MEMORIA DEI LUOGHI - TOMASO MONTANARI - programma definitivo di lavoro e spunti precisi
IL CONTESTO ISTITUZIONALE
L'articolo 9 della Costituzione italiana, promulgata nel 1948 dall'Assemblea costituente, rientra nella sezione Principi fondamentali, che ne comprende 12. Di recente, nel marzo del 2022, esso è stato modificato, secondo un iter precisamente codificato. Riporto, per inserire il nostro lavoro in un preciso contesto di riferimento, tanto la versione originale, quanto quella modificata.
Articolo 9 della Costituzione (sezione principi fondamentali)
La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. (1948)
La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l'ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell'interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali. (2022)
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Introduzione al tema, ispirata dalla lettura di Tomaso Montanari, Se amore guarda, Un'educazione sentimentale al patrimonio culturale, Einaudi, 2023.
Il paesaggio, il patrimonio storico e artistico della Nazione, si legge nell'articolo 9 della Costituzione, devono essere tutelati ovvero protetti, difesi, curati. Quello di tutelare è un compito delicato, che evoca primariamente una relazione che la nostra società considera tuttora basilare, persino fondativa di sé appunto come società: la relazione familiare, quella per cui qualcuno (il soggetto indifeso per via della sua giovane età) richiede di essere difeso, protetto, curato, di avere un tutore, qualcuno che lo tuteli fino al raggiungimento della maggiore età, in cui tale necessità, che è un dovere e un obbligo, viene meno, e l'individuo ottiene di diventare tutore di sé, senza più la necessità di essere protetto, difeso e curato da qualcun altro.
Questo riferimento ha una sua rilevanza per il nostro discorso: sostituiamo infatti alla persona in condizione di minorità, un insieme di oggetti, animati e inanimati, ovvero il paesaggio, il patrimonio storico e artistico e, nell'integrazione inserita nel 2022, ambiente, biodiversità, ecosistemi e animali. Tutti questi oggetti, animati e inanimati, esigono una protezione, una difesa, una cura, alla quale, proprio come nel caso della relazione famigliare, non dovrebbe essere estraneo l'amore. Anzi, forse, è all'amore che si può far risalire non solo uno slancio iniziale che attrae verso l'oggetto di attenzione, ma ancor più una predisposizione a volerne mantenere la salute nel tempo, così che l'impegno immesso per favorire il suo benessere non si perda ma diventi un'eredità alla quale anche altri possano tenere e di cui possano a loro volta beneficiare. L'amore che si manifesta attraverso la tutela è di quelli promuovono imitazione e che si pongono come modelli.
Una parola importante, che Montanari usa fin dalle prime pagine del suo saggio dedicato al tema dell'amore con cui si manifesta la differenza fra guardare e vedere, è educazione. Per coltivare in sé la propensione alla cura, alla protezione, alla difesa è necessario affinare la capacità di guardare, al punto da sostituire all'organo deputato alla visione, lo sguardo, direttamente il cuore al quale facciamo risalire il sentimento. Una disposizione al sentire, al provare l'amore, occorre però educarla: in ogni caso occorre farlo, ossia qualunque sia l'oggetto, il soggetto o gli oggetti ai quali si rivolga la propria amorosa attenzione. Il tema non è di semplice descrizione, e una delle ragioni per cui non lo è si connette con la natura degli oggetti di cui stiamo trattando: paesaggi, luoghi, monumenti, i quali certo esistono di per sé, hanno una loro visibilità, ma sono anche impressioni nell'animo, nel senso che esistono, oltre che nella realtà, nell'interiorità di chi li ha guardati, anche solo una volta e anche solo per poco tempo. A rendere ancora più complesso, e interessante da studiare, l'argomento, è la compartecipazione, nel processo del guardare con amore, della memoria.
La presenza, e la funzione, della memoria è poi intendibile in due modi: sotto specie di memoria incarnata nel luogo, nel monumento o nel paesaggio in sé, e sotto specie di nuova memoria, che si attiva nel momento in cui il soggetto vede, o rivede, l'oggetto in questione. E qui rientra nuovamente in gioco il tema della relazione amorosa, della tutela, intrisa di rispetto per l'oggetto al quale è indirizzata, col quale si entra e si resta in dialogo permanente, cogliendo memorie antiche e rinnovandone di nuove.
Il paesaggio, i monumenti, i luoghi si possono metaforizzare come libri in cui la storia non si fissa mai una volta per tutte, ma cambia a seconda di chi la legge, trasformandosi tanto nel momento della vita vissuta quanto in quello della sua rievocazione.
O ancora, come si legge al termine della Premessa di Montanari, il patrimonio culturale è esso stesso un serratissimo dialogo millenario fra voci e mani diverse, eppure lì unite.
Così la memoria svolge il suo compito antico e eterno: lasciare tracce, stratificarle, creare connessioni, far rivivere storie che, senza quel segno tangibile che può essere il luogo, il monumento, il paesaggio fissato in qualche modo e da qualcuno, potrebbe anche scomparire per sempre, sprofondare in un oblìo che è persino qualcosa di più, e di peggio, della morte.
