POESIA D'AMORE - ...i segni dell'antica fiamma (con biografia di Emily Dickinson)

 PERCORSO ATTRAVERSO LA POESIA D’AMORE: ...i segni dell’antica fiamma. 

  1. Le origini in Grecia nel VII secolo a. C.  con Saffo (traduzioni nel tempo di Fainetai moi). 

  1. Il I secolo a.C. con Catullo (che traduce Saffo) e Properzio. 

  1. La poesia d’amore dantesca (solo un accenno). 

  1. La poesia d’amore in lingua inglese. 

  1. La poesia d’amore in lingua spagnola. 

  1. La poesia d’amore in lingua francese. 

  1. La poesia d’amore in lingua tedesca. 

  1. La poesia d’amore dal Novecento a oggi.  

 

  1. Le origini in Grecia nel VII secolo a. C.  con Saffo 

Nel VII secolo a. C, la Grecia ha appena ripreso, da poco più di un secolo, a scrivere. La lineare B del periodo miceneo, tramontata durante il medioevo ellenico, è sostituita da una scrittura alfabetica sicuramente frutto del contatto avvenuto con i fenici, inventori dell’alfabeto.  Le poleis, in formazione per via di sinecismo, stanno definendo le loro organizzazioni statali: si delineano regimi aristocratici, timocratici, oligarchici, tirannici. Questi ultimi sono particolarmente frequenti nelle terre della prima colonizzazione, lungo le coste dell’Asia Minore, Ionia, Doride, Eolide, dove sorgono poleis ricche e potenti come la ionica Mileto, culla (fra VII e VI secolo) dei primi filosofi occidentali, Talete, Anassimandro, Anassimene.  Al medesimo periodo risale anche la produzione della poetessa con cui iniziamo il percorso attraverso la poesia d’amore.  

Saffo, dalla sua isola originaria, Lesbo (centro principale Mitilene), di fondazione ionica e situata lungo la costa corrispettiva, deve appunto fuggire con la famiglia per motivi politici, essendo scoppiati violenti contrasti interni, e andare in esilio in Sicilia, in una delle colonie della seconda colonizzazione, le colonie della magna grecia forse Agrigento. Nella scarsità e lacunosità di informazioni biografiche su di lei, una sembra abbastanza certa: la sua attività principale era quella di educare giovani donne, in un contesto che, pur non rintracciandosi il termine preciso nei frammenti a noi pervenuti, poteva essere il tìaso. Con questo nome veniva indicato originariamente un culto tributato a Dioniso, ma col tempo si indicò con esso ogni tipo di setta o di confraternita. Saffo avrebbe quindi diretto un tiaso composto da ragazze, coltivandone gli studi e dedicandosi al culto di Afrodite. In armonia con questa ricostruzione sono i componimenti pervenutici sotto il nome di Saffo, il cui contenuto primario è l’amore cantato sia in termini soggettivi, sia sotto forma di inno alla dea Afrodite. In particolare, Saffo compone inni, odi, epitalami (canti nuziali), accompagnati da musica e versificati, ricorrendo a una metrica quantitativa e al dialetto ionico (il greco si distingue, nel periodo iniziale, nei tre dialetti ionico, dorico e eolico, corrispondenti alle tre zone della prima colonizzazione di cui si è detto). Sulla data di morte di Saffo, e nemmeno su come si sia verificata, non abbiano nessuna certezza ma un mito, al quale la poesia nei secoli ha dato consistenza: da Ovidio (I secolo a. C.) a Leopardi (poeta romantico dell’Ottocento) a Cesare Pavese nel Novecento, apprendiamo che Saffo si sarebbe gettata dalla rupe di Leucade, nell’isola di Lefkada, anch’essa di fronte alla costa ionica a nord ovest della Grecia peninsulare, per disperazione d’un amore non corrisposto dal barcaiolo Faone. In particolare, Leopardi, nel suo Ultimo canto di Saffo, dà voce al mito di una Saffo non particolarmente avvenente, che avrebbe invano desiderato essere corrisposta dal bellissimo Faone.  

