato in paese, fa chiamare il console del villaggio, e si fa condur da lui alla casa indicata, con gran treno di notaio e di birri. La casa è chiusa; chi ha le chiavi non c’è, o non si lascia trovare. Si sfonda l’uscio; si fa la debita diligenza, vale a dire che si fa come in una città presa d’assalto.
Certo Manzoni si diverte molto (un divertimento da scrittore) a farsi beffe, imitandolo egregiamente, del linguaggio cancelleresco, ridicolmente pomposo, che rende farsesco quello che è accaduto (e che noi conosciamo perfettamente), ovvero il dramma dell'ingiusto arresto di Renzo alla locanda della Luna piena. A conferire al testo tale parvenza ridicola sono naturalmente le citazioni in latinorum (come Renzo aveva definito le scuse improvvisate da don Abbondio per giustificare l'ingiustificabile, ossia il diniego di sposare Renzo e Lucia alla data stabilita), inframmezzate a un italiano inutilmente aulico: "umanamente cerziorato" è, sotto questo profilo, un vero e proprio culmine. Un altro culmine, di altro tenore, si avverte però leggendo le ultime righe della citazione riportata. I soprusi non hanno mai fine, e per quanto riguarda Renzo, egli non solo è stato costretto a fuggire dalla sua terra, ma la giustizia (terribile doverla denominare così) raggiunge anche la sua proprietà, i suoi poveri beni di piccolo risparmiatore e fa come in una città presa d'assalto.
Il capitolo prosegue poi con una ripresa dei fili della storia, che passa attraverso svariati personaggi, via via raggiunti dalla notizia che Renzo è un ricercato: padre Cristoforo è attonito non meno che afflitto, don Rodrigo si compiace (nemmeno lui avrebbe saputo far meglio), il conte Attilio si ripromette di sbrigarlo del frate, mentre anche le notizie su dove si trovi Lucia, sotto la protezione della signora del monastero di Monza, spingono il signorotto a cercare di dare corso al suo puntiglio, di onorare il suo impegno un po' ignobile, si legge a un certo punto, in uno di quei passaggi in cui Manzoni dà conto dei pensieri di quel losco figuro. Accade così che gli venga un'idea o, più precisamente, che identifichi un mezzo di cui servirsi per violare un luogo così teoricamente inespugnabile come un monastero: chieder l’aiuto d’un tale, le cui mani arrivavano spesso dove non arrivava la vista degli altri: un uomo o un diavolo, per cui la difficoltà dell’imprese era spesso uno stimolo a prenderle sopra di sè. Ma questo partito aveva anche i suoi inconvenienti e i suoi rischi, tanto più gravi quanto meno si potevano calcolar prima; giacché nessuno avrebbe saputo prevedere fin dove anderebbe, una volta che si fosse imbarcato con quell’uomo, potente ausiliario certamente, ma non meno assoluto e pericoloso condottiere. Mentre viene così introdotto, sia pure ancora alla lontana, il personaggio dell'innominato, che avrà una parte fondamentale nella storia, gli eventi si dispongono in modo da favorire il piano di rapimento di don Rodrigo: inaspettatamente (ma anche questo verrà successivamente spiegato: il conte Attilio ha ottenuto il favore che desiderava dal conte zio) fra' Cristoforo viene allontanato da Pescarenico e, in più, Agnese ritorna a casa, lasciando Lucia sola a Monza. Il narratore a questo punto si concentra su quello che è accaduto e accade alle due donne. Anche loro sono colte di sorpresa dalle notizie che iniziano a diffondersi su Renzo: a Lucia, ch'era a sedere, orlando non so che cosa, cadde il lavoro di mano; impallidì, si cambiò tutta, di maniera che la fattoressa se ne sarebbe avvista certamente, se le fosse stata più vicina. In poco tempo comunque Lucia e Agnese riescono a ottenere l'informazione più rassicurante per loro: Renzo è riuscito a scappare e si trova in salvo in un altro territorio. Successivamente, però, Agnese viene anche informata del fatto che fra' Cristoforo è stato trasferito a Rimini. Questo fornisce al narratore il pretesto per diramare la narrazione in direzione di quanto ha tramato il conte Attilio. L'episodio si dipana attraverso due capitoli e prevede per cominciare l'incontro fra Attilio e il conte zio, ma soprattutto la descrizione di quest'ultimo: Il conte zio, togato, e uno degli anziani del consiglio, vi godeva un certo credito; ma nel farlo valere, e nel farlo rendere con gli altri, non c’era il suo compagno. Un parlare ambiguo, un