La tutela, quindi, è un'operazione connessa con amore e con memoria. Entrambe sono classificabili come funzioni dell'anima e come tali possono essere inserite in un processo educativo. Si raffinano a forza di esercizio paziente, ed è proprio per questo che noi dedichiamo loro questo spazio di approfondimento interdisciplinare.
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Scrive Montanari, nel capitolo intitolato Corpi vivi, che intimità è una parola chiave per descrivere il nostro rapporto con il patrimonio culturale. Il quale è fatto di amicizia, intesa, confidenza, dimestichezza, solidificatesi nei millenni. L'intimità è poi anche connessa con l'interiorità di ciascuno, e così, anche per via di questa parola (come già per memoria) si crea un nesso fra esterno (il luogo, il patrimonio) e interno, la nostra anima. Allora, la mia proposta di lavoro per noi è quella di tenere presenti questi due fili: la memoria e l'intimità. E provare a utilizzarli per guardare con amore dei monumenti riconosciuti come tali da tutti, monumenti della nostra città, e dei luoghi che invece non sono riconosciuti da tutti ma possono essere conosciuti, per cominciare, da alcuni, per via di quella capacità di comunicare (con amore e stimolando la memoria) l'intimità che abita ciascuno di noi. La proposta pertanto è articolata nei gruppi che avevamo già deciso, ma con qualche modifica relativa alla consegna per ciascuno.
I componenti dei gruppi 1 e 2 (Chiara D. Niccolò T. Stefano Aurora; Chiara G. Manuel Rebecca Edoardo) fotografano ciascuno un luogo (o un oggetto) e lo accompagnano con un breve scritto che contemperi memoria e intimità. Il gruppo deve servire come "primo pubblico con cui verificare la riuscita della condivisione". Questi due gruppi sono "creatori di sguardi amorosi".
I componenti dei gruppi 3 e 4 (Giorgio, Vincenzo, Beatrice, Sveva; Vittoria, Niccolo', Filippo, Pietro Isabella) fotografano ciascuno e separatamente (senza accordarsi) un punto della zona di Torino delimitata da Giardini Reali, Porte Palatine, Duomo. Accompagnano la fotografia con un breve scritto che documenti la compresenza di memoria e intimità: le voci che parlano nel tempo di cui scrive Montanari. Questi due gruppi "documentano sguardi amorosi".
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Fornisco due modelli
MODELLO 1 CREARE UNO SGUARDO AMOROSO
La biblioteca del Trinity College. Appena entrata non c'era nessuno. Non sul serio, ma io mi sono sentita sola. Una bella solitudine, una solitudine antica e avvolgente.
Come un abbraccio da lontano, con amici che conosco da sempre e mi conoscono da sempre. Amici di una vita. Ordinati e composti, in fila, ma non per combattere.
Sento i loro cuori battere, le loro voci sussurrare. Parlano tante lingue, alcune a me note, altre no, ma io le comprendo tutte.
La scala elicoidale punta verso l'alto ed è infinita. Guardarla mi fa venire le vertigini, e anche un po' voglia di piangere. La parola che meglio descrive questo sentimento impetuoso e sconvolgente, che ho provato e che riprovo, è nostalgia. Dolore di un ritorno impossibile, storia di un Ulisse che non troverà mai Itaca, cancellata da nuove storie, in cui lui non ha più alcuna parte.
Nel sottofondo una voce scandisce piano,
"non esser più, non esser mai, più nulla, ma meno morte che non esser più".
E io mi sento pacificata, sento che questo luogo è mio e io sono fatta per lui, come lui è fatto per me.
Fuori dal tempo e dallo spazio, là dove la scala non finisce, ma inizia l'infinito viaggiare.
Modello 2
Veduta dalla Reggia di Venaria. La linea di separazione delle nuvole, che evocano stratificazioni di microparticelle inquinanti, ostacola, ma non del tutto, l'immaginazione di altro tempo e altra storia suggeriti dallo sguardo all'anima.
Nel viale diritto, disposto a perdersi all'orizzonte, cavalca una ragazzina: chiome al vento, portamento eretto, desiderio di libertà e di fuga. So dove vuole andare e qualche frammento dei suoi pensieri mi raggiunge. Troppo giovane per volersi legare a un uomo che ha tredici anni più di lei, una moglie e il peso di una dinastia che s'improvviserà unificatrice d'un regno.
Troppo giovane per qualunque cosa che non sia godere dell'aria e della luce del sole.
Ma la Storia chiama, ed è già il 1869: la ragazzina è scomparsa, è una donna di 36 anni che condivide il letto del re con una moglie legittima e altre amanti.
Oggi (o forse ieri, chissà) il re crede di essere in punto di morte, e desidera consacrare l'unione con lei, sua amante dal 1857, quando aveva 14 anni e amava tanto cavalcare nei viali della Reggia.
Tanti i pensieri che le passano per la testa: un impasto insano d'orgoglio e di frustrazione, e la sensazione di essere solo una delle tante prede della storia.
Sì, diranno di me che sono La Bela Rosin. Ed è lei che io guardo svanire all'orizzonte come un vapore del tempo, al quale le cronache hanno dato un nome che sembra un po' una beffa. La bella Rosa, la favorita del re, quella che, se avesse potuto scegliere, avrebbe cavalcato molto lontano da quel palazzo e da quella vita, e non si sarebbe mai voltata indietro.


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