CAPITOLI XII E XIII
Capitoli XII e XIII
Era quello il second’anno di raccolta scarsa. Nell’antecedente, le provvisioni rimaste degli anni addietro avevan supplito, fino a un certo segno, al difetto; e la popolazione era giunta, non satolla né affamata, ma, certo, affatto sprovveduta, alla messe del 1628, nel quale siamo con la nostra storia. Ora, questa messe tanto desiderata riuscì ancor più misera della precedente, in parte per maggior contrarietà delle stagioni (e questo non solo nel milanese, ma in un buon tratto di paese circonvicino); in parte per colpa degli uomini. Il guasto e lo sperperìo della guerra, di quella bella guerra di cui abbiam fatto menzione di sopra, era tale, che, nella parte dello stato più vicina ad essa, molti poderi più dell’ordinario rimanevano incolti e abbandonati da’ contadini, i quali, invece di procacciar col lavoro pane per sé e per gli altri, eran costretti d’andare ad accattarlo per carità. Ho detto: più dell’ordinario; perché le insopportabili gravezze, imposte con una cupidigia e con un’insensatezza del pari sterminate, la condotta abituale, anche in piena pace, delle truppe alloggiate ne’ paesi, condotta che i dolorosi documenti di que’ tempi uguagliano a quella d’un nemico invasore, altre cagioni che non è qui il luogo di mentovare, andavano già da qualche tempo operando lentamente quel tristo effetto in tutto il milanese: le circostanze particolari di cui ora parliamo, erano come una repentina esacerbazione d’un mal cronico. E quella qualunque raccolta non era ancor finita di riporre, che le provvisioni per l’esercito, e lo sciupinìo che sempre le accompagna, ci fecero dentro un tal vòto, che la penuria si fece subito sentire, e con la penuria quel suo doloroso, ma salutevole come inevitabile effetto, il rincaro.
Inizia così, nel XII capitolo, dopo ripetuti sviluppi avventurosi e romanzeschi, una digressione storica che Manzoni predispone per comprendere quanto si prepara in Milano per il suo secondo protagonista, quel Renzo che l’Autore ha posto al centro di un vero e proprio romanzo di formazione. Notiamo come in un unico periodo siano sintetizzate molte nozioni prettamente storiche: siamo nel 1628, è in corso una guerra, i raccolti per due anni di seguito sono stati (per ragioni climatiche) scarsi. Alla guerra Manzoni ha fatto cenno nel V capitolo, durante il banchetto nel palazzotto di don Rodrigo. Per raccapezzarsi, inserisco in merito qualche ulteriore notizia. Essa era iniziata con la morte senza eredi diretti di Vincenzo II Gonzaga, duca di Mantova e Monferrato, i cui possessi vennero contesi tra Carlo Gonzaga di Nevers, sostenuto dalla Francia di Richelieu, e Ferrante Gonzaga duca di Guastalla, sostenuto dalla Spagna. In seguito, entrarono nel conflitto anche Carlo Emanuele I di Savoia e l'imperatore Ferdinando II d'Asburgo al fianco della Spagna, mentre Venezia e il papa Urbano VIII sostenevano la Francia. Le truppe spagnole cinsero d'assedio la fortezza di Casale e il successivo diretto intervento della Francia causò la discesa in Lombardia delle truppe del generale boemo Albrecht von Wallenstein, che si abbandonarono a saccheggi e portarono nel Milanese la peste. La guerra si concluse con un trattato di pace che riconobbe legittimo successore al ducato Carlo di Nevers, il quale si insediò formalmente nel 1631, pur essendo costretto a fare diverse concessioni territoriali ai Savoia e ai Gonzaga di Guastalla, nonché a ricorrere all'aiuto economico di Venezia dato lo stato di estrema povertà in cui versava la città di Mantova a causa della guerra. I dati storici, quelli inseriti da Manzoni e quanto inserito per spiegare lo stato di guerra, si riassumono nei termini penuria e rincaro, relativi a un bene di prima necessità come il pane.