tacere significativo, un restare a mezzo, uno stringer d’occhi che esprimeva: non posso parlare; un lusingare senza promettere, un minacciare in cerimonia; tutto era diretto a quel fine; e tutto, o più o meno, tornava in pro. A segno che persino un io non posso niente in questo affare, detto talvolta per la pura verità, ma detto in modo che non gli era creduto, serviva ad accrescere il concetto, e quindi la realtà del suo potere. Come quelle scatole che si vedono ancora in qualche bottega di speziale, con su certe parole arabe, e dentro non c'è nulla; ma servono a mantenere il credito alla bottega. Insomma, il conte zio è un caso eclatante di potere totalmente fondato sulla simulazione, un potere senza sostanza, come rimarca la metafora eloquente con cui si conclude il passo riportato. Attilio, dal canto suo, conosce perfettamente tutte le debolezze del vanaglorioso zio, e fa in modo di raccontargli gli eventi accaduti con adeguati ritocchi, utili a incoraggiarlo a prendere provvedimenti contro padre Cristoforo, ovvero a sostenere il suo piano per sottrarre l'unico valido difensore a Lucia. Uno dei momenti in cui si può cogliere tutta l'astuzia di Attilio e tutta la stoltezza del conte zio è il seguente: “ M’immagino che non sappia che Rodrigo è mio nipote. ”“ Se lo sa! Anzi questo è quel che gli mette più il diavolo addosso. ”“ Come? come? ”“ Perchè, e lo va dicendo lui, ci trova più gusto a farla vedere a Rodrigo, appunto perchè questo ha un protettor naturale, di tanta autorità come vossignoria: e che lui se la ride de’ grandi e de’ politici, e che il cordone di san Francesco tien legate anche le spade, e che... ”“ Oh frate temerario! Come si chiama costui? ”“ Fra Cristoforo da *** ” disse Attilio; e il conte zio, preso da una cassetta del suo tavolino, un libriccino di memorie, vi scrisse, soffiando, soffiando, quel povero nome. Intanto Attilio seguitava: “ è sempre stato di quell’umore, costui: si sa la sua vita. Era un plebeo che, trovandosi aver quattro soldi, voleva competere coi cavalieri del suo paese; e, per rabbia di non poterla vincere con tutti, ne ammazzò uno: onde, per iscansar la forca, si fece frate. ”“ Ma bravo! ma bene! La vedremo, la vedremo, ” diceva il conte zio, seguitando a soffiare.
A questo punto l'operazione è quasi compiuta. Attilio aggiunge anche il dettaglio che nella faccenda sia coinvolto un ricercato e che il frate si sia messo proprio a proteggere un simile figuro...il conte zio, a questo punto, si considera del tutto giustificato a fare quello che Manzoni descrive nel capitolo successivo.
XIX
Non si sa se per via di un accenno di Attilio o per un'idea sortita in lui, il conte zio decide di agire contro fra' Cristoforo servendosi del suo diretto superiore, il padre provinciale dei cappuccini. Ora, tra il padre provinciale e il conte zio passava un’antica conoscenza: s’eran veduti di rado, ma sempre con gran dimostrazioni d’amicizia, e con esibizioni sperticate di servizi. E alle volte, è meglio aver che fare con uno che sia sopra a molti individui, che con un solo di questi, il quale non vede che la sua causa, non sente che la sua passione, non cura che il suo punto; mentre l’altro vede in un tratto cento relazioni, cento conseguenze, cento interessi, cento cose da scansare, cento cose da salvare; e si può quindi prendere da cento parti. Lo invita a pranzo e, dopo necessari convenevoli, ha inizio quello che si potrebbe definire uno scontro fra titani. Riporto di seguito quello che occorre per inquadrare questa messinscena del potere: Due potestà, due canizie, due esperienze consumate si trovavano a fronte. Il magnifico signore fece sedere il padre molto reverendo, sedette anche lui, e cominciò: “stante l’amicizia che passa tra di noi, ho creduto di far parola a vostra paternità d’un affare di comune interesse, da concluder tra di noi, senz’andar per altre strade, che potrebbero.... E perciò, alla buona, col cuore in mano, le dirò di che si tratta; e in due parole son certo che anderemo d’accordo. Mi dica: nel loro convento di Pescarenico c’è un padre Cristoforo da ***? Il provinciale fece cenno di sì. Mi dica un poco vostra paternità, schiettamente, da buon amico.... questo soggetto.... questo padre.... Di persona io non lo conosco; e sì che de’ padri cappuccini ne conosco parecchi: uomini d’oro, zelanti, prudenti, umili: sono stato amico dell’ordine fin da ragazzo.... Ma in tutte le famiglie un po’ numerose.... c’è sempre qualche individuo, qualche testa.... E questo padre Cristoforo, so da certi ragguagli che è un uomo.... un po’ amico de’ contrasti.... che non ha tutta quella prudenza, tutti que’ riguardi.... Scommetterei che ha dovuto dar più d’una volta da pensare a vostra paternità.” — Ho inteso: è un impegno, — pensava intanto il provinciale: — Colpa mia; lo sapevo che quel benedetto Cristoforo era un soggetto da farlo girare di pulpito in pulpito, e non lasciarlo fermare mesi in un luogo, specialmente in conventi di campagna. —