La produzione di Saffo poteva anche essere molto estesa, ma a noi sono rimasti appunto solo pochi frammenti. Fra essi spica quello intitolato, dalle prime parole del componimento,  Fainetai moi (A me sembra), che di seguito propongo in due rese in italiano che si collocano nello spazio del “quasi” indicato da Umberto Eco come l’impreciso risultato di una traduzione, che può limitarsi a dire, nella migliore delle ipotesi, quasi la stessa cosa.  

 

MI PARE 

Provvisto di qualità divine mi pare 

chi riesce a starti accanto mentre parli  

e sorridi, con quella dolcezza 

struggente che vorrei provare solo io 

A me, invece, il cuore non regge 

mi sento sconvolta appena ti vedo, 

e non riesco a parlare. 

Un fuoco m'infiamma le vene, 

la luce s'oscura, mi perdo nell'ombra,  

e, ormai dissennata, mi sento prossima alla morte. (CB) 

*** 

ODE ALLA GELOSIA 

A me pare uguale agli dei 

chi a te vicino così dolce 

suono ascolta mentre tu parli 

e ridi amorosamente. Subito a me 

il cuore si agita nel petto 

solo che appena ti veda, e la voce 

si perde sulla lingua inerte. 

Un fuoco sottile affiora rapido alla pelle, 

e ho buio negli occhi e il rombo 

del sangue alle orecchie. 

E tutta in sudore e tremante 

come erba patita scoloro: 

e morte non pare lontana 

a me rapita di mente. 

Questa è la traduzione del poeta novecentesco Salvatore Quasimodo, rappresentante dell’ermetismo e traduttore di  tutti i poeti lirici greci (Tutte le poesie, cura di G. Finzi, Mondadori 2008).  

 2. Il I secolo a.C. con Catullo (che traduce Saffo) e Properzio. 

Anche nel caso di Catullo, come già per Saffo, non abbiamo precise notizie biografiche: dobbiamo desumere quale sia stata la sua vita dai suoi carmi. Nasce nella prima metà del primo secolo a. C., forse nell’84, probabilmente in Gallia Cisalpina da una famiglia agiata che possiede una villa sul lago di Garda, a Sirmione: possibile che gli sia capitato di ospitare lì Cesare (così riporta uno storico posteriore). Colpisce il fatto che sia il primo, insieme ad altri amici più o meno coetanei, fra i romani a dedicarsi alla poesia d’amore, rifiutando la carriera politica.  Così dà vita a una corrente poetica che sarà definita con intenzione dispregiativa neoterismo (da neoteroi, i più nuovi: ricordate l’avversione dei romani conservatori per le res novae) dal conservatore Cicerone, secondo il quale dedicarsi alla poesia è indegno per un civis romanus. A noi interessa però soprattutto il fatto che Catullo, destinato a morire molto giovane, a circa trent’anni nel 54, nel 60 circa incontri una donna, alla quale dedica una gran  parte della sua produzione poetica, complessivamente poi raccolta sotto il titolo di Liber. Il nome con cui tale donna viene cantata nel Liber è già indizio del nesso con Saffo: Catullo la nomina Lesbia, la fanciulla di Lesbo, terra d’origine della poetessa greca. La donna, nella realtà, ha un altro nome, che ora non ci interessa ricostruire (ci porterebbe addentro le torbide vicende delle guerre civili), perché la voce di Catullo che intendiamo ascoltare è quella di un giovane romano che vuole tenersi lontano da tutto quello che accade nella terra dov’è nato, insanguinata dalle guerre civili, e che attraverso la poesia dà forma a una dimensione destinata certamente più all’eternità di quanto non potesse permettersi Roma nel suo insieme con le sue guerre imperialiste e col suo  ordinamento politico. La dimensione a cui sto facendo riferimento è quella della lirica d’amore, che non è assolutamente un mondo astratto, ma perfettamente fuso e intrecciato con quello reale, come può permettersi di fare la poesia, in qualsiasi contingenza storica. Dunque, nel Liber Catullo canta l’amore e ripercorre una vicenda, la sua, che ha un punto di partenza, l’innamoramento, dei momenti di esaltazione, l’amore appagato e corrisposto, un esito fatale, la fine dell’amore vero, quello in cui corpo e anima degli innamorati sono perfettamente fusi e consonanti, per via di tradimenti dichiarati, cui segue la permanenza di un dolorosissimo e lacerante sentimento in cui amore e odio sono compresenti e indistinguibili. A Catullo dobbiamo una traduzione poetica del canto di Saffo che ora vi propongo ritradotto in italiano: ardita operazione, trattandosi di un quasi la stessa cosa al quadrato.  