Una volta completato questo essenziale ma accurato quadro, un quadro storico che potremmo persino definire oggettivo e realistico, Manzoni fa irrompere sulla scena un nuovo elemento, introdotto da un sonoro ma: anche quando tutto è assolutamente chiaro e limpidamente rappresentabile (la penuria e il rincaro sono dovuti a una serie di concause, che comprendono la guerra e la carestia dovuta a cattivi raccolti per due anni di seguito) ecco che gli esseri umani s’inventano qualcosa di differente, individuano una causa che non si può sostenere se non ricorrendo a invenzioni persino fantastiche. Così si fa largo l’irrazionalità: si fantastica di un’abbondanza di prodotti che sarebbero tenuti nascosti, si immaginano persino i luoghi dove potrebbero trovarsi: Si diceva di sicuro dov’erano i magazzini, i granai, colmi, traboccanti, appuntellati; s’indicava il numero de’ sacchi, spropositato; si parlava con certezza dell’immensa quantità di granaglie che veniva spedita segretamente in altri paesi; ne’ quali probabilmente si gridava, con altrettanta sicurezza e con fremito uguale, che le granaglie di là venivano a Milano. S’imploravan da’ magistrati que’ provvedimenti, che alla moltitudine paion sempre, o almeno sono sempre parsi finora, così giusti, così semplici, così atti a far saltar fuori il grano, nascosto, murato, sepolto, come dicevano, e a far ritornar l’abbondanza. L’irrazionalità, si sa, è contagiosa oppure, per dirla con Cipolla, non si tiene mai abbastanza conto del numero di stupidi (e sprovveduti e banditi) in circolazione. Così accade che si trovi anche un soggetto, che detiene un potere e può intervenire in questa circostanza con dei provvedimenti specifici: si tratta di Antonio Ferrer, granc cancelliere spagnolo nominato dal vicerè, impegnato nella guerra, a occuparsi del territorio lombardo. Ferrer interviene ascoltando la vox populi (quindi sbagliando, in base all’analisi di Manzoni) e fissa un prezzo del pane (la meta) molto basso, che sortisce l’effetto di moltiplicare la richiesta, creando un crescente affanno ai fornai, che non riescono nemmeno a sopperire ai veri e propri assalti (in questa fase non violenti) da parte della gente. In breve le scorte di farina si assottigliano ed è chiaro che il provvedimento è un boomerang. Interpellato, il vicerè delega a una giunta il compito di ristabilire un prezzo equo: quando però la giunta delibera, ormai il popolo si è abituato al prezzo ribassato, e ha inizio il vero assalto ai forni, iniziato proprio la sera prima del giorno in cui Renzo arriva a Milano. La cronaca manzoniana prende a questo punto la piega di un’analisi della genesi delle rivoluzioni popolari.
[...] le strade e le piazze brulicavano d’uomini, che trasportati da una rabbia comune, predominati da un pensiero comune, conoscenti o estranei, si riunivano in crocchi, senza essersi dati l’intesa, quasi senza avvedersene, come gocciole sparse sullo stesso pendìo. Ogni discorso accresceva la persuasione e la passione degli uditori, come di colui che l’aveva proferito. Tra tanti appassionati, c’eran pure alcuni più di sangue freddo, i quali stavano osservando con molto piacere, che l’acqua s’andava intorbidando; e s’ingegnavano d’intorbidarla di più, con que’ ragionamenti, e con quelle storie che i furbi sanno comporre, e che gli animi alterati sanno credere; e si proponevano di non lasciarla posare, quell’acqua, senza farci un po’ di pesca. Migliaia d’uomini andarono a letto col sentimento indeterminato che qualche cosa bisognava fare, che qualche cosa si farebbe. Avanti giorno, le strade eran di nuovo sparse di crocchi: fanciulli, donne, uomini, vecchi, operai, poveri, si radunavano a sorte: qui era un bisbiglio confuso di molte voci; là uno predicava, e gli altri applaudivano; questo faceva al più vicino la stessa domanda ch’era allora stata fatta a lui; quest’altro ripeteva l’esclamazione che s’era sentita risonare agli orecchi; per tutto lamenti, minacce, maraviglie: un piccol numero di vocaboli era il materiale di tanti discorsi.
