VERIFICA DANTE DA XV A XXVI - INDICAZIONI SULLA PROVA E MATERIALE DI STUDIO

 La prova sarà differenziata, ma l'impianto per tutti sarà il seguente:

3-4 domande aperte, in qualche caso comprensive di brevi selezioni di versi da intendere (una/due terzine); a tutti sarà proposta una domanda facoltativa inerente al XXVI canto, che verrà considerata nella valutazione solo se risulti corretta (eventuali errori non incideranno ulteriormente).

MATERIALE DI STUDIO (oltre agli appunti e alla lettura delle parti del testo dantesco oggetto di analisi)

XV

Ora cen porta l’un de’ duri margini; 

e ’l fummo del ruscel di sopra aduggia, 

sì che dal foco salva l’acqua e li argini. 
 
Quali Fiamminghi tra Guizzante e Bruggia, 
temendo ’l fiotto che ’nver’ lor s’avventa, 
fanno lo schermo perché ’l mar si fuggia; 
 
e quali Padoan lungo la Brenta, 
per difender lor ville e lor castelli, 
anzi che Carentana il caldo senta: 
 
a tale imagine eran fatti quelli, 
tutto che né sì alti né sì grossi, 
qual che si fosse, lo maestro félli. 
 
Già eravam da la selva rimossi 
tanto, ch’i’ non avrei visto dov’era, 
perch’io in dietro rivolto mi fossi, 
 
quando incontrammo d’anime una schiera 
che venian lungo l’argine, e ciascuna 
ci riguardava come suol da sera 
 
guardare uno altro sotto nuova luna; 
e sì ver’ noi aguzzavan le ciglia 
come ’l vecchio sartor fa ne la cruna.
 

I due poeti avanzano lungo gli alti bordi di pietra che contraddistinguono questo terzo girone dei violenti contro natura. Due similitudini concatenate portano a immaginarne le dimensioni per comparazione con le dighe fiamminghe (Guizzante Bruggia sono rispettivamente Wissant, a est di Calais, e Bruges, entrambe città che delimitano le coste delle Fiandre) e quelle costruite lungo il Brenta (fiume che scorre fra il Trentino e il Veneto, di cui Dante qui cita il passaggio nel padovano). L'indugio descrittivo è finalizzato a predisporre l'incontro che avverrà nelle terzine successive: gli argini su cui camminano Dante e Virgilio non sono certo alti come le dighe appena evocate, ma sufficienti a far sì che loro si trovino in posizione sopraelevata rispetto alle anime dannate che stanno per incontrare (infatti, tra poco, Brunetto Latini tirerà la veste di Dante per richiamare la sua attenzione). Le anime che avanzano in basso, sotto l'argine e su un sabbione rovente (dall'altra parte scorre il rio rosso sangue a noi già noto), guardano verso l'alto col fare incerto di  un vecchio sarto che stia cercando di infilare un ago.
 
Così adocchiato da cotal famiglia, 
fui conosciuto da un, che mi prese 
per lo lembo e gridò: "Qual maraviglia!". 
 
E io, quando ’l suo braccio a me distese, 
ficcaï li occhi per lo cotto aspetto, 
sì che ’l viso abbrusciato non difese 
 
la conoscenza süa al mio ’ntelletto; 
e chinando la mano a la sua faccia, 
rispuosi: "Siete voi qui, ser Brunetto?". 
 
E quelli: "O figliuol mio, non ti dispiaccia 
se Brunetto Latino un poco teco 
ritorna ’n dietro e lascia andar la traccia".
 

L'atto con cui uno dei nuovi arrivati richiama la sua attenzione su di sè è in effetti significativo, visto chi sia a compierlo:  prende per lo lembo la veste di Dante (tutto giustificato, come ho detto, dal posizionamento reciproco) e chiede di essere riconosciuto (si attiva l'intertestualità col canto VI, ad esempio, e l'impossibile riconoscimento di Ciacco): non solo Dante è in grado di riconoscere il nuovo interlocutore, benché abbia il viso abbrusciato, ma lo chiama immediatamente e rispettosamente per nome e per titolo ser Brunetto. A completamento del riconoscimento di tutto quello che quest'anima è stata nella vita, sopraggiunge nei versi successivi l'autodescrizione: chiama Dante figliuol mio e se stesso Brunetto Latino. Notiamo, per cominciare, che di rado nella Divina commedia, almeno fino a questo momento, sono risuonati nomi, tanto più così completi e corredati di titoli detenuti in vita. 
 
I’ dissi lui: "Quanto posso, ven preco; 
e se volete che con voi m’asseggia, 
faròl, se piace a costui che vo seco". 
 
"O figliuol", disse, "qual di questa greggia 
s’arresta punto, giace poi cent’anni 
sanz’arrostarsi quando ’l foco il feggia. 
 
Però va oltre: i’ ti verrò a’ panni; 
e poi rigiugnerò la mia masnada, 
che va piangendo i suoi etterni danni". 
 
Io non osava scender de la strada 
per andar par di lui; ma ’l capo chino 
tenea com’uom che reverente vada.
 

L'agens propone di fermarsi, per poter parlare più agevolmente, ma Brunetto lo informa di un supplemento di punizione infernale destinato a chi fra loro arresti l'arroventanto cammino: costui sarebbe costretto a restare fermo per 100 anni senza potersi proteggere in alcun modo (arrostarsi è il verbo prescelto, ossia pararsi) dalla caduta di fiamme. Il cammino quindi prosegue con i due che sono uno accanto all'altro, ma uno sul bordo di pietra (Dante), l'altro sotto, così che il primo tiene la testa china com'uom che reverente vada. Notiamo, a questo proposito, come la posizione apparentemente di minorità di Brunetto (che sta sotto) si capovolga nel momento in cui Dante risulta tenere il capo abbassato con reverenza.
 
El cominciò: "Qual fortuna o destino 
anzi l’ultimo dì qua giù ti mena? 
e chi è questi che mostra ’l cammino?". 
 
"Là  di sopra, in la vita serena", 
rispuos’io lui, "mi smarri’ in una valle, 
avanti che l’età mia fosse piena. 
 
Pur ier mattina le volsi le spalle: 
questi m’apparve, tornand’ïo in quella, 
reducemi a ca per questo calle". 
 
Ed elli a me: "Se tu segui tua stella, 
non puoi fallire a glorïoso porto, 
se ben m’accorsi ne la vita bella; 
 
e s’io non fossi sì per tempo morto, 
veggendo il cielo a te così benigno, 
dato t’avrei a l’opera conforto.
 

Alla domanda di prammatica, come mai Dante si trovi lì non essendo ancora morto (ricordiamo sempre la preveggenza a termine dei dannati), il poeta risponde dando modo all'auctor di offrire una delle tante prove di sintesi analettica: in due terzine riproduce lo smarrimento nella selva oscura e l'incontro con questi avvenuto ieri mattina. A Brunetto paiono informazioni sufficienti, dal momento che replica subito di essere stato persuaso che una stella senz'altro buona guidasse Dante, confermando di aver avuto con lui consuetudine in vita, anche se non quanto avrebbe desiderato: esprime infatti il rammarico di non aver potuto aiutarlo nelle sue imprese terrene, in quanto morto anzitempo (s’io non fossi sì per tempo morto). Il riferimento a se stesso ispira quindi una profezia post factum che occupa le terzine successive.

 
Ma quello ingrato popolo maligno 
che discese di Fiesole ab antico, 
e tiene ancor del monte e del macigno, 
 
ti si farà, per tuo ben far, nimico; 
ed è ragion, ché tra li lazzi sorbi 
si disconvien fruttare al dolce fico. 
 