Come nel caso dell'intervento di Ferrer durante i tumulti, sono fondamentali gli a parte: c'è sempre una distanza fra quello che viene detto e quello che si pensa, in particolare nel contesto della politica politicante. Il conte zio ha un obiettivo che, la vecchia volpe del padre provinciale, comprende sin dall'inizio, Nessuno dei due, però, intende offendere l'altro. Di qui l'artificiosità del dialogo, in cui detto e non detto si bilanciano continuamente, e può accadere che si risponda al non detto o, ancora, che non si lasci dire fino in fondo per evitare di dover incassare un'offesa e si preferisca anticipare una richiesta ancora prima che venga formulata, in modo che non paia una resa ma una decisione assunta volontariamente. “Oh!” disse poi: “mi dispiace davvero di sentire che vostra magnificenza abbia in un tal concetto il padre Cristoforo; mentre, per quanto ne so io, è un religioso.... esemplare in convento, e tenuto in molta stima anche di fuori.” “Intendo benissimo; vostra paternità deve.... Però, però, da amico sincero, voglio avvertirla d’una cosa che le sarà utile di sapere; e se anche ne fosse già informata, posso, senza mancare ai miei doveri, metterle sott’occhio certe conseguenze.... possibili: non dico di più. Questo padre Cristoforo, sappiamo che proteggeva un uomo di quelle parti, un uomo.... vostra paternità n’avrà sentito parlare; quello che, con tanto scandolo, scappò dalle mani della giustizia, dopo aver fatto, in quella terribile giornata di san Martino, cose.... cose.... Lorenzo Tramaglino!”— Ahi! — pensò il provinciale; e disse: “questa circostanza mi riesce nuova; ma vostra magnificenza sa bene che una parte del nostro ufizio è appunto d’andare in cerca de’ traviati, per ridurli....”“Va bene; ma la protezione de’ traviati d’una certa specie....! Son cose spinose, affari delicati....” E qui, in vece di gonfiar le gote e di soffiare, strinse le labbra, e tirò dentro tant’aria quanta ne soleva mandar fuori, soffiando. E riprese: “ho creduto bene di darle un cenno su questa circostanza, perchè se mai sua eccellenza.... Potrebbe esser fatto qualche passo a Roma.... non so niente.... e da Roma venirle....”“Son ben tenuto a vostra magnificenza di codesto avviso; però son certo che, se si prenderanno informazioni su questo proposito, si troverà che il padre Cristoforo non avrà avuto che fare con l’uomo che lei dice, se non a fine di mettergli il cervello a partito. Il padre Cristoforo, lo conosco.” “Già lei sa meglio di me che soggetto fosse al secolo, le cosette che ha fatte in gioventù.” “È la gloria dell’abito questa, signor conte, che un uomo, il quale al secolo ha potuto far dir di sè, con questo indosso, diventi un altro. E da che il padre Cristoforo porta quest’abito....” “Vorrei crederlo: lo dico di cuore: vorrei crederlo; ma alle volte, come dice il proverbio.... l’abito non fa il monaco.” Il proverbio non veniva in taglio esattamente; ma il conte l’aveva sostituito in fretta a un altro che gli era venuto sulla punta della lingua: il lupo cambia il pelo, ma non il vizio. “Ho de’ riscontri,” continuava, “ho de’ contrassegni....”“Se lei sa positivamente,” disse il provinciale, “che questo religioso abbia commesso qualche errore (tutti si può mancare), avrò per un vero favore l’esserne informato. Son superiore: indegnamente; ma lo sono appunto per correggere, per rimediare.”“Le dirò: insieme con questa circostanza dispiacevole della protezione aperta di questo padre per chi le ho detto, c’è un’altra cosa disgustosa, e che potrebbe.... Ma, tra di noi, accomoderemo tutto in una volta. C’è, dico, che lo stesso padre Cristoforo ha preso a cozzare con mio nipote, don Rodrigo ***.”