Non mancava altro che un’occasione, una spinta, un avviamento qualunque, per ridurre le parole a fatti; e non tardò molto. Uscivano, sul far del giorno, dalle botteghe de’ fornai i garzoni che, con una gerla carica di pane, andavano a portarne alle solite case. Il primo comparire d’uno di que’ malcapitati ragazzi dov’era un crocchio di gente, fu come il cadere d’un salterello acceso in una polveriera. “ Ecco se c’è il pane! ” gridarono cento voci insieme. “ Sì, per i tiranni, che notano nell’abbondanza, e voglion far morir noi di fame, ” dice uno; s’accosta al ragazzetto, avventa la mano all’orlo della gerla, dà una stratta, e dice: “ lascia vedere. ” Il ragazzetto diventa rosso, pallido, trema, vorrebbe dire: lasciatemi andare; ma la parola gli muore in bocca; allenta le braccia, e cerca di liberarle in fretta dalle cinghie. “ Giù quella gerla, ” si grida intanto. Molte mani l’afferrano a un tempo: è in terra; si butta per aria il canovaccio che la copre: una tepida fragranza si diffonde all’intorno. " Siam cristiani anche noi: dobbiamo mangiar pane anche noi, " dice il primo; prende un pan tondo, l’alza, facendolo vedere alla folla, l’addenta: mani alla gerla, pani per aria; in men che non si dice, fu sparecchiato. Coloro a cui non era toccato nulla, irritati alla vista del guadagno altrui, e animati dalla facilità dell’impresa, si mossero a branchi, in cerca d’altre gerle: quante incontrate, tante svaligiate. E non c’era neppur bisogno di dar l’assalto ai portatori: quelli che, per loro disgrazia, si trovavano in giro, vista la mala parata, posavano volontariamente il carico, e via a gambe. Con tutto ciò, coloro che rimanevano a denti secchi, erano senza paragone i più; anche i conquistatori non eran soddisfatti di prede così piccole, e, mescolati poi con gli uni e con gli altri, c’eran coloro che avevan fatto disegno sopra un disordine più co’ fiocchi. “ Al forno! al forno! ” si grida.
Lo stile resta quello del romanziere, che indulge in figure retoriche e commenti fra l’ironico e il sarcastico, ma la genesi si riesce appunto a cogliere: gli animi sono esacerbati, ci sono quelli che si predispongono ad approfittarne e hanno le idee meno confuse di altri, la maggioranza è invece confusa ma sente che sta per capitare qualcosa e che se ne potrebbe ricavare un profitto. Basta una scintilla, e tutto esplode. Di nuovo, il trionfo dell’irrazionalità pura. Il massimo del trambusto di verifica in quello che ha il nome di forno delle grucce, in corrispondenza del quale il capitolo subisce un’ulteriore svolta, pur sempre a carattere storico e sociologico, contrapponendo la folla (bestiale, imbestialita, acefala, violenta) all’autorità. Un capitano di giustizia mandato insieme a degli alabardieri a sedare il tumulto. L’autore si prepara così a delineare dei caratteri comici: “ Giudizio, figliuoli! badate bene! siete ancora a tempo. Via, andate, tornate a casa. Pane, ne avrete; ma non è questa la maniera. Eh!... eh! che fate laggiu! Eh! a quella porta! Oibò oibò! Vedo, vedo: giudizio! badate bene! è un delitto grosso. Or ora vengo io. Eh! eh! smettete con que’ ferri; giu quelle mani. Vergogna! Voi altri milanesi, che, per la bontà, siete nominati in tutto il mondo! Sentite, sentite: siete sempre stati buoni fi...... Ah canaglia! ” Questa rapida mutazione di stile fu cagionata da una pietra che, uscita dalle mani d’uno di que’ buoni figliuoli, venne a batter nella fronte del capitano, sulla protuberanza sinistra della profondità metafisica. “ Canaglia! canaglia! ” continuava a gridare, chiudendo presto presto la finestra, e ritirandosi. Ma quantunque avesse gridato quanto n’aveva in canna, le sue parole, buone e cattive, s’eran tutte dileguate e disfatte a mezz’aria, nella tempesta delle grida che venivan di giù. Quello poi che diceva di vedere, era un gran lavorare di pietre, di ferri (i primi che coloro avevano potuto procacciarsi per la strada), che si faceva alla porta, per sfondarla, e alle finestre, per svellere l’inferriate: e già l’opera era molto avanzata.