Vecchia fama nel mondo li chiama orbi; 
gent’è avara, invidiosa e superba: 
dai lor costumi fa che tu ti forbi. 
 
La tua fortuna tanto onor ti serba, 
che l’una parte e l’altra avranno fame 
di te; ma lungi fia dal becco l’erba. 
 
Faccian le bestie fiesolane strame 
di lor medesme, e non tocchin la pianta, 
s’alcuna surge ancora in lor letame, 
 
in cui riviva la sementa santa 
di que’ Roman che vi rimaser quando 
fu fatto il nido di malizia tanta".
 

Il popolo maligno che sarebbe discendente da Fiesole è ovviamente quello fiorentino: si trova qui accreditata una leggenda, nata in età classica, secondo cui all'epoca della congiura di Catilina gli abitanti di Fiesole, che avevano dato il loro appoggio al sobillatore, sarebbero stati deportati in un nuovo insediamento militarizzato e controllato dai romani, dal quale sarebbe poi derivata Firenze. La profezia si collega con quella di Ciacco nel VI canto (in tutte le cantiche quello politico per eccellenza) e con quella di Farinata nel X: tutte concorrono a pronosticare un futuro amaro per Dante, qui metaforizzato con riferimenti arborei, fra li lazzi sorbi si disconvien fruttare al dolce fico,  in una macchia di sorbi acidi non può succedere che un dolce fico dia frutti
 
"Se fosse tutto pieno il mio dimando", 
rispuos’io lui, "voi non sareste ancora 
de l’umana natura posto in bando; 
 
ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora, 
la cara e buona imagine paterna 
di voi quando nel mondo ad ora ad ora 
 
m’insegnavate come l’uom s’etterna: 
e quant’io l’abbia in grado, mentr’io vivo 
convien che ne la mia lingua si scerna. 
 
Ciò che narrate di mio corso scrivo, 
serbolo a chiosar con altro testo 
a donna che saprà, s’a lei arrivo. 
 
Tanto vogl’io che vi sia manifesto, 
pur che mia coscïenza non mi garra, 
ch’a la Fortuna, come vuol, son presto. 
 
Non è nuova a li orecchi miei tal arra: 
però giri Fortuna la sua rota 
come le piace, e ’l villan la sua marra".
 

Notevole che Dante non si soffermi su quanto di nefasto per sé contengano le parole profetiche di Brunetto, ma esordisca rammaricandosi della sorte cui egli è incorso: se tutti i suoi desideri fossero stati esauditi, Brunetto sarebbe ancora vivo. Le terzine che seguono sono intrise di nostalgia: Dante ha ancora bene in mente la cara e buona immagine paterna che gl'insegnava come l'uom s'etterna. Quanto al significato dell'oscura profezia, rimanda all'incontro con Beatrice (donna che saprà) ogni chiarimento in merito. Si dichiara inoltre pronto a fronteggiare la Fortuna, che in quanto citata con la maiuscola riporta direttamente a quanto letto nel VII canto a proposito del suo essere una potenza angelica. Nella terzina che stiamo leggendo acquista un'ulteriore nuova fattezza, per via della similitudine con il contadino che rivolta la terra con la sua zappa (marra), proprio come lei fa con i casi umani, volgendoli di qua e di là. 
 
Lo mio maestro allora in su la gota 
destra si volse in dietro e riguardommi; 
poi disse: "Bene ascolta chi la nota". 
 
Né per tanto di men parlando vommi 
con ser Brunetto, e dimando chi sono 
li suoi compagni più noti e più sommi. 

Unico intervento di un Virgilio altrimenti silente, in un canto dedicato a altro maestro.

Loda Dante per essere un buon ascoltatore, che nota, ossia memorizza, quello che gli viene detto.

Benché l'intervento sia finalizzato a porre fine alla conversazione, Dante non rinuncia ad altre

domande, in particolare sapere chi siano i compagni di Brunetto.


Ed elli a me: "Saper d’alcuno è buono; 

de li altri fia laudabile tacerci, 
ché ’l tempo saria corto a tanto suono. 
 
In somma sappi che tutti fur cherci 
litterati grandi e di gran fama, 
d’un peccato medesmo al mondo lerci. 
 
Priscian sen va con quella turba grama, 
e Francesco d’Accorso anche; e vedervi, 
s’avessi avuto di tal tigna brama, 
 
colui potei che dal servo de’ servi 
fu trasmutato d’Arno in Bacchiglione, 
dove lasciò li mal protesi nervi. 
 
Di più direi; ma ’l venire e ’l sermone 
più lungo esser non può, però ch’i’ veggio 
là surger nuovo fummo del sabbione. 
 
Gente vien con la quale esser non deggio. 
Sieti raccomandato il mio Tesoro, 
nel qual io vivo ancora, e più non cheggio".
 

La domanda è scabrosa. Di alcuni, risponde Brunetto, meglio non dire nulla, tanto sarebbe lungo il catalogo (il tempo saria corto a tale suono). Raccogliendoli in un'unica estesa categoria, aggiunge, tutti fur cherci (proprio come gli avari del VII canto) e litterati grandi e di gran fama. Quanto al loro peccato, li rende lerci. Cita poi due nomi (a un terzo allude), tra cui quello di un noto giurista bolognese, Francesco d'Accorso. Prima di allontanarsi, dato che vede avvicinarsi il secondo scaglione di sodomiti (al quale è proibito dalle leggi infernali che si unisca) dal fumo di sabbia che vede levarsi in lontananza, raccomanda a Dante quello che chiama il mio Tesoronel quale vivo ancora (aggiunge), ovvero Le livres dou Tresor, un'opera enciclopedica scritta in francese fra il 1262 e il 1268 dal notaio fiorentino, che evidentemente ripone in lei (così crea la sua realtà Dante) la compensazione della dannazione eterna. 
 
Poi si rivolse, e parve di coloro 
che corrono a Verona il drappo verde 
per la campagna; e parve di costoro 
 
quelli che vince, non colui che perde. 

Son quattro versi ma valgono senz'altro un commento e, per cominciare, un indugio sulla similitudine. Eravamo immersi nel dialogo intenso fra quello che, non nella realtà del mondo ma in quella della poesia sì, è stato senz'altro un maestro di Dante. Sarà che nel Tresor sono ravvisabili parentele con la medesima Divina commedia o per qualche altro imperscrutabile motivo, fatto sta che ser Brunetto acquista, nel canto, i connotati di un Virgilio minor, tant'è vero che il maior non l'abbiamo quasi udito proferire parola. A ulteriore riprova di ciò, tra le prime notazioni sui versi, ricordo quella relativa alla postura del discepolo, nell'atto di accompagnarsi a colui che poco prima l'aveva tirato per la veste (viceversa) come potrebbe fare un bambino con un adulto (ma tant'è, al poeta piacciono i capovolgimenti di prospettiva). Insomma, arrivando al punto, c'è senz'altro qualcosa di sorprendente in questo omaggio al maestro che reca con sé anche più che una punta di veleno, racchiusa nella condanna infamante, a un peccato che la tradizione cristiana lega al Vecchio Testamento, all'episodio dei cittadini di Sodoma, che furono tanto corrotti da violentare persino gli angeli inviati da Dio per un ultimo tentativo di salvezza della città scellerata. Ser, allora, notaio di famiglia nobile e rispettata, scrittore con ambizioni di gloria, se non proprio di genio quanto meno riconosciuto ai suoi tempi, eppure immortalato come un vecchio nostalgico della vita non abbastanza ben vissuta, intento a correre (quello sì, eternamente) nella sabbia arroventata facendo ben attenzione a non sgarrare le leggi infernali. Chi si ferma è persino un po' più perduto. E allora corre, corre Brunetto, ecco la similitudine finale, come avveniva a Verona in una rinomata corsa campestre, inventata proprio nel Duecento e divenuta celebre come fosse oggi  il giro d'Italia per i ciclisti. Drappo verde, invece di maglia rosa, è quello che Dante (sublime ironia? pietas? ossimoro una volta di più?) assegna a quell'anima bruciata che gli ha confidato (evento prodigioso, nel luogo in cui ci troviamo) almeno due suoi desideri segreti: quello di non essere morto troppo presto, ovvero prima di aver potuto aiutare Dante a seguire la sua buona stella, e quello di essere ricordato da tutti per sempre. Inutile dire che, se una vittoria gli viene riconosciuta dall'Auctorquelli che vince, non colui che perde, è senza dubbio il coronamento del secondo desiderio, in virtù del quale la poesia raggiunge da sola l'obiettivo che la vita di per sé non era riuscita a ottenere. 