Mi pare un dio, sì, azzardo,  

anche superiore agli dei, 

chi, sedendoti accanto, 

senza sosta ti guarda e ascolta  

ridere dolcemente,  

e io mi sento svenire, poveretto:  

appena ti vedo, Lesbia mia,  

mi manca il respiro, 

s’intorpidisce la lingua, 

una fiamma pervade le membra,  

mi fischiano le orecchie, 

le tenebre mi offuscano la vista. 

Ti fa male stare in ozio, Catullo;  

nell’ozio ti esalti troppo; 

l’ozio ha mandato in rovina re e città prospere. (CB) 

Catullo innamorato di Lesbia le dedica tante poesie, che documentano le varie fasi dell’amore. In quell’ultima che riporto, si legge della delusione, disillusione, definitiva, che coincide con l’ammissione che l’antica fiamma si è spenta o meglio, continua a bruciare, ma d’un fuoco che fa solo danni e, soprattutto, sprigiona una luce oscura, manifestata in pochi, indimenticabili versi:  

ODI ET AMO 

Ti amo e ti odio, 

e tu forse ti domandi perché. 

Non lo so, ma è così. 

Ed è una tortura. (CB) 

Sembrano scritti col sangue d’una ferita mortale, per via del ritmo incalzante, delle scelte lessicali che in latino sono dominate da una onnipresente r, vibrante e sonora nella pronuncia. Suona come un epitaffio funebre questa tortura dell’odiamore, neologismo forzato, col quale il poeta riassume l’irreversibile evento sentimentale della perdita di rispetto nei confronti di chi si amava d’amore totale e si prende a odiamare perché il corpo fatica a dimenticare quello che l’anima non sente invece più. Una tortura, excrucior (sono sottoposto a tormento), scrive Catullo, continuare a vedere Lesbia e non poter smettere di essere attratto da lei, che gli ha dato mille motivi per essere odiata.   

A pochi anni da questo componimento, un altro poeta, appartenente al circolo di Mecenate come Virgilio, racchiude in svariate elegie parte delle quali riunite sotto il titolo greco di Monòbiblos Libro unico, la sua egualmente tormentata storia d’amore con una donna che lui chiama Cynthia e che poteva certo  avere un altro nome. Anche nel suo caso è possibile ricostruire una storia d’amore  forse reale che, a differenza di quella di Catullo, ha una sorta di prosecuzione  dopo la morte. Cinzia è una cortigiana, una donna libera dai vincoli del matrimonio (a differenza di Lesbia), e il poeta si unisce a lei consapevole del fatto di doverla per così dire contendere ad altri uomini. Il loro amore è, in una prima fase felice, un amore totale, che coinvolge anima e corpo, ma poi Properzio inizia a provare i tormenti della gelosia. Quando l’amore sembra essere stato cancellato dalle ripetute infedeltà (di entrambi gli amanti), la donna muore e Properzio scrive una delle poesie più ispirate in tema di amore e morte che la letteratura abbia prodotto. Riporto di seguito solo qualche verso di due componimenti di Properzio: il primo appartenente alla fase dell’amore felice, il secondo, scritto post mortem  dell’amata.  

Sei tu, Cinzia, il mio porto sicuro. 

Tu la mia unica famiglia e la mia fonte di felicità. 

Tristezza e gioia provengono solo da te. 

Come vorrei che tu fossi solo e sempre con me.  (I libro) 

I Mani esistono: la morte non è la fine di tutto. 

Un’ombra livida sfugge ai roghi, vittoriosa.  