Sempre per dovere di cronaca storica commista alla tentazione del romanziere di rivestire tutto d’arte, Manzoni ritrae figure di popolani che partecipano all’improvvisata sommossa, dando voce ora all’uno ora all’altro: Parole da non ripetersi diceva, con la schiuma alla bocca, un altro, che teneva con una mano un cencio di fazzoletto su’ capelli arruffati e insanguinati. E qualche vicino, come per consolarlo, gli faceva eco.
“ Largo, largo, signori, in cortesia; lascin passare un povero padre di famiglia, che porta da mangiare a cinque figliuoli. ” Così diceva uno che veniva barcollando sotto un gran sacco di farina; e ognuno s’ingegnava di ritirarsi, per fargli largo.
“ Io? ” diceva un altro, quasi sottovoce, a un suo compagno: “ io me la batto. Son uomo di mondo, e so come vanno queste cose.
[p. 248 modifica]Questi merlotti che fanno ora tanto fracasso, domani o doman l’altro, se ne staranno in casa, tutti pieni di paura. Ho già visto certi visi, certi galantuomini che giran, facendo l’indiano, e notano chi c’è e chi non c’è: quando poi tutto è finito, si raccolgono i conti, e a chi tocca, tocca. ”
In coda al trambusto, appena finito di sgranocchiare il suo pane, arriva anche Renzo, al quale si deve una straordinaria battuta, nella quale si coglie senz’altro l’eco del giudizio di Manzoni su quanto sta accadendo (e la sua evidente contrarietà alle rivoluzioni, senza dubbio derivante dalla formazione illuminista-riformista): Tra questi discorsi, dai quali non saprei dire se fosse più informato o sbalordito, e tra gli urtoni, arrivò Renzo finalmente davanti a quel forno. La gente era già molto diradata, dimodochè potè contemplare il brutto e recente soqquadro. Le mura scalcinate e ammaccate da sassi, da mattoni, le finestre sgangherate, diroccata la porta.
— Questa poi non è una bella cosa, — disse Renzo tra sè: — se concian così tutti i forni, dove voglion fare il pane? Ne’ pozzi? —
Oltre a questa prova di intelligenza delle cose, Renzo ne dà anche di altre: dopo aver contemplato (a bocca aperta, tiene a precisare Manzoni) la facciata del Duomo in costruzione, osserva una specie di cerimonia tribale messa in scena nella piazza, dove si bruciano strumenti della panificazione tra urla e grida. Renzo, dovesse dire la sua, criticherebbe questo sciupio, ma è abbastanza intelligente da capire che potrebbe vedersela brutta. Poi accade qualcosa di nuovo:
Già era di nuovo finita la fiamma; non si vedeva più venir nessuno con altra materia, e la gente cominciava a annoiarsi; quando si sparse la voce, che, al Cordusio (una piazzetta o un crocicchio non molto distante di lì), s’era messo l’assedio a un forno. Spesso, in simili circostanze, l’annunzio d’una cosa la fa essere. Insieme con quella voce, si diffuse nella moltitudine una voglia di correr là: " io vo; tu, vai? vengo; andiamo, " si sentiva per tutto: la calca si rompe, e diventa una processione. Renzo rimaneva indietro, non movendosi quasi, se non quanto era strascinato dal torrente; e teneva intanto consiglio in cuor suo, se dovesse uscir dal baccano, e ritornare al convento, in cerca del padre Bonaventura, o andare a vedere anche quest’altra. Prevalse di nuovo la curiosità. Però risolvette di non cacciarsi nel fitto della mischia, a farsi ammaccar l’ossa, o a risicar qualcosa di peggio; ma di tenersi in qualche distanza, a osservare. E trovandosi già un poco al largo, si levò di tasca il secondo pane, e attaccandoci un morso, s’avviò alla coda dell’esercito tumultuoso.
