ANNA SOROR
Libro IV – Anna e Didone (libro di testo p. 397)
Il III libro, che contiene il racconto del secondo evento prodigioso di cui ci siamo occupati, dopo quello della morte di Laocoonte nel II libro, si conclude con la fine delle memorie di Enea, che sta dolorosamente raccontando la sorte degli esuli troiani di fronte alla corte di Didone. L’episodio conclusivo è il seguente: ripreso il viaggio alla ricerca dell’antiquam matrem, dopo la delusione in cui sono incorsi in terra di Tracia, gli esuli troiani approdano in Epiro, dove scoprono che esiste una seconda Troia fondata da Eleno, figlio di Priamo dotato di virtù profetiche, e Andromaca, vedova di Ettore. Dopo essere stati fatti prigionieri del figlio di Achille Pirro, detto anche Neottolemo, alla sua morte gli succedono al trono dell’Epiro, regnando quindi sui loro nemici. Una sorta di prefigurazione di quello che accadrà, con maggiori conseguenze, con gli esuli Troiani che nel Lazio si fondono con i Latini per dare origine a Roma.
Il IV libro si apre con un ritratto della regina Didone che la riprende ormai preda della passione per Enea. I primi versi si possono leggere come un’espressione dell’amore elegiaco, anzi, come pura poesia elegiaca, un genere letterario che nell’epoca di Virgilio raggiunge, sempre nel circolo di Mecenate, sommi vertici, in particolare con un poeta, Properzio. L’amore elegiaco rappresenta tra l’altro un’espressione lirica fondamentale da conoscere, in quanto è a questi poeti che i primi scrittori dell’epoca medievale guardano per le proprie espressioni poetiche in volgare. Dei versi iniziali, ci interessa quindi mettere in luce il tipo di sentimento che esprimono, ovvero il furor, proprio dell’amore che gli antichi concepiscono come un dio potente in grado di sconvolgere la mente, di travolgere la ragione, di indurre a commettere atti e di assumere comportamenti anche in aperta contraddizione con le regole della società in cui si vive. Persino in contrasto, per quanto non vincente, con le divinità e con il fato.
La regina è tormentata. Una ferita bruciante, un fuoco la pervade, cieco e divorante. Si tratta di un vulnus, appunto una ferita inferta da Amore, antropomorfizzato come un dio bambino munito di arco e di frecce con cui colpisce appunto al cuore chi s’innamora. Non trova più pace in nulla, non riesce a dormire. Le risuonano nella mente e nel cuore le parole dell’eroe, la grande gloria della stirpe, il valore che lui ha dimostrato. Come gli innamorati di ogni tempo ha bisogno di parlare con qualcuno di quello che le sta capitando, del tumulto dell’anima, così si reca, dopo una notte insonne, appena giunta l’aurora, dalla sorella Anna. Anna soror, Anna, sorella, è il celebre incipit di questo momento elegiaco della poesia pur sempre epica di Virgilio. Le sue parole suonano all’incirca così: “Sorella mia, che sogni pieni d’angoscia e d’attesa mi abitano! Che ospite straordinario, che uomo, che eroe, forse più un dio che un essere umano! E quante sofferenze, che destino su di lui! Non fosse che ho giurato di restare fedele al mio primo amore, strappatomi dalla morte, con lui potrei...sì, potrei infrangere il patto, rendermi colpevole. Enea ha risvegliato i miei sensi, che si erano dedicati tutti al mio sposo Sicheo, proditoriamente ucciso da mio fratello. Agnosco veteris vestigia flammae, riconosco i segni dell’antica fiamma. Tuttavia qui giuro di nuovo: che si apra la terra a inghiottirmi, che Giove mi folgori, che io possa morire prima di venir meno alla mia fedeltà. A te, Sicheo, a te affido la mia parola. Il pianto la travolge, mentre pronuncia questo giuramento che sa già essere insostenibile. E la sorella Anna la consola e la esorta a non abbandonarsi così a quello che le appare come un comportamento autodistruttivo: Didone è giovane e bella, non deve consumarsi nel ricordo del marito morto. Per renderla ragionevole conduce anche delle considerazioni a carattere politico: è in una terra pericolosa, circondata da potenziali nemici che attentano ai suoi possedimenti, compreso il fratello che ha già ucciso suo marito. Anna suggerisce che tutto stia accadendo per volontà e beneficio di Giunone, loro divinità protettrice, che ha volto in quella direzione le navi troiane. Il discorso persuasivo dipinge un futuro in cui cartaginesi e troiani uniti insieme costruiscono una stirpe vittoriosa e dominatrice. Le sue parole sono ascoltate da Didone con il piacere di chi non avrebbe mai voluto ascoltare nulla di diverso. Desiderava che le sue riserve, resistenze, fossero fugate e la sorella è lì per questo. Il furor a questo punto può manifestare tutta la sua potenza, occorre soltanto che si crei l’occasione propizia. E dato che la pausa amorosa non confligge con i disegni del fato, appunto perché solo di pausa si tratterà, non c’è proprio nessun ostacolo, nemmeno il pudor, il pudore, alla realizzazione di quello che la regina vuole ardentemente ottenere.
Di passioni irrefrenabili il mondo antico è pieno. Sono tipi di amore folle, nel senso più letterale, e per noi comprensibile, del termine, e sono tutti già rappresentati nei miti. Segno che si tratta di sentimenti (l’amore non è mai di una sola specie) originari, ancestrali, che gli esseri umani hanno provato dai primordi, imparando poi col tempo a esprimerli, per cominciare attraverso il mythos il racconto, la musica, la poesia. I miti d’amore sono spesso intrisi di sangue: Medea, Mirra, Didone, Fedra, ma anche una poetessa che ha reso se stessa protagonista di poesia d’amore. Si tratta di Saffo che, nel VII secolo a. C., ben prima di Virgilio quindi, ha dato forma e voce a questo amore folle che è sia rinuncia alla ragionevolezza, o al pudore, come fa capire Virgilio per la sua eroina, sia abbandono alla sensualità, al richiamo del corpo e dell’attrazione fisica perfettamente fusa con quella per l’anima dell’altro.
SPUNTI DI RICERCA/APPROFONDIMENTO
Il mito di Medea
Il mito di Mirra
Il mito di Fedra
Saffo: vita e opere (un modello per gli elegiaci)
La lirica d’amore
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