Il capitolo prosegue poi con una ripresa di quello che era stato un fugace accenno: a un personaggio di cui Manzoni dichiara di non poter dire nulla di preciso in merito alle generalità, se non quanto trapela dall'opera storica di due cronachisti del periodo (Rivola e Ripamonti). Propongo quindi l'intera sua presentazione, vista l'importanza che sta per avere nella trama della storia. Ecco il primo ritratto, concepito come una cronaca, dell'innominato.
Fare ciò ch’era vietato dalle leggi, o impedito da una forza qualunque; esser arbitro, padrone negli affari altrui, senz’altro interesse che il gusto di comandare; esser temuto da tutti, aver la mano da coloro ch’eran soliti averla dagli altri; tali erano state in ogni tempo le passioni principali di costui. Fino dall’adolescenza, allo spettacolo e al rumore di tante prepotenze, di tante gare, alla vista di tanti tiranni, provava un misto sentimento di sdegno e d’invidia impaziente. Giovine, e vivendo in città, non tralasciava occasione, anzi n’andava in cerca, d’aver che dire co’ più famosi di quella professione, d’attraversarli, per provarsi con loro, e farli stare a dovere, o tirarli a cercare la sua amicizia. Superiore di ricchezze e di seguito alla più parte, e forse a tutti d’ardire e di costanza, ne ridusse molti a ritirarsi da ogni rivalità, molti ne conciò male, molti n’ebbe amici; non già amici del pari, ma, come soltanto potevan piacere a lui, amici subordinati, che si riconoscessero suoi inferiori, che gli stessero alla sinistra. Nel fatto però, veniva anche lui a essere il faccendiere, lo strumento di tutti coloro: essi non mancavano di richiedere ne’ loro impegni l’opera d’un tanto ausiliario; per lui, tirarsene indietro sarebbe stato decadere dalla sua riputazione, mancare al suo assunto. Di maniera che, per conto suo, e per conto d’altri, tante ne fece che, non bastando né il nome, né il parentado, né gli amici, né la sua audacia a sostenerlo contro i bandi pubblici, e contro tante animosità potenti, dovette dar luogo, e uscir dallo stato. Credo che a questa circostanza si riferisca un tratto notabile raccontato dal Ripamonti. “Una volta che costui ebbe a sgomberare il paese, la segretezza che usò, il rispetto, la timidezza, furon tali: attraversò la città a cavallo, con un seguito di cani, a suon di tromba; e passando davanti al palazzo di corte, lasciò alla guardia un’imbasciata d’impertinenze per il governatore.”Nell’assenza, non ruppe le pratiche, né tralasciò le corrispondenze con que’ suoi tali amici, i quali rimasero uniti con lui, per tradurre letteralmente dal Ripamonti, “in lega occulta di consigli atroci, e di cose funeste.” Pare anzi che allora contraesse con più alte persone, certe nuove terribili pratiche, delle quali lo storico summentovato parla con una brevità misteriosa. “Anche alcuni principi esteri,” dice, “si valsero più volte dell’opera sua, per qualche importante omicidio, e spesso gli ebbero a mandar da lontano rinforzi di gente che servisse sotto i suoi ordini.”Finalmente (non si sa dopo quanto tempo), o fosse levato il bando, per qualche potente intercessione, o l’audacia di quell’uomo gli tenesse luogo d’immunità, si risolvette di tornare a casa, e vi tornò difatti; non però in Milano, ma in un castello confinante col territorio bergamasco, che allora era, come ognun sa, stato veneto. “Quella casa,” cito ancora il Ripamonti, “era come un’officina di mandati sanguinosi: servitori la cui testa era messa a taglia, e che avevan per mestiere di troncar teste: né cuoco, né sguattero dispensati dall’omicidio: le mani de’ ragazzi insanguinate.” Oltre questa bella famiglia domestica, n’aveva, come afferma lo stesso storico, un’altra di soggetti simili, dispersi e