L’annunzio di una cosa la fa essere, considera Manzoni cento anni prima che Debord compia le sue riflessioni nella Società dello spettacolo in merito alla labilità dei confini fra ciò che è reale e ciò che simula di esserlo. Ma noi procediamo oltre per accennare alla digressione nella digressione relativa al monumento di don Filippo II, caso di cancel culture ante litteram, evocato con il solito senso del comico: a Filippo viene cambiata la testa con quella di Bruto durante la rivoluzione francese, poi alcuni che non avevan simpatia con Marco Bruto, anzi dovevano avere con lui una ruggine segreta, gettarono una fune intorno alla statua, la tiraron giù, le fecero cento angherie; e, mutilata e ridotta a un torso informe, la strascinarono, con gli occhi in fuori, e con le lingue fuori, per le strade, e, quando furon stracchi bene, la ruzzolarono non so dove. Chi l’avesse detto a Andrea Biffi, quando la scolpiva!
Il capitolo si chiude con la promessa di una nuova svolta: la marmaglia, come la definisce talora Manzoni, si dirige minacciosa verso la casa del Vicario di Provvisione, reo, secondo la temibile vox populi di aver corretto l’insano provvedimento del cancelliere Antonio Ferrer.
XIII
“ Il vicario! Il tiranno! L’affamatore! Lo vogliamo! vivo o morto! ”
Il meschino girava di stanza in stanza, pallido, senza fiato, battendo palma a palma, raccomandandosi a Dio, e a’ suoi servitori, che tenessero fermo, che trovassero la maniera di farlo scappare. Ma come, e di dove? Salì in soffitta; da un pertugio, guardò ansiosamente nella strada, e la vide piena zeppa di furibondi; sentì le voci che chiedevan la sua morte; e più smarrito che mai, si ritirò, e andò a cercare il più sicuro e riposto nascondiglio. Lì rannicchiato, stava attento, attento, se mai il funesto rumore s’affievolisse, se il tumulto s’acquietasse un poco; ma sentendo in vece il muggito alzarsi più feroce e più rumoroso, e raddoppiare i picchi, preso da un nuovo soprassalto al cuore, si turava gli orecchi in fretta. Poi, come fuori di sè, stringendo i denti, e raggrinzando il viso, stendeva le braccia, e puntava i pugni, come se volesse tener ferma la porta.... Del resto, quel che facesse precisamente non si può sapere, giacché era solo; e la storia è costretta a indovinare. Fortuna che c’è avvezza.