SINTESI DAL XVI AL XX CANTO

XVI 

Dante e Virgilio proseguono a camminare lungo il sabbione dei sodomiti, incontrando tre illustri guelfi fiorentini che fanno una specie di girotondo. Il fatto che siano tutti e tre fiorentini (e ragguardevoli) offre a Dante l'occasione per trattare il tema della degradazione della città: echeggia Sallustio dell'epoca del De Catilinae coniuratione (l'idea che la corruzione dei costumi sia generata dalla ricchezza e dalle ambizioni meschine). Camminando giungono all'orlo di un burrone in cui si tuffa il canale che hanno costeggiato fino a quel momento formando una cascata. Virgilio chiede a Dante una cintola e, ricevutala, la getta nel vuoto. Il gesto vale come un richiamo, dal fondo, nuotando a rana, arriva un mostro.

XVII

Il mostro appena giunto è Gerione, un ibrido con volto di gentiluomo e corpo di serpente. Personifica la frode, connotazione distintiva dell'ottavo cerchio al quale ora si passa. Virgilio patteggia con Gerione perché li porti sul fondo del baratro, ma prima Dante osserva  gli usurai, poco distanti da lì. Poi salgono in groppa a Gerione, con Virgilio dietro a Dante per difenderlo dalla coda aguzza del mostro che potrebbe trafiggerlo. Scendono così, a spirale, fino al fondo. 



XVIII

L'ottavo cerchio è diviso in 10 trincee dette malebolge: sono circolari e concentriche, sovrastate da ponti in pietra a ricongiungerne le sponde. Scorgono ruffiani, seduttori e Dante riconosce alcuni e li nomina. Fra i seduttori figura Giasone, la guida degli Argonauti alla ricerca del vello d'oro, che poi abbandonò, dopo Isifile, gravida di lui, anche Medea, che lo aveva aiutato nell'impresa; seguono poi gli adulatori, immersi nello sterco. Degno di nota, alla fine del canto, questo riferimento a Taide, che riporto testualmente per commentarlo. Appresso ciò lo duca "Fa che pinghe", /mi disse, "il viso un poco più avante, /sì che la faccia ben con l’occhio attinghe / di quella sozza e scapigliata fante / che là si graffia con l’unghie merdose, /  or s’accoscia e ora è in piedi stante. / Taïde è, la puttana che rispuose / al drudo suo quando disse "Ho io grazie / grandi apo te?": "Anzi maravigliose!". /E quinci sian le nostre viste sazie".

XIX

Capofitti in pozze con le piante arse da fiammelle si trovano i simoniaci, nella terza bolgia.  da Simon Mago che voleva comprare dagli apostoli il dono di infondere lo spirito santo. Da un dialogo con un simoniaco, che non vede essendo a testa in giù, si capisce che stia attendendo Bonifacio VIII, mentre lui è Niccolò III, che predice la medesima condanna anche a Clemente V (un altro papa nominato fra i dannati è già stato Anastasio II, vissuto nel V secolo, eretico incontrato nell'XI canto). Dante auctor prorompe in un'invettiva contro i papi simoniaci che corrompono la purezza della chiesa petrina. 




 Il passaggio alla quarta bolgia avviene fra le braccia di Virgilio: però con ambo le braccia mi prese: e poi che tutto su m'ebbe al petto, rimontò per la via onde discese. Né si stancò d'avermi a se distretto, sì men portò sovr'al colmo de l'arco che dal quarto al quinto argine è tragetto. Quivi soavemente spuose il carco, soave per lo scoglio sconcio e erto che sarebbe alle capre duro varco. Indi un altro vallon mi fu scoperto. 

XX

Ci avviciniamo alla parte in cui Dante è massimamente debitore delle Metamorfosi ovidiane. Nella quarta bolgia ci sono gli indovini, che hanno la testa torta all'indietro, o decisamente attaccata dall'altra parte. Più forte di lui, l'agens sente la pietà travolgerlo, e per questo subisce il rimprovero di Virgilio. Maghi antichi, fra cui Tiresia e sua figlia Manto (mitica fondatrice di Mantova), maghi moderni e streghe sono i personaggi di questo enigmatico canto, su cui mi soffermo brevemente. La pena del contrappasso è fin troppo eloquente: vollero vedere troppo, troppo in là e allora la loro testa, con l'organo visivo implicato nella loro peculiare hybris, viene rovesciata all'indietro, da le reni era tornato 'l volto. Quanto alla natura specifica del peccato, è senza dubbio l'hybris la sua essenza: uomini e donne che hanno preteso di violare i confini conoscitivi e ontologici imposti agli esseri umani dal sistema divino, intrinsecamente onnisciente (lui), e nient'affatto disposto a condividere con chicchessia tale prerogativa (ricordate l'albero del bene e del male e la tentazione della mela? esattamente quel divieto). Nel calderone finiscono poi (si capisce dall'elenco dei maghi moderni) i veri e propri ciarlatani, quelli evidentemente Dante distingue dai veri conoscitori dell'astrologia, nella quale pur credeva, in quanto partecipe delle credenze del suo tempo: nel Convivio la loda come la più lata e la più ardua delle artes liberali, la cui nobilitazione passa evidentemente per la via dell'accredito teologico. Quello, appunto, che manca del tutto a coloro che spacciano come conoscenza della mente divina quella che è pura contraffazione.  