[...] Ora ti abbiano pure le altre, poi ti avrò io sola,  

starai con me, le nostre ossa resteranno abbracciate per sempre. (IV libro) 

La portata di queste proclamazioni si può intendere solo se le si contestualizza: in una società come quella romana, in cui la famiglia è un’istituzione che rientra a pieno titolo nell’ordinamento politico (un'unica prova a tale proposito: il fatto che non di rado patti di ordine politico si siglino con matrimoni), Properzio dichiara che la cortigiana Cinzia è per lui domus (casa) e parentes (genitori, famigliari). Inoltre, in una società in cui la religione è instrumentum regni il medesimo poeta scrive che se c’è qualcosa che può durare oltre la morte, questo è l’amore che ha fisicamente unito due amanti, i quali si trovano così ad abbracciarsi eternamente, mixtis ossibus ossa, nel sepolcro. Un presagio di quello che in pieno romanticismo s’immaginerà una scrittrice inglese, l’autrice di Wuthering heights, Cime tempestose  nel 1851, ovvero Emily Brontë nel rappresentare l’amore al contempo impossibile e eterno di Heathcliff e Catherine, che qui compendio in un’unica frase pronunciata da quest’ultima: Di qualunque cosa siano fatte le anime, certo la sua e la mia sono simili. 

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E ora un salto di secoli: arriviamo a Dante Alighieri, nell'inoltrato Duecento, dopo che, proprio alle origini delle lingue romanze, nascono modi di poetare tutti ispirati all'amore: la lirica cortese e la lirica siciliana, per fare almeno due esempi, rispettivamente in volgare provenzale e in siciliano detto illustre. In questo percorso essenziale che sto imbastendo noi consideriamo però solo Dante, con un passaggio attraverso la sua produzione che consideri in modo esclusivo il contributo che la sua poesia dà alla delineazione dell'amore. Inevitabile quindi partire dal fatto che il poeta fiorentino sia il principale responsabile della definizione di un movimento (una scuola, un modo di poetare) denominato Dolce Stil Novo, o stilnovismo, sviluppatosi tra il 1250 e il 1310. Dante ne indica come padre fondatore il poeta Guido Guinizzelli da Bologna (morto nel 1276). Poi lo Stil Novo fiorisce nell'ultimo scorcio del ‘200 a Firenze, e si estingue in quanto movimento specifico, ma influenza ancora la poesia di Francesco Petrarca nel Trecento. Caratteristica peculiare dello stilnovismo è, rispetto alla poesia d'amore precedente, l’aver messo in secondo piano la  sofferenza dell'amante, per dare piuttosto centralità alla celebrazione delle doti spirituali dell'amata, a prescindere dalla corresponsione o meno del sentimento amoroso. L'origine della denominazione di questa corrente si rintraccia nella Divina Commedia, precisamente nel canto XXIV del Purgatorio: l’anima del rimatore guittoniano Bonagiunta Orbicciani da Lucca definisce infatti la canzone dantesca Donne ch'avete intelletto d'amore con l'espressione dolce stil novo e al contempo rende note le caratteristiche del poetare di cui stiamo trattando. Con tale stile  si affermava un nuovo concetto di amore, desiderato e pressoché impossibile, che non prescinde dalla tradizione culturale e letteraria provenzale e siciliana, ma introduce una nuova concezione del femminile, spiritualizzato ovvero angelicato:  la donna, nella visione stilnovistica, ha la funzione di indirizzare l'animo dell'uomo verso la sua nobilitazione e la sublimazione, raggiungibile nell'Amore assoluto, a sua volta identificato con la purezza attribuita al regno divino. La donna angelicata, che nello stilnovo è identificata da un più o meno parlante nome proprio (nel caso di Dante è Beatrice, che corrisponde a colei che rende beati), è oggetto di un amore  platonico e inattivo: non si tratta più, infatti, come avveniva nella letteratura cortese, di cercarla e conquistarla, dato che parlare di lei (poetare per lei) è pura ascesa e nobilitazione dello spirito, puro elogio e contemplazione descrittiva-visiva, che consente al poeta di mantenere sempre intatta e potente la propria ispirazione, in quanto diretta a un oggetto volontariamente cristallizzato e, appunto, irraggiungibile.  

Come esempio rappresentativo dello stilnovismo dantesco, riporto il sonetto (forma poetica inventata dai poeti della scuola siciliana e composta da due quartine e due terzine) incluso nel primo capitolo della Vita Nova, un prosimetro (opera mista in prosa e in versi) in cui Dante ricostruisce le tappe del suo amore per la donna amata per tutta la vita (e oltre la vita) ossia Beatrice.