Più ancora della storia, viene da dire, è avvezzo Manzoni. Che ne approfitta per costruire un quadro che è già una sceneggiatura teatrale, come abbiamo appena letto. Ma a noi interessa quello che accade fuori. Dove Renzo si è cacciato deliberatamente nella mischia. Il suo percorso di formazione inizia davvero qui: si tratta di una scelta deliberata, e niente come le scelte deliberate rende padroni della propria vita, delle svolte positive come di quelle negative e in ogni caso responsabili della propria formazione. Bisogna subito precisare che qui Manzoni parteggia per lui: precisa che a spingerlo in questa mischia è il fatto di aver sentito evocare un omicidio, un atto che ripugna alla sua coscienza. [...] avendo, al primo moversi della turba, sentita a caso qualche parola che indicava la volontà di fare ogni sforzo per salvarlo, s’era subito proposto d’aiutare anche lui un’opera tale; e, con quest’intenzione, s’era cacciato, quasi fino a quella porta, che veniva travagliata in cento modi. Nello spazio dell’invenzione romanzesca al quale Manzoni ha fatto riferimento all’inizio di questo capitolo, si colloca a buon diritto l’indimenticabile ritratto di una specie di personificazione del pericoloso istinto omicida, cieco e forsennato, ch’egli ritiene connaturato nelle folle: Spiccava tra questi, ed era lui stesso spettacolo, un vecchio mal vissuto, che, spalancando due occhi affossati e infocati, contraendo le grinze a un sogghigno di compiacenza diabolica, con le mani alzate sopra una canizie vituperosa, agitava in aria un martello, una corda, quattro gran chiodi, con che diceva di volere attaccare il vicario a un battente della sua porta, ammazzato che fosse. “ Oibò! vergogna! ” scappò fuori Renzo, inorridito a quelle parole, alla vista di tant’altri visi che davan segno d’approvarle, e incoraggito dal vederne degli altri, sui quali, benchè muti, traspariva lo stesso orrore del quale era compreso lui. “ Vergogna! Vogliam noi rubare il mestiere al boia? assassinare un cristiano? Come volete che Dio ci dia del pane, se facciamo di queste atrocità? Ci manderà de’ fulmini, e non del pane! ”
“ Ah cane! ah traditor della patria! ” gridò, voltandosi a Renzo, con un viso da indemoniato, un di coloro che avevan potuto sentire tra il frastono quelle sante parole. “ Aspetta, aspetta! È un servitore del vicario, travestito da contadino: è una spia: dàlli, dàlli! ” Cento voci si spargono all’intorno. “ Cos’è? dov’è? chi è? Un servitore del vicario. Una spia. Il vicario travestito da contadino, che scappa. Dov’è? dov’è? dàlli, dàlli! ” Il soprassalto d’indignazione di Renzo sta per costargli un improvvisato linciaggio, quando sopraggiungono fatti nuovi: una scala con cui alcuni facinorosi vogliono dare l’assalto alla casa del vicario e l’arrivo di Antonio Ferrer. L’evento dà l'agio a Manzoni di scatenare tutte le sue risorse di umorista, nonché seguace di Cipolla per quanto riguarda l’abilità di individuare la stupidità ovunque cerchi di nascondersi, a tutti i livelli della scala sociale. Per cominciare, una vittima è pur sempre la folla: E tutti, alzandosi in punta di piedi, si voltano a guardare da quella parte donde s’annunziava l’inaspettato arrivo. Alzandosi tutti, vedevano nè più nè meno che se fossero stati tutti con le piante in terra; ma tant’è, tutti s’alzavano.
Poi però l’analisi si fa più stringente, e noi leggiamo questo passaggio:
Ne’ tumulti popolari c’è sempre un certo numero d’uomini che, o per un riscaldamento di passione, o per una persuasione fanatica, o per un disegno scellerato, o per un maledetto gusto del soqquadro, fanno di tutto per ispinger le cose al peggio; propongono o promovono i più spietati consigli, soffian nel fuoco ogni volta che principia a illanguidire: non è mai troppo per costoro; non vorrebbero che il tumulto avesse nè fine nè misura. Ma per contrappeso, c’è sempre anche un certo numero d’altri uomini che, con pari ardore e con insistenza pari, s’adoprano per produr l’effetto contrario: taluni mossi da amicizia o da parzialità per le persone minacciate; altri senz’altro impulso che d’un pio e spontaneo orrore del sangue e de’ fatti atroci. Il cielo li benedica. In ciascuna di queste due parti opposte, anche quando non ci siano concerti antecedenti, l’uniformità de’ voleri crea un concerto istantaneo nell’operazioni. Chi forma