XXI

Il canto è dedicato alla categoria, pur sempre fraudolenta, dei barattieri. Parlando di cose che non ci vengono riferite (era già capitato nel limbo) i due arrivano a metà del quinto ponte di Malebolge: al fondo della quinta bolgia c'è un lago di pece bollente (come quella che usano i veneziani per riparare le navi) e lì sono puniti i barattieri. L'interesse del canto per noi risiede, per cominciare, nel peccato, la cui definizione è particolarmente necessaria, trattandosi di termine poco comune. Molto ampio il campo semantico nel verbo barattare all'epoca di Dante: agire, agitarsi, litigare, fare affari, negoziare, trafficare, indebitarsi. Il toscano usato da Dante legittima la rubricazione del verbo, e della rete di nomi a lui connessi,  sotto specie di peccato: sono barattieri tutti quelli che per pochi soldi sono disposti a compiere azioni degradanti, a farsi corrompere per piccole o grandi turpitudini (sottrarre abiti ai condannati a morte, procurare donne alle truppe), nonché quelli (puniti anche con provvedimenti giuridici) che nella sfera pubblica compivano sottrazioni di danaro a proprio vantaggio (l'odierno peculato). Chiarito il peccato, mi soffermo su un altra componente interessante del canto. I due viaggiatori incontrano qui una nutrita banda di diavoli, i Malebranche, violenti, brutali, neri, urlanti e sbeffeggianti, ma anche sadici, scurrili e rissosi, gentaglia, insomma, dalla quale conviene guardarsi. Hanno nomi che sono di per sé parlanti: Malacoda è il capobanda che si vorrebbe all'inizio opporre al passaggio, e che soprattutto s'ingegna di mettere nei guai Virgilio e Dante, dando loro informazioni sbagliate sulla strada da percorrere; altri nomi sono Alichino, Calcabrina, Cagnazzo, Graffiacane, Farfarello, Rubicante. A questa compagnia di furfanti Malacoda affida i due poeti, garantendo per la loro incolumità, e i due si allontanano, con un Dante alquanto perplesso, al suono di una pernacchia dei diavoli (il loro modo di segnalare l'obbedienza al capo) alla quale risponde una scorreggia altrettanto sonora del loro capo: ma prima avea ciascun la lingua stretta coi denti, verso lor duca, per cenno; ed elli avea del cul fatto trombetta. Il realismo comico di Dante si manifesta qui in uno dei suoi registri più schietti. 

Canto XXII

Dante e Virgilio proseguono il cammino con la "sporca dozzina" (in realtà sono dieci demoni, ma così vi cito un film interessante, se vorrete mettere il naso) a debita distanza dalla pece bollente in cui i diavoli assatanati (questo aggettivo è particolarmente adatto a loro) arpionano e dilaniano i barattieri. Costoro, abbiamo detto,  si sono macchiati di quello che noi definiamo peculato, ovvero di traffici illeciti con danaro pubblico o che avrebbero dovuto gestire per conto dello Stato e non per interessi propri (in sintesi, il riferimento è all'aver intascato mazzette per favorire qualcuno in condotte lesive per la collettività...niente di nuovo sotto il sole, visto quello che accade anche nella nostra attualità con grande clamore). Lo spettacolo dei barattieri immersi nella pece avvince per svariate terzine l'agens, e l'auctor s'ingegna nella descrizione proponendo una specie di bestiario metaforico:

Come i dalfini, quando fanno segno
a’ marinar con l’arco de la schiena
che s’argomentin di campar lor legno,

talor così, ad alleggiar la pena,
mostrav’alcun de’ peccatori ’l dosso
e nascondea in men che non balena.

E come a l’orlo de l’acqua d’un fosso
stanno i ranocchi pur col muso fuori,
sì che celano i piedi e l’altro grosso,

sì stavan d’ogne parte i peccatori;
ma come s’appressava Barbariccia,
così si ritraén sotto i bollori.

I’ vidi, e anco il cor me n’accapriccia,
uno aspettar così, com’elli ’ncontra
ch’una rana rimane e l’altra spiccia;

e Graffiacan, che li era più di contra,
li arruncigliò le ’mpegolate chiome
e trassel sù, che mi parve una lontra.

Prima i barattieri nella pece gli paiono delfini (la cui vocazione qui ricordata è quella di salvare i naufraghi), poi compare anche la balena, quindi nell'ordine cita ranocchi, rana, lontra. L'inanellarsi di immagini è funzionale a rappresentare una scena raccapricciante: di alcuni barattieri si vede apparire e sparire il dorso, uno se ne sta acquattato come una rana e viene poi, proprio come nella caccia alle rane, infilzato dall'arpione di uno dei diavoli (dal nomen omen di Graffiacane) che tiratolo su lo fa apparire come una lontra, per l'effetto lucidante della pece uniformemente cosparsa su di lui dai capelli ai piedi.  In questa scomoda e dolorosa posizione, appeso a un uncino mentre i diavoli intorno pressano Graffiacane perché lasci loro la possibilità di scuoiarla, l'anima inizia a rispondere alle domande che Virgilio le pone, su suggerimento di Dante. Dopo aver brevemente raccontato la sua storia di barattiere in quel di Navarra, l'uomo starebbe per essere ulteriormente torturato dai diavoli impazienti, non fosse che viene ancora data a Virgilio la possibilità di fargli una domanda: c'è qualche italiano là sotto? Prima che il barattiere possa rispondere i diavoli ne approfittano per infierire un po' di su di lui, che poi però riesce a rispondere (sì, ci sono italiani) e a fare una proposta: far salire dal fondo della pece un bel po' di peccatori, così che i diavoli si possano sfogare con loro. La proposta in realtà è un trucco: il barattiere si tuffa e sparisce, i diavoli capiscono di essere stati beffati e si tuffano a loro volta, ma alcuni restano impigliati con le ali nella pece. E noi lasciammo lor così ’mpacciati. suona l'ultimo verso di questo canto pur sempre di registro comico. 



XXIII

Dante ha paura della vendetta dei Malebranche (in fondo il barattiere di Navarra è stato favorito da Virgilio e Dante che l'hanno fatto parlare), che in effetti stanno di nuovo ricompattandosi per raggiungerli, così Virgilio si preoccupa di scendere velocemente nella bolgia successiva, quella degli ipocriti. Questi indossano delle cappe di foggia cluniacense (da monaci dell'abbazia di Cluny) dorate esternamente ma di piombo pesantissimo. 


A parte l'incontro con due bolognesi, che si avvicinano lentamente ai due pellegrini per presentarsi, il canto si segnala per una rappresentazione efficacissima della punizione inflitta ai rappresentanti del sinedrio colpevoli di aver rinviato al giudizio di Ponzio Pilato Gesù Cristo: Anna, Caifa e tutti gli altri sono crocefissi al suolo e calpestati dal via vai degli ipocriti impiombati. 


A fine canto si scopre anche l'inganno dei Malebranche che hanno indicato una strada sbagliata ai due poeti. Un ipocrita s'incarica di dire loro da che parte andare, passando sulle rovine di un ponte crollato (come sempre) dopo la venuta di Cristo.

XXIV-XXV IN GARA CON OVIDIO

Questi due canti sono, tra le altre cose, una vera gara, un agone  nel senso antico (greco) del termine di imitazione d'un magistero poetico che Dante riconosce come riferimento ineludibile. Si tratta del magistero poetico di Ovidio, scrittore più volte citato anche da noi, vissuto a cavallo fra I sec. a.C. e I sec. d.C. Un poeta straordinario, autore dell'Ars amatoria (che forse fu il carmen che gli valse una condanna implacabile di Ottaviano Augusto a un esilio perenne nella lontana Tomi sul Mar Nero), ma soprattutto, per quanto riguarda l'aver ispirato Dante, delle Metamorfosi. Queste ultime sono un poema cosmogonico che assume come filo conduttore quello che il titolo richiama: il principio metamorfico, individuato come motore di tutto l'esistente, a partire dal Caos primordiale fino ad arrivare all'apoteosi di Cesare, la sua divinizzazione. Tutto ciò che vive si trasforma, canta il poeta latino, mentre il fiorentino di cui noi stiamo seguendo le orme attraverso la prima cantica, dà un altro senso ancora, nella bolgia in cui ora ci troviamo, alla metamorfosi: qui essa è una punizione raffinata, una dimostrazione pregnante, intrisa di verità e di realismo,  di come l'eterno mutare e mutarsi possa essere un modo di morire continuamente. Qui Dante capovolge Ovidio, nell'imitarlo da par suo, trasformando (pur sempre una metamorfosi) il suo vivam (vivrò, scritto come ultima parola del poema) in un moriranno, i dannati di questa settima bolgia, e moriranno ancora, e moriranno sempre, in un ciclo incessante di mutazioni che tra poco descriveremo in dettaglio. 