Tanto gentile e tanto onesta pare
la donna mia quand’ella altrui saluta,
ch’ogne lingua deven tremando muta,
e li occhi no l’ardiscon di guardare.

Ella si va, sentendosi laudare,
benignamente d’umiltà vestuta;
e par che sia una cosa venuta
da cielo in terra a miracol mostrare.

Mostrasi sì piacente a chi la mira,
che dà per li occhi una dolcezza al core,
che ’ntender no la può chi non la prova:

e par che de la sua labbia si mova
un spirito soave pien d’amore,
che va dicendo a l’anima: Sospira.

Oltre a contenere un repertorio di parole chiave, ovvero simboliche, della poetica stilnovistica, il sonetto può servire a darvi un'idea iniziale della spiritualizzazione dell'amore cui mirano questi poeti: la donna è una creatura divina, un miracolo in sé, e per chi abbia occhi per vedere e cuore per sentire (non tutti, non chiunque) la sola visione di lei rappresenta una conquista dello spirito, promuove un percorso di sublimazione dell'io.

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Ora il percorso prosegue con la selezione di poesie d'amore in varie lingue. Riporto gli originali e una traduzione.

J.W. Goethe (Francoforte sul Meno 1749-Weimar 1832), romanziere, poeta, saggista dai molteplici interessi, anche scientifici. Lo consideriamo tra i fondatori della sensibilità e del movimento romantico, ai suoi inizi espresso in Germania con il movimento autodefinitosi Sturm und Drang, Tempesta e assalto, di cui il romanzo di Goethe I dolori del giovane Werther (1774) è una delle prime espressioni.

Willkommen und Abschied

Es schlug mein Herz, geschwind, zu Pferde!
Es war getan fast eh gedacht.
Der Abend wiegte schon die Erde,
Und an den Bergen hing die Nacht;
Schon stand im Nebelkleid die Eiche
Ein aufgetürmter Riese, da,
Wo Finsternis aus dem Gesträuche
Mit hundert schwarzen Augen sah.

Der Mond von einem Wolkenhügel
Sah kläglich aus dem Duft hervor,
Die Winde schwangen leise Flügel,
Umsausten schauerlich mein Ohr;
Die Nacht schuf tausend Ungeheuer,
Doch frisch und fröhlich war mein Mut:
In meinen Adern welches Feuer!
In meinem Herzen welche Glut!

Dich sah ich, und die milde Freude
Floß von dem süßen Blick auf mich;
Ganz war mein Herz an deiner Seite
Und jeder Atemzug für dich.
Ein rosenfarbnes Frühlingswetter
Umgab das liebliche Gesicht,
Und Zärtlichkeit für mich - ihr Götter!
Ich hofft es, ich verdient es nicht!

Doch ach, schon mit der Morgensonne
Verengt der Abschied mir das Herz:
In deinen Küssen welche Wonne!
In deinem Auge welcher Schmerz!
Ich ging, du standst und sahst zur Erden
Und sahst mir nach mit nassem Blick:
Und doch, welch Glück, geliebt zu werden!
Und lieben, Götter, welch ein Glück!

Benvenuto e addio

Il cuore mi batteva svelto, come un cavallo al galoppo.

L'impeto era quello dell'eroica battaglia.

Intanto la sera cullava la terra,

sui monti scendeva la notte,

e la quercia stava là gigantesca, in nebbia avvolta,

sbirciata dai mille occhi neri dei cespugli.

Assonnata tra le nubi

la luna sbucava, mentre i venti sommessi agitavano le ali,

sibilando orrendamente al mio orecchio:

migliaia i mostri della notte,

ma più forte era il mio spirito.

fuoco e brace ardente il mio cuore.

Fu te che vidi allora, e dolce gioia trasfuse

il tuo sguardo su di me.

A te donai il mio cuore e il mio respiro.

Viso di primavera, tenerezza attesa anche senza meritarla.

Mesto e pensoso, invece, l'addio.

Il cuore attraverso i tuoi occhi parlava,

i baci dicevano "amore".

E che delizia, che dolore.