posti come a quartiere in vari luoghi de’ due stati sul lembo de’ quali viveva, e pronti sempre a’ suoi ordini. Tutti i tiranni, per un bel tratto di paese all’intorno, avevan dovuto, chi in un’occasione e chi in un’altra, scegliere tra l’amicizia e l’inimicizia di quel tiranno straordinario. Ma ai primi che avevano voluto provar di resistergli, la gli era andata così male, che nessuno si sentiva più di mettersi a quella prova. E neppur col badare a’ fatti suoi, con lo stare a sé, uno non poteva rimanere indipendente da lui. Capitava un suo messo a intimargli che abbandonasse la tale impresa, che cessasse di molestare il tal debitore, o cose simili: bisognava rispondere sì o no. Quando una parte, con un omaggio vassallesco, era andata a rimettere in lui un affare qualunque, l’altra parte si trovava a quella dura scelta, o di stare alla sua sentenza, o di dichiararsi suo nemico; il che equivaleva a esser, come si diceva altre volte, tisico in terzo grado. Molti, avendo il torto, ricorrevano a lui per aver ragione in effetto; molti anche, avendo ragione, per preoccupare un così gran patrocinio, e chiuderne l’adito all’avversario: gli uni e gli altri divenivano più specialmente suoi dipendenti. Accadde qualche volta che un debole oppresso, vessato da un prepotente, si rivolse a lui; e lui, prendendo le parti del debole, forzò il prepotente a finirla, a riparare il mal fatto, a chiedere scusa; o, se stava duro, gli mosse tal guerra, da costringerlo a sfrattar dai luoghi che aveva tiranneggiati, o gli fece anche pagare un più pronto e più terribile fio. E in quei casi, quel nome tanto temuto e abborrito era stato benedetto un momento: perché, non dirò quella giustizia, ma quel rimedio, quel compenso qualunque, non si sarebbe potuto, in que’ tempi, aspettarlo da nessun’altra forza né privata, né pubblica. Più spesso, anzi per l’ordinario, la sua era stata ed era ministra di voleri iniqui, di soddisfazioni atroci, di capricci superbi. Ma gli usi così diversi di quella forza producevan sempre l’effetto medesimo, d’imprimere negli animi una grand’idea di quanto egli potesse volere e eseguire in onta dell’equità e dell’iniquità, quelle due cose che metton tanti ostacoli alla volontà degli uomini, e li fanno così spesso tornare indietro. La fama de’ tiranni ordinari rimaneva per lo più ristretta in quel piccolo tratto di paese dov’erano i più ricchi e i più forti: ogni distretto aveva i suoi; e si rassomigliavan tanto, che non c’era ragione che la gente s’occupasse di quelli che non aveva a ridosso. Ma la fama di questo nostro era già da gran tempo diffusa in ogni parte del milanese: per tutto, la sua vita era un soggetto di racconti popolari; e il suo nome significava qualcosa d’irresistibile, di strano, di favoloso. Il sospetto che per tutto s’aveva de’ suoi collegati e de’ suoi sicari, contribuiva anch’esso a tener viva per tutto la memoria di lui. Non eran più che sospetti; giacché chi avrebbe confessata apertamente una tale dipendenza? ma ogni tiranno poteva essere un suo collegato, ogni malandrino, uno de’ suoi; e l’incertezza stessa rendeva più vasta l’opinione, e più cupo il terrore della cosa. E ogni volta che in qualche parte si vedessero comparire figure di bravi sconosciute e più brutte dell’ordinario, a ogni fatto enorme di cui non si sapesse alla prima indicare o indovinar l’autore, si proferiva, si mormorava il nome di colui che noi, grazie a quella benedetta, per non dir altro, circospezione de’ nostri autori, saremo costretti a chiamare l’innominato.
Il capitolo, molto denso, si conclude quindi con don Rodrigo che si reca al palazzo dell'innominato per chiedergli quanto viene narrato XX.
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