I due poeti risalgono quindi dalla sesta alla settima bolgia, trovando finalmente la strada giusta (le indicazioni dei Malebranche li avevano condotti a un vicolo cieco): il volto di Virgilio si rasserena e agli occhi dei due si offre un nuovo spettacolo. 

Noi discendemmo il ponte da la testa
dove s’aggiugne con l’ottava ripa,
e poi mi fu la bolgia manifesta:

e vidivi entro terribile stipa
di serpenti, e di sì diversa mena
che la memoria il sangue ancor mi scipa.

Più non si vanti Libia con sua rena;
ché se chelidri, iaculi e faree
produce, e cencri con anfisibena,

né tante pestilenzie né sì ree
mostrò già mai con tutta l’Etïopia
né con ciò che di sopra al Mar Rosso èe.

Tra questa cruda e tristissima copia
corrëan genti nude e spaventate,
sanza sperar pertugio o elitropia:

con serpi le man dietro avean legate;
quelle ficcavan per le ren la coda
e ’l capo, ed eran dinanzi aggroppate.


Serpenti di tutte le specie (altro esotico bestiario, di ispirazione nordafricana: chelidri, iaculi, faree, cencri, anfisibene)e poi anime e anime avvinghiate da serpenti. Una confusione di corpi animali e umani, con questi ultimi che cercano invano di sfuggire alla presa dei serpenti. 

Ed ecco a un ch’era da nostra proda,
s’avventò un serpente che ’l trafisse
là dove ’l collo a le spalle s’annoda.

Né O sì tosto mai né I si scrisse,
com’el s’accese e arse, e cener tutto
convenne che cascando divenisse;

e poi che fu a terra sì distrutto,
la polver si raccolse per sé stessa
e ’n quel medesmo ritornò di butto.

Così per li gran savi si confessa
che la fenice more e poi rinasce,
quando al cinquecentesimo anno appressa;

erba né biado in sua vita non pasce,
ma sol d’incenso lagrime e d’amomo,
e nardo e mirra son l’ultime fasce.

E qual è quel che cade, e non sa como,
per forza di demon ch’a terra il tira,
o d’altra oppilazion che lega l’omo,

quando si leva, che ’ntorno si mira
tutto smarrito de la grande angoscia
ch’elli ha sofferta, e guardando sospira:

tal era ’l peccator levato poscia.
Oh potenza di Dio, quant’è severa,
che cotai colpi per vendetta croscia!

Dall'inizio della Divina commedia la formula ed ecco, veterotestamentaria, preannuncia un evento straordinario. Lo parafraso a modo mio: un uomo poco distante dai viandanti viene trafitto da un morso di serpente alla base del collo dove iniziano le spalle e in un istante (più tempo ci vuole a scrivere oppure o) prende fuoco come la mitica araba fenice, per poi ritrovarsi, tutto smarrito a essere l'uomo che era prima. Certo, come ci si deve sentire a essere morsi da un serpente,  prendere fuoco, andare in cenere e poi ricomporsi nella forma umana? Smarriti e angosciati, è il minimo forse, anche se il poeta s'ingegna a far intendere cosa provi non solo chi è protagonista dell'evento ma anche chi vi assiste: la potenza divina, quando si abbatte per vendetta su un peccatore, sgomenta. L'anima che ha subito questa metamorfosi viene interpellato da Virgilio, perché dica chi sia. E lui racconta di essere piovuto in quella bolgia atroce venendo dalla Toscana. 

Vita bestial mi piacque e non umana,
sì come a mul ch’i’ fui; son Vanni Fucci
bestia, e Pistoia mi fu degna tana".

E ïo al duca: "Dilli che non mucci,
e domanda che colpa qua giù ’l pinse;
ch’io ’l vidi omo di sangue e di crucci".

E ’l peccator, che ’ntese, non s’infinse,
ma drizzò verso me l’animo e ’l volto,
e di trista vergogna si dipinse;

poi disse: "Più mi duol che tu m’ hai colto
ne la miseria dove tu mi vedi,
che quando fui de l’altra vita tolto.

Io non posso negar quel che tu chiedi;
in giù son messo tanto perch’io fui
ladro a la sagrestia d’i belli arredi,

e falsamente già fu apposto altrui.
Ma perché di tal vista tu non godi,
se mai sarai di fuor da’ luoghi bui,

apri li orecchi al mio annunzio, e odi.
Pistoia in pria d’i Neri si dimagra;
poi Fiorenza rinova gente e modi.

Tragge Marte vapor di Val di Magra
ch’è di torbidi nuvoli involuto;
e con tempesta impetüosa e agra

sovra Campo Picen fia combattuto;
ond’ei repente spezzerà la nebbia,
sì ch’ogne Bianco ne sarà feruto.

E detto l’ ho perché doler ti debbia!".

Vanni Fucci Bestia, anche per lui un soprannome che è un omen, racconta le sue malefatte, ma soprattutto viene riconosciuto da Dante e, evento raro nell'Inferno si vergogna, dice (una trista vergogna, chiosa l'auctor) e prova un dolore anche superiore a quello che provò nel morire.  Ladro di sagrestia, si definisce, ammettendo un reato infamante, e per vendicarsi di questa penosa situazione in cui Dante l'ha messo, gli propina una profezia rancorosa, che pronostica la sconfitta dei guelfi bianchi a Pistoia da parte dei neri guidati da Moroello Malaspina nel 1305.

XXV
Non pago della vendicativa profezia, Vanni Fucci apre ancora il canto seguente con un gestaccio rivolto direttamente a Dio: un tiè accompagnato da un gesto particolarmente volgare, una vera e propria bestemmia mimata (squadrare le fiche). 
La punizione per questa hybris inusitata non si fa attendere. 


Da indi in qua mi fuor le serpi amiche,
perch’una li s’avvolse allora al collo,
come dicesse ’Non vo’ che più diche’;

e un’altra a le braccia, e rilegollo,
ribadendo sé stessa sì dinanzi,
che non potea con esse dare un crollo.

Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi
d'incenerarti sì che più non duri,
poi che 'n mal fare il seme tuo avanzi?


Per tutt’i cerchi de lo ’nferno scuri
non vidi spirto in Dio tanto superbo,
non quel che cadde a Tebe giù da’ muri.

El si fuggì che non parlò più verbo;
e io vidi un centauro pien di rabbia
venir chiamando: "Ov’è, ov’è l’acerbo?".

Maremma non cred’io che tante n’abbia,
quante bisce elli avea su per la groppa
infin ove comincia nostra labbia.

Sovra le spalle, dietro da la coppa,
con l’ali aperte li giacea un draco;
e quello affuoca qualunque s’intoppa.

Lo mio maestro disse: "Questi è Caco,
che, sotto ’l sasso di monte Aventino,
di sangue fece spesse volte laco.

Non va co’ suoi fratei per un cammino,
per lo furto che frodolente fece
del grande armento ch’elli ebbe a vicino;

onde cessar le sue opere biece
sotto la mazza d’Ercule, che forse
gliene diè cento, e non sentì le diece".