poi la massa, e quasi il materiale del tumulto, è un miscuglio accidentale d’uomini, che, più o meno, per gradazioni indefinite, tengono dell’uno e dell’altro estremo: un po’ riscaldati, un po’ furbi, un po’ inclinati a una certa giustizia, come l’intendon loro, un po’ vogliosi di vederne qualcheduna grossa, pronti alla ferocia e alla misericordia, a detestare e ad adorare, secondo che si presenti l’occasione di provar con pienezza l’uno o l’altro sentimento; avidi ogni momento di sapere, di credere qualche cosa grossa, bisognosi di gridare, d’applaudire a qualcheduno, o d’urlargli dietro. Viva e moia, son le parole che mandan fuori più volentieri; e chi è riuscito a persuaderli che un tale non meriti d’essere squartato, non ha bisogno di spender più parole per convincerli che sia degno d’esser portato in trionfo: attori, spettatori, strumenti, ostacoli, secondo il vento; pronti anche a stare zitti, quando non sentan più grida da ripetere, a finirla, quando manchino gl’istigatori, a sbandarsi, quando molte voci concordi e non contraddette abbiano detto: andiamo; e a tornarsene a casa, domandandosi l’uno con l’altro: cos’è stato? Siccome però questa massa, avendo la maggior forza, la può dare a chi vuole, così ognuna delle due parti attive usa ogni arte per tirarla dalla sua, per impadronirsene: sono quasi due anime nemiche, che combattono per entrare in quel corpaccio, e farlo movere. Fanno a chi saprà sparger le voci più atte a eccitar le passioni, a dirigere i movimenti a favore dell’uno o dell’altro intento; a chi saprà più a proposito trovare le nuove che riaccendano gli sdegni, o gli affievoliscano, risveglino le speranze o i terrori; a chi saprà trovare il grido, che ripetuto dai più e più forte, esprima, attesti e crei nello stesso tempo il voto della pluralità, per l’una o per l’altra parte.
Due anime della folla che è un corpaccio difficile da far muovere visto il conflitto di volontà. E una pluralità che attende solo un leader che sappia più a proposito trovare le nuove che riaccendano gli sdegni, o gli affieviliscano. Populismo, direbbero alcuni di noi oggi, forse arte della politica che, come scrive nel Cinquecento Machiavelli, deve partire da presupposto che gli esseri umani siano più bestie che angeli, e che come le prime vadano soprattutto domati.
La formazione di Renzo passa anche, seppur in forma alquanto umoristica (lo zampino di Manzoni opera pur sempre) attraverso la politica:
“ È quel Ferrer che aiuta a far le gride? ” domandò a un nuovo vicino il nostro Renzo, che si rammentò del vidit Ferrer che il dottore gli aveva gridato all’orecchio, facendoglielo vedere in fondo di quella tale.
“ Già: il gran cancelliere ” gli fu risposto.
“ È un galantuomo, n’è vero? ”
“ Eccome se è un galantuomo! è quello che aveva messo il pane a buon mercato; e gli altri non hanno voluto; e ora viene a condurre in prigione il vicario, che non ha fatto le cose giuste. ”
Non fa bisogno di dire che Renzo fu subito per Ferrer. Volle andargli incontro addirittura: la cosa non era facile; ma con certe sue spinte e gomitate da alpigiano, riuscì a farsi far largo, e a arrivare in prima fila, proprio di fianco alla carrozza.
Patetico, per l’occhio smaliziato del narratore, questo Renzo che crede di essere diventato amico di Ferrer (ci ricorda qualcosa?). Poi, straordinario, il passo con gli a parte del doppio Ferrer, quello ufficiale e quello reale:
S’aiutava dunque co’ gesti, ora mettendo la punta delle mani sulle labbra, a prendere un bacio che le mani, separandosi subito, distribuivano a destra e a sinistra in ringraziamento alla pubblica benevolenza; ora stendendole e movendole lentamente fuori d’uno sportello, per chiedere un po’ di luogo; ora abbassandole garbatamente, per chiedere un po’ di silenzio. Quando n’aveva ottenuto un poco, i più vicini sentivano e ripetevano le sue parole: “ pane, abbondanza: vengo a far giustizia: un po’ di luogo di grazia. ” Sopraffatto poi e come soffogato dal fracasso di tante voci, dalla vista di tanti visi fitti, di tant’occhi addosso a lui, si tirava indietro un momento, gonfiava le gote, mandava un gran soffio, e diceva tra sè: — por mi vida, que de gente! — “ Viva Ferrer! Non abbia paura. Lei è un galantuomo. Pane, pane! ”
“ Sì; pane, pane, ” rispondeva Ferrer: “ abbondanza; lo prometto io, ” e metteva la mano al petto.