Partisti, e io restai, a capo basso,

guardandoti andare con occhi pieni di lacrime.

Eppure, che gioia amare e essere amati.

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Emily Dickinson (1830-1886, Amherst, contea di Hampshire, Massachusetts). Una vita nell'ombra, nel chiuso, nella malattia e alla fine di tutto un tesoro ritrovato dalla sorella e pubblicato dopo la sua morte: fogli di carta vergati dalla sua scrittura e cuciti con ago e filo.

We learned the whole of love 
the alphabet, the words.
A chapter, then the mighty book
then revelation closed.

But in each other’s eyes
an ignorance beheld
diviner than the childhood’s.
And each to each, a child

attempted to expound
what neither, understood 
alas! that whisdom is so large
and truth so manifold!

Tutto imparammo dell’amore:
alfabeto, parole,
un capitolo, poi il possente libro,
e la rivelazione terminò.

Ma negli occhi dell’altro
ciascuno contemplava un’ignoranza
divina, ancora più che nell’infanzia;
l’uno all’altro, fanciulli,

tentammo di spiegare
quanto era per entrambi incomprensibile.
Ahi, com’è vasta la saggezza
e molteplice il vero!
(trad. da edizione Meridiani Mondadori di Marisa Bulgheroni)

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Paul Verlaine (Metz, 1844-Parigi 1896) maestro dei simbolisti francesi. La sua poesia Langueur si ritiene un manifesto della poetica decadente. Protagonista di una relazione turbinosa con  il poeta come lui simbolista Arthur Rimbaud. 

Poiché l’alba si accende 

Poiché l’alba si accende, ed ecco l’aurora,
poiché, dopo avermi a lungo fuggito, la speranza consente
a ritornare a me che la chiamo e l’imploro,
poiché questa felicità consente ad esser mia,

facciamola finita coi pensieri funesti,
basta con i cattivi sogni, ah! soprattutto
basta con l’ironia e le labbra strette
e parole in cui uno spirito senz’anima trionfava.

E basta con quei pugni serrati e la collera
per i malvagi e gli sciocchi che s’incontrano;
basta con l’abominevole rancore! basta
con l’oblìo ricercato in esecrate bevande!

Perché io voglio, ora che un Essere di luce
nella mia notte fonda ha portato il chiarore
di un amore immortale che è anche il primo
per la grazia, il sorriso e la bontà,

io voglio, da voi guidato, begli occhi dalle dolci fiamme,
da voi condotto, o mano nella quale tremerà la mia,
camminare diritto, sia per sentieri di muschio
sia che ciottoli e pietre ingombrino il cammino;

sì, voglio incedere dritto e calmo nella Vita
verso la meta a cui mi spingerà il destino,
senza violenza, né rimorsi, né invidia:
sarà questo il felice dovere in gaie lotte.

E poiché, per cullare le lentezze della via,
canterò arie ingenue, io mi dico
che lei certo mi ascolterà senza fastidio;
e non chiedo, davvero, altro Paradiso.

“Poiché l’alba si accende” di Paul Verlaine: testo originale francese (musicata da Gabriel Fauré)

Puisque l’aube grandit, puisque voici l’aurore,
Puisque, après m’avoir fui longtemps, l’espoir veut bien
Revoler devers moi qui l’appelle et l’implore,
Puisque tout ce bonheur veut bien être le mien,

C’en est fait à présent des funestes pensées,
C’en est fait des mauvais rêves, ah ! c’en est fait
Surtout de l’ironie et des lèvres pincées
Et des mots où l’esprit sans l’âme triomphait.

Arrière aussi les poings crispés et la colère
À propos des méchants et des sots rencontrés;
Arrière la rancune abominable! arrière
L’oubli qu’on cherche en des breuvages exécrés!

Car je veux, maintenant qu’un Être de lumière
A dans ma nuit profonde émis cette clarté
D’une amour à la fois immortelle et première,
De par la grâce, le sourire et la bonté,

Je veux, guidé par vous, beaux yeux aux flammes douces,
Par toi conduit, ô main où tremblera ma main,
Marcher droit, que ce soit par des sentiers de mousses
Ou que rocs et cailloux encombrent le chemin;

Oui, je veux marcher droit et calme dans la Vie,
Vers le but où le sort dirigera mes pas,
Sans violence, sans remords et sans envie:
Ce sera le devoir heureux aux gais combats.