Prosegue la gara con Ovidio: per castigare il ladro bestemmiatore (capace però di provare vergogna!) una nuova tipologia di  metamorfosi: due serpi si avvinghiano a Vanni Fucci così che egli diventa una specie di figura ibrida, un uomo in continuità con due serpenti. La scena si anima ancora, dopo una breve invettiva politica contro Pistoia che produce superbi del genere di Fucci e meriterebbe a sua volta di essere incenerita, con il sopraggiungere di un centauro che è tutto un vortice di serpi e ha sulla schiena un drago (sempre di omaggio alle metamorfosi si tratta...ibridismo all'ennesima potenza). Costui è Caco, personaggio descritto da Virgilio nell'Eneide (VIII libro) come un sanguinario gigante incline alle ruberie, fermato una volta per tutte da Ercole, al quale aveva rubato gli armenti che questi a sua volta aveva rubato a Gerione, per quanto per la nobile causa di onorare le mitiche fatiche. 
Mentre Virgilio racconta i due s'allontanano e si prepara una nuova spettacolare metamorfosi. 
Se tu se’ or, lettore, a creder lento
ciò ch’io dirò, non sarà maraviglia,
ché io che ’l vidi, a pena il mi consento.
L'avvertimento è eloquente: possibile che chi legge dubiti della veridicità di quanto il poeta sta per raccontare (ma noi leggiamo creare). Da un parte ci sorprendiamo, per cominciare, del fatto che Dante senta ancora l'esigenza di scrivere una cosa del genere, dal momento che di meraviglie ne stiamo vedendo (credendo) dall'inizio della lettura...Evidentemente, però, il racconto che ci attende è più  meraviglioso  e incredibile del solito: insomma, il poeta sta mettendo le mani avanti, e se qualcuno vuole dubitare che quel che segue sia avvenuto davvero il poeta è disposto a capirlo.

Com’io tenea levate in lor le ciglia,
e un serpente con sei piè si lancia
dinanzi a l’uno, e tutto a lui s’appiglia.

Co’ piè di mezzo li avvinse la pancia
e con li anterïor le braccia prese;
poi li addentò e l’una e l’altra guancia;

li diretani a le cosce distese,
e miseli la coda tra ’mbedue
e dietro per le ren sù la ritese.

Ellera abbarbicata mai non fue
ad alber sì, come l’orribil fiera
per l’altrui membra avviticchiò le sue.

Poi s’appiccar, come di calda cera
fossero stati, e mischiar lor colore,
né l’un né l’altro già parea quel ch’era:

come procede innanzi da l’ardore,
per lo papiro suso, un color bruno
che non è nero ancora e ’l bianco more.
Quella appena letta,  non senza difficoltà d'intendimento, non è solo una metamorfosi. Ma per capire allora cosa sia esattamente è meglio parafrasare, per cominciare: Mentre li guardavo attentamente, uno di loro è assalito da un serpente a sei piedi, che gli si abbarbica addosso.  Con due piedi gli si attacca al ventre, con altri due afferra le braccia, poi gli morde le guance; quindi i piedi posteriori raggiungono le cosce, la coda resta in mezzo a entrambe e si stende lungo la schiena. Mai vista un'edera così abbarbicata a un albero come quel serpente al dannato. Poi si incollarono l'uno all'altro, come cera fusa, mischiarono il loro colore e nessuno dei due sembrava quello di prima: come quando si dà fuoco a una carta bianca, che si fa bruna dove la fiamma avanza, non è più bianca e non ancora nera. Una variazione ulteriore sul tema della metamorfosi: questa volta sono due creature, dannato e serpente, che si trasformano l'una nell'altra. Dalla metafora dell'edera a quella della cera fusa al foglio di carta che brucia, tutto concorre a rappresentare il più eloquentemente possibile gli indistinti confini (un'intuizione di Italo Calvino in merito alle Metamorfosi ovidiane), quelli che è impossibile, vano pretendere di cogliere nella realtà e che la poesia sola può permettersi di evocare attraverso, come abbiamo letto, virtuosistiche concatenazioni di metafore. 
Li altri due ’l riguardavano, e ciascuno
gridava: "Omè, Agnel, come ti muti!
Vedi che già non se’ né due né uno".
I due dannati che stanno guardando quello che accade al terzo di loro sottolineano con un 'esclamazione  l'inusitato evento: non è né due né uno
Già eran li due capi un divenuti,
quando n’apparver due figure miste
in una faccia, ov’eran due perduti.
Già però si passa di meraviglia in meraviglia: a questo punto in una faccia si scorgono ben due aspetti, con una sovrapposizione che è una fusione. 
Fersi le braccia due di quattro liste;
le cosce con le gambe e ’l ventre e ’l casso
divenner membra che non fuor mai viste.

Ogne primaio aspetto ivi era casso:
due e nessun l’imagine perversa
parea; e tal sen gio con lento passo.

Come 'l ramarro sotto la gran fersa
dei dì canicular, cangiando sepe,
folgore par se la via attraversa,

sì pareva, venendo verso l’epe
de li altri due, un serpentello acceso,
livido e nero come gran di pepe;

e quella parte onde prima è preso
nostro alimento, a l’un di lor trafisse;
poi cadde giuso innanzi lui disteso.

Lo trafitto ’l mirò, ma nulla disse;
anzi, co’ piè fermati, sbadigliava
pur come sonno o febbre l’assalisse.

Elli ’l serpente e quei lui riguardava;
l’un per la piaga e l’altro per la bocca
fummavan forte, e ’l fummo si scontrava.
Poi le quattro membra divengono due braccia, le cosce, le gambe e il petto diventano a loro volta membra mai viste. Non si riconosce più alcun aspetto originario: l'immagine è orribile, un essere che non è due e non è nessuno, che si allontana a passi lenti, e persino questa lentezza è orribile. Proseguono le sorprese: con la velocità fulminea  che hanno i ramarri quando attraversano una via per cambiare siepe sotto il sole estivo, sopraggiunge un serpentello nero acceso d'ira, nero come un grano di pepe, che punta le altre due anime e morde una delle due all'ombelico, per poi cadere al suolo. Il dannato resta immoto e sbadiglia, e i due (serpente e dannato) si guardano emettendo fumo dalla bocca, che si mescola. 
Taccia Lucano omai là dov’e’ tocca
del misero Sabello e di Nasidio,
e attenda a udir quel ch’or si scocca.

Taccia di Cadmo e d’Aretusa Ovidio,
ché se quello in serpente e quella in fonte
converte poetando, io non lo ’nvidio;

ché due nature mai a fronte a fronte
non trasmutò sì ch’amendue le forme
a cambiar lor matera fosser pronte.

Insieme si rispuosero a tai norme,
che ’l serpente la coda in forca fesse,
e ’l feruto ristrinse insieme l’orme.