“ Un po’ di luogo, ” aggiungeva subito: “ vengo per condurlo in prigione, per dargli il giusto gastigo che si merita: ” e soggiungeva sottovoce: “ si es culpable. ” Chinandosi poi innanzi verso il cocchiere, gli diceva in fretta: “ adelante, Pedro, si puedes. ”
Il cocchiere sorrideva anche lui alla moltitudine, con una grazia affettuosa, come se fosse stato un gran personaggio; e con un garbo ineffabile, dimenava adagio adagio la frusta, a destra e a sinistra, per chiedere agl’incomodi vicini che si ristringessero e si ritirassero un poco. “ Di grazia, ” diceva anche lui, “ signori miei, un po’ di luogo, un pochino; appena appena da poter passare. ” [...] “ Adelante, presto, con juicio, ” gli disse anche il padrone; e la carrozza si mosse. Ferrer, in mezzo ai saluti che scialacquava al pubblico in massa, ne faceva certi particolari di ringraziamento, con un sorriso d’intelligenza, a quelli che vedeva adoprarsi per lui: e di questi sorrisi ne toccò più d’uno a Renzo, il quale per verità se li meritava, e serviva in quel giorno il gran cancelliere meglio che non avrebbe potuto fare il più bravo de’ suoi segretari. Al giovane montanaro invaghito di quella buona grazia, pareva quasi d’aver fatto amicizia con Antonio Ferrer. [...] La folla, da una parte e dall’altra, stava tutta in punta di piedi per vedere: mille visi, mille barbe in aria: la curiosità e l’attenzione generale creò un momento di generale silenzio. Ferrer, fermatosi quel [p. 266 modifica]momento sul predellino, diede un’occhiata in giro, salutò con un inchino la moltitudine, come da un pulpito, e messa la mano sinistra al petto, gridò: “ pane e giustizia; ” e franco, diritto, togato, scese in terra, tra l’acclamazioni che andavano alle stelle. [...] Ferrer, appena seduto, s’era chinato per avvertire il vicario, che stesse ben rincantucciato nel fondo, e non si facesse vedere, per l’amor del cielo; ma l’avvertimento era superfluo. Lui, in vece, bisognava che si facesse vedere, per occupare e attirare a sè tutta l’attenzione del pubblico. E per tutta questa gita, come nella prima, fece al mutabile uditorio un discorso, il più continuo nel tempo, e il più sconnesso nel senso, che fosse mai; interrompendolo però ogni tanto con qualche parolina spagnola, che in fretta in fretta si voltava a bisbigliar nell’orecchio del suo acquattato compagno. “ Sì, signori; pane e giustizia: in castello, in prigione, sotto la mia guardia. Grazie, grazie, grazie tante. No, no: non iscapperà. Por ablandarlos. E troppo giusto; s’esaminerà, si vedrà. Anch’io voglio bene a lor signori. Un gastigo severo. Esto lo digo por su bien. Una meta giusta, una meta onesta, e gastigo agli affamatori. Si tirin da parte, di grazia. Sì, sì; io sono un galantuomo, amico del popolo. Sarà gastigato: è vero, è un birbante, uno scellerato. Perdone, usted. La passerà male, la passerà male..... si es culpable. Sì, sì, li faremo rigar diritto i fornai. Viva il re, e i buoni milanesi, suoi fedelissimi vassalli! Sta fresco, sta fresco. Animo; estamos ya quasi fuera. ”
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