Et comme, pour bercer les lenteurs de la route,
Je chanterai des airs ingénus, je me dis
Qu’elle m’écoutera sans déplaisir sans doute;
Et vraiment je ne veux pas d’autre Paradis.

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Federico Garcia Lorca, poeta e drammaturgo (Fuente Vaqueros 1898 - Víznar, Granada, 1936).

Cassida de la mujer tendida ["cassida" è un tipo di componimento poetico di origini arabe]

Verte desnuda es recordar la Tierra.
La Tierra lisa, limpia de caballos.
La Tierra sin un junco, forma pura
cerrada al porvenir: confín de plata.

Verte desnuda es comprender el ansia
de la lluvia que busca débil talle
o la fiebre del mar de inmenso rostro
sin encontrar la luz de su mejilla.

La sangre sonará por las alcobas
y vendrá con espada fulgurante,
pero tú no sabrás dónde se ocultan
el corazón de sapo o la violeta.

Tu vientre es una lucha de raíces,
tus labios son un alba sin contorno,
bajo las rosas tibias de la cama
los muertos gimen esperando turno.

Vederti nuda rievoca la Terra,
la Terra liscia, sgombra di cavalli.
La Terra senza un giunco, forma pura
chiusa al futuro: limite d’argento.

Vederti nuda è capire l’ansia
della pioggia che cerca esile vita,
la febbre del mare dall’immenso volto
che non trova la luce della guancia.

Il sangue, risuonando nelle alcove,
giungerà con le spade sfolgoranti,
tu però non saprai dove si celano
il cuore di rospo o la violetta.

Il tuo ventre una lotta di radici,
alba senza contorno le tue labbra.
Sotto le rose tiepide del letto
i morti gemono aspettando il turno

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POESIA DEL NOVECENTO  E CONTEMPORANEA

Amore, oggi il tuo nome

al mio labbro è sfuggito

come al piede l’ultimo gradino...


Ora è sparsa l’acqua della vita

e tutta la lunga scala

è da ricominciare.


T’ho barattato, amore, con parole.


Buio miele che odori

dentro diafani vasi

sotto mille e seicento anni di lava –


ti riconoscerò dall’immortale

silenzio.  

Cristina Campo

El enamorado

Lunas, marfiles, instrumentos, rosas,
lámparas y la línea de Durero,
las nueve cifras y el cambiante cero,
debo fingir que existen esas cosas.

Debo fingir que en el pasado fueron
Persépolis y Roma y que una arena
sutil midió la suerte de la almena
que los siglos de hierro deshicieron.

Debo fingir las armas y la pira
de la epopeya y los pesados mares
que roen de la tierra los pilares.

Debo fingir que hay otros. Es mentira.
Sólo tú eres. Tú, mi desventura
y mi ventura, inagotable y pura.

Luna, avorio, strumenti musicali, rose,
lampade e il segno di Durer,

le nove cifre e lo sfuggente zero,
devo fingere che queste cose esistano.

Devo fingere che nel passato c’erano
Persepoli e Roma e che una sabbia
sottile ha misurato il destino di una torre
che le età del ferro hanno disfatto.

Devo pensare alle armi e alle fiamme
delle epopee e ai mari plumbei
che rosicchiano i pilastri della terra.

Devo fingere che ci sono gli altri. È falso.
Ci sei solo tu. Tu, mia ventura
e sventura, inesauribile e pura. 

Jorge Louis Borges

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ASSEGNAZIONE LAVORI

CHIARA DE S BEATRICE: Dante

VITTORIA: Catullo (odi et amo)

SVEVA ISABELLA : SAFFO/QUASIMODO

GIORGIO MANUEL: Emily Dickinson (procurare biografia)

CHIARA AURORA: Mi pare

REBECCA: Emily Dickinson (procurare biografia)