Le gambe con le cosce seco stesse
s’appiccar sì, che ’n poco la giuntura
non facea segno alcun che si paresse.
Il riferimento a Lucano e a Ovidio documenta un soprassalto di orgoglio (hybris?) da parte di Dante. Nessuno ha mai raggiunto, nel narrare di metamorfosi, i vertici che qui sta raggiungendo lui, che quindi non ha proprio da invidiare nessuno. L'eccezionalità della sua metamorfosi infernale risale al fatto di star raccontando come due esseri si possano trasformare contemporaneamente in tal modo  da non riconoscere più i punti di contatto fra l'uno e l'altro.  Ma anche questa straordinaria gara, di cui Dante si assegna la vittoria, deve terminare. Mutazioni e permutazioni della settima bolgia, con figure di ammanettati che diventano manette arrivano quindi a una loro conclusione, ma c'è ancora un ulteriore colpo di scena: Dante riconosce due dei tre superstiti delle multiple trasformazioni (Puccio Sciancato e Francesco Cavalcanti detto il Guercio) proprio nelle terzine conclusive e con i loro nomi chiude il lungo canto. L'evento ha qualcosa di sorprendente, visto che l'intero dipanarsi delle metamorfosi porta alla creazione di un indistinto che confligge del tutto con l'atto del riconoscimento. Forse però anche questo rientra negli obiettivi dell'agone in corso: qui Dante gareggia anche con se stesso e si supera sul paradosso che abbiamo appena evidenziato, ovvero quello di riconoscere qualcuno nel magma indistinto che le metamorfosi incrociate sono in grado di produrre. 
Ma non si può concludere la lettura di questo XXV senza chiedersi quale sia il contrappasso racchiuso nella fossa dei serpenti con le sue multiple e funamboliche metamorfosi. Il richiamo potrebbe essere fatto risalire alla natura del peccato di furto, ovvero quella di procedere a una espropriazione di un bene, a una sottrazione  del medesimo al suo legittimo proprietario. Con una certa sottigliezza, le metamorfosi in sé rappresentano la quintessenza di un  fenomeno di espropriazione, dal momento che subire una metamorfosi coincide proprio con il patimento della perdita di qualcosa, ossia le fattezze originali. Quanto all'incredibile varietà proposta da Dante, non troverei altre motivazioni rispetto a quelle già enunciate: si manifesta in queste terzine una volontà di potenza creativa che forse presagisce il contenuto del XXVI canto nel  quale, vedremo, si celebra colui che possiamo considerare l'alter ego ancestrale e mitico di Dante, quell'Ulisse instancabile violatore di limiti che, pur di portare alla luce la conoscenza, non teme nemmeno gli abissi dell'inferno. E' quindi di nuovo in tale direzione che si rivolgono i loro passi. 
XXVI

A parte le ironie studentesche sul mio eccessivo ricorrere al termine greco che compare nel titolo, superato forse solo da kairòs nella classifica delle mie parole, o meglio concetti,  più amate (e spero non abusate), è indubbio che il problema della sfida del limes imposto dalla divinità, quel Dio veterotestamentario che cacciò i due antenati dal paradiso per aver violato una legge da lui imposta, nasce fin dall'inizio della cantica. Nel II canto, proemiale rispetto all'Inferno così come il I lo è rispetto all'intero poema, si legge Ma io, perché venirvi? o chi ’l concede? /Io non Enëa, io non Paulo sono; /me degno a ciò né io né altri ’l crede (vv. 31-33) a proposito della sfida dell'agens di attraversare i regni ultraterreni in compagnia di Virgilio. Ancora più chiara, nella terzina successiva a quella sopra riportata, risuona la vera e propria paura del viaggiatore di incorrere in qualche divina e sicuramente inusitata punizione: temo che la venuta non sia folle (v. 35)Il verso è di quelli destinati a intertestualità, avevo annunciato alla prima lettura, e ora arriviamo appunto a toccare l'altro capo della questione di hybris che rende inopinatamente Dante e Ulisse (protagonista del XXVI canto) fratelli gemelli a dispetto dell'abisso temporale che li separa nonché di quello ancora più profondo creato dal loro essere rispettivamente un poeta realmente esistito e un personaggio della mitologia greca risalente al medioevo ellenico. 

Lasciamo per ora la questione a questo punto, ma riassumiamola. Un Dante auctor sta compiendo la massima trasgressione che ci si possa figurare in questo basso mondo, quella di realizzare una creazione così ardita da permettersi già lei, in sé, di costituire una sfida al Creatore per eccellenza, ossia Dio. Un Dante agens sta compiendo un passaggio nei regni ultramondani che solo altri due avevano compiuto: un personaggio protagonista del poema concepito dal poeta Virgilio, Enea, e un essere umano che riteniamo storicamente fondatore del cristianesimo, ovvero l'apostolo Paolo. Al punto della lettura al quale siamo arrivati, il Dante agens, accompagnato proprio da Virgilio, incontra nell'ottava bolgia, destinata ai consiglieri fraudolenti, il suo gemello, o alter ego, Ulisse. L'interpretazione del canto sarà quindi in particolare condizionata dalla chiave di lettura appena esposta. 

L'incipit del canto è connesso con quello precedente: un'invettiva contro Firenze (che crea una connessione anche con il canto VI dedicato al goloso Ciacco) i cui cittadini riempiono ben bene i gironi infernali. 

Godi, Fiorenza, poi che se' sì grande
che per mare e per terra batti l'ali,
e per lo 'nferno tuo nome si spande!


Tra li ladron trovai cinque cotali
tuoi cittadini onde mi ven vergogna,
e tu in grande orranza non ne sali.

Ma se presso al mattin del ver si sogna,
tu sentirai, di qua da picciol tempo,
di quel che Prato, non ch’altri, t’agogna.

E se già fosse, non saria per tempo.
Così foss’ei, da che pur esser dee!
ché più mi graverà, com’ più m’attempo.

Da notare soprattutto la costruzione antifrastica del discorso (l'ironia è fondamentalmente antifrasi ovvero capovolgimento): Firenze è invitata a godere del fatto di avere così tanti suoi cittadini dannati, con riferimento ai ben cinque ladri fiorentini appena incontrati. Le ultime terzine riportate riferiscono invece di una prossima vendetta di cui potrà godere anche l'agens, se i sogni del mattino sono veritieri: una vendetta che tanti desiderano, insieme alla piccola Prato, e che quando arriverà sarà pur sempre troppo tardi. 
Noi ci partimmo, e su per le scalee
che n’avea fatto iborni a scender pria,
rimontò ’l duca mio e trasse mee;

e proseguendo la solinga via,
tra le schegge e tra ’ rocchi de lo scoglio
lo piè sanza la man non si spedia.

Allor mi dolsi, e ora mi ridoglio
quando drizzo la mente a ciò ch’io vidi,
e più lo ’ngegno affreno ch’i’ non soglio,

perché non corra che virtù nol guidi;
sì che, se stella bona o miglior cosa
m’ ha dato ’l ben, ch’io stessi nol m’invidi.

Di nuovo Virgilio aiuta Dante, questa volta a risalire per le scale che li avevano fatti impallidire per la fatica durante la discesa (n'avea fatto iborni, color eburneo, dell'ebano).  Interessante, per il nostro tema conduttore, la terzina Allor mi dolsi, come pure la seguente:  l'auctor si unisce all'agens (or/allor)  nel dolersi di aver frenato l'estro immaginativo per documentare quello che ha visto e che, scrivendo, ricorda. Il punto è che di mezzo c'è la necessità della guida da parte della virtù (divina, ovviamente), facendo ben attenzione a non cadere nell'errore senz'altro fatale (da morte secunda) di arrivare a invidiare addirittura il ben dell'intelletto, necessario per questo ulteriore passaggio. Parentesi, ammettiamo, senz'altro un po' criptica, che tuttavia sembra essere particolarmente adatta al prossimo incontro.
 
Quante ’l villan ch’al poggio si riposa,
nel tempo che colui che ’l mondo schiara
la faccia sua a noi tien meno ascosa,

come la mosca cede a la zanzara,
vede lucciole giù per la vallea,
forse colà dov’e’ vendemmia e ara:

di tante fiamme tutta risplendea
l’ottava bolgia, sì com’io m’accorsi
tosto che fui là ’ve ’l fondo parea.

E qual colui che si vengiò con li orsi
vide ’l carro d’Elia al dipartire,
quando i cavalli al cielo erti levorsi,

che nol potea sì con li occhi seguire,
ch’el vedesse altro che la fiamma sola,
sì come nuvoletta, in sù salire:

tal si move ciascuna per la gola
del fosso, ché nessuna mostra ’l furto,
e ogne fiamma un peccatore invola.