STEFANO: Properzio

NICOLO DEL: Ode alla gelosia

NICCOLO'  T.: Verlaine

PIETRO: Odi et amo

FILIPPO, VINCENZO, EDOARDO: Mi pare

Emily Dickinson e la sua lettera al mondo

Sono sporadiche  le pubblicazioni di  poesie durante la vita di Emily Dickinson che, quasi presaga della sorpresa predisposta a vantaggio dei posteri scrive, nel  componimento contrassegnato come 440, E' questa la mia lettera al mondo [...] Il suo messaggio è consegnato a mani per me invisibili. [...]. Le mani invisibili che trovano, alla sua morte,  nei cassetti della sua stanza nella casa di famiglia a Amherst centinaia  di fogli vergati a mano, talvolta uniti insieme in improvvisati fascicoli, talaltra annotati al margine di buste, sono quelle della sorella Lavinia, alla quale spetta il compito, insieme ad altri, del riordino e della pubblicazione di un corpus poetico senz'altro molto ricco.

Intensissima è poi, sempre,  la vita di Emily Dickinson, anche quando  condotta, da un certo punto in poi, entro il cerchio delle mura domestiche. L'intensità risale all'interiorità, e la sua è un territorio smisurato, dove l'immaginazione, pur sempre accompagnata da intelligenza, fra il lucido e il disperato, delle cose, si manifesta con quella potenza tellurica e uranica che la rende così preziosa, così rara. Le parole poetiche di Dickinson sono lampi di luce oscura, lame che incidono persino il diamante. Nell'immaginazione, con l'immaginazione, tutto può accadere, i paesaggi dell'interiorità sono gli unici in cui spazio e tempo, come nei sogni, smettono di essere semplicemente misure fisiche, per diventare unità di misura dei sentimenti.

Ma qualcosa della "vita documentata" si può pur dire. A patto che non diventi un modo semplicistico di avere a che fare con lei. Alla quale questo, sono certa, non sarebbe piaciuto. Come non le sarebbe piaciuto che si andasse a caccia, nei suoi scritti, di prove dirette di quel che avesse pensato, detto, fatto, provato con le persone con cui è stata in contatto. Delineo la vita, dunque, come se stessi facendo uno schizzo a matita sul quale poi, leggendo i suoi scritti, appariranno colori e sfumature, vibrazioni di luce per gli  occhi e per il  cuore, cangianti e mutevoli, nonché insofferenti persino dell'eternità. Nessun verso è scritto per sempre, ma  in tutti scorre il  magma della vita. 

Il luogo di nascita di Emily Dickinson è Amherst, Massachusetts. E' il 1830, i suoi genitori, Edward Dickinson e Emily Norcross hanno già un figlio;  tre anni dopo nascerà la sorella Lavinia. Il padre è un avvocato, gode di notevole prestigio, anche politico, nel distretto. Emily frequenta le scuole di Amherst, riceve molti stimoli dalla ricca biblioteca familiare, compie qualche esperienza di soggiorno fuori dalla casa paterna, ma a partire dal 1853 e fino alla morte, avvenuta per un attacco di nefrite (una malattia renale molto grave), nel 1886, vive ad Amherst. Non è corretto, tuttavia, considerare la sua come un'autoreclusione e nemmeno come una reclusione. I suoi contatti con il mondo sono infatti intensi e profondi, così come le sue relazioni personali sono significative e determinanti. Possiamo, in questo bozzetto di biografia, citare qualche nome, che dia consistenza alle linee che stiamo tracciando. La moglie del fratello maggiore, Susan Gilbert, è sua amica e confidente dal 1850, come documentato da un epistolario non del tutto pervenutoci (e non senza manipolazioni) ma comunque sufficiente  a darci un' idea dei sentimenti provati dalle due donne. In un breve viaggio compiuto prima della decisione del ritiro conosce a Philadelphia  il  reverendo Charles Wadsworth, sposato e con dei figli, del quale si innamora platonicamente, dedicandogli poi delle poesie. Infine, ormai quarantottenne, avrebbe potuto (voluto) sposare un vedovo più anziano di lei, assiduo frequentatore della casa da molti anni. Relazioni umane, dunque, non mancano nella sua vita caratterizzata (di questo possiamo essere certi anche solo dopo aver letto poche sue poesie) da un tensione interiore fuori dal comune, rara, e per questo probabilmente difficile da sostenere e conciliare con quella che, in modo superficiale, definiamo vita attiva










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