Io stava sovra ’l ponte a veder surto,
sì che s’io non avessi un ronchion preso,
caduto sarei giù sanz’esser urto.

E ’l duca, che mi vide tanto atteso,
disse: "Dentro dai fuochi son li spirti;
catun si fascia di quel ch’elli è inceso".

Giunti al di sopra dell'ottava bolgia, standosene a contemplare come sempre un po' dall'alto (la metafora è rassicurante, come fa il contadino quando si riposa dalle fatiche nel periodo dell'anno in cui il sole rischiara di più le giornate, ossia a inizio estate), Dante e Virgilio scorgono una valle piena di lucciole: così sembra alla vista, anche se un dettaglio presto si svela, sempre per via di metafora (il carro di fuoco che trasporta il profeta  Elia e che scompare così velocemente dalla vista del suo allievo Eliseo, evocato per via di un aneddoto,  da impedirgli di capire cosa stia accadendo al suo maestro o di seguire la scia di fuoco): dentro a ogni fiamma, impossibile da distinguere, dal fuoco, c'è un'anima. L'intervento esplicativo di Virgilio conferma questa difficile percezione.

"Maestro mio", rispuos’io, "per udirti
son io più certo; ma già m’era avviso
che così fosse, e già voleva dirti:

chi è ’n quel foco che vien sì diviso
di sopra, che par surger de la pira
dov’Eteòcle col fratel fu miso?".

Rispuose a me: "Là dentro si martira
Ulisse e Dïomede, e così insieme
a la vendetta vanno come a l’ira;

e dentro da la lor fiamma si geme
l’agguato del caval che fé la porta
onde uscì de’ Romani il gentil seme.

Piangevisi entro l’arte per che, morta,
Deïdamìa ancor si duol d’Achille,
e del Palladio pena vi si porta".

"S’ei posson dentro da quelle faville
parlar", diss’io, "maestro, assai ten priego
e ripriego, che ’l priego vaglia mille,

che non mi facci de l’attender niego
fin che la fiamma cornuta qua vegna;
vedi che del disio ver’ lei mi piego!".

Ed elli a me: "La tua preghiera è degna
di molta loda, e io però l’accetto;
ma fa che la tua lingua si sostegna.

Lascia parlare a me, ch’i’ ho concetto
ciò che tu vuoi; ch’ei sarebbero schivi,
perch’e’ fuor greci, forse del tuo detto".

Dante però è incuriosito da un'altra visione: ha notato che tra le altre si muove una fiamma biforcuta, simile a quella che si levò dalla pira mortuaria dei due fratelli più litigiosi dell'Antico (Eteocle e Polinice, figli di Edipo, che si uccisero a vicenda contendendosi Tebe): Virgilio risponde che in quella fiamma subiscono la punizione del contrappasso Ulisse e Diomede, abituati a vendicarsi insieme e ora puniti analogamente insieme dall'ira divina. Nel ricordarne il peccato che garantisce loro il posto in questa bolgia dei fraudolenti, non manca di riferirsi alla circostanza del cavallo di Troia, alla cui descrizione particolarmente contribuì proprio la poesia virgiliana, così come ad altri due misfatti qui riportati che vedono coinvolto Achille e pur sempre Troia, nella cui rocca era custodito il Palladio, ossia la raffigurazione di Minerva che avrebbe dovuto preservare la città da un saccheggio e che Diomede suggerì di trafugare. Colto da irrefrenabile curiosità l'agens prega Virgilio di far avvicinare la fiamma biforcuta, per poter parlare con i due. Virgilio loda il desiderio, ma suggerisce di lasciar parlare lui. La ragione addotta a questa proposta di dialogo per interposta persona è che i due, in quanto greci, forse non vorrebbero parlare con Dante.  
Poi che la fiamma fu venuta quivi
dove parve al mio duca tempo e loco,
in questa forma lui parlare audivi:

"O voi che siete due dentro ad un foco,
s’io meritai di voi mentre ch’io vissi,
s’io meritai di voi assai o poco

quando nel mondo li alti versi scrissi,
non vi movete; ma l’un di voi dica
dove, per lui, perduto a morir gissi".

Virgilio si rivolge con un tono solenne ai due dentro ad un foco, ma soprattutto fa riferimento al merito che avrebbe ricevuto e dato, in un interscambio di notevole suggestione, con gli alti versi scritti a loro riguardo. Si tratta di quello scambio vicendevole di gloria (il merito è questo) che consente la poesia, provvista di potenza eternante. Ulisse e Diomede sono eterni in quanto Virgilio ha scritto di loro e Virgilio a sua volta, grazie a loro, è diventato un poeta eterno. Dopo questo interessante preambolo, la domanda: dove è avvenuta la morte da perduto? Il termine prescelto introduce ovviamente in modo eloquente la storia che stiamo per leggere, la quale è, senza alcun dubbio storia di una perdita.

Lo maggior corno de la fiamma antica
cominciò a crollarsi mormorando,
pur come quella cui vento affatica;

indi la cima qua e là menando,
come fosse la lingua che parlasse,
gittò voce di fuori e disse: 

Spezzo il verso per un fulmineo commento: la metafora del maggior corno de la fiamma antica, con cui fa riferimento a Ulisse, è particolarmente suggestiva se la si immagina: la fiamma infernale, punizione del contrappasso specifica dei consiglieri fraudelenti, prende la forma di una lingua che mormora...tutte le ipotesi qui sono valide: in quanto la lingua è il principale strumento di questi dannati, eloquenti ingannatori, è pur possibile che il racconto che segue voglia ingannare qualcuno...

"Quando

mi diparti’ da Circe, che sottrasse
me più d’un anno là presso a Gaeta,
prima che sì Enëa la nomasse,

né dolcezza di figlio, né la pieta
del vecchio padre, né ’l debito amore
lo qual dovea Penelopè far lieta,

vincer potero dentro a me l’ardore
ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto
e de li vizi umani e del valore;

ma misi me per l’alto mare aperto
sol con un legno e con quella compagna
picciola da la qual non fui diserto.

L’un lito e l’altro vidi infin la Spagna,
fin nel Morrocco, e l’isola d’i Sardi,
e l’altre che quel mare intorno bagna.

Io e’ compagni eravam vecchi e tardi
quando venimmo a quella foce stretta
dov’Ercule segnò li suoi riguardi

acciò che l’uom più oltre non si metta;
da la man destra mi lasciai Sibilia,
da l’altra già m’avea lasciata Setta.

"O frati," dissi, "che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia

d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza
".

Li miei compagni fec’io sì aguti,
con questa orazion picciola, al cammino,
che a pena poscia li avrei ritenuti;

e volta nostra poppa nel mattino,
de’ remi facemmo ali al folle volo,
sempre acquistando dal lato mancino.

Tutte le stelle già de l’altro polo
vedea la notte, e ’l nostro tanto basso,
che non surgëa fuor del marin suolo.

Cinque volte racceso e tante casso
lo lume era di sotto da la luna,
poi che 'ntrati eravam ne l'alto passo
,

quando n’apparve una montagna, bruna
per la distanza, e parvemi alta tanto
quanto veduta non avëa alcuna.

Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.

Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’altrui piacque,

infin che ’l mar fu sovra noi richiuso".

a tessitura  di questo racconto non deve essere interrotta, nemmeno quando si faccia la lettura personale ad alta voce. Il monologo di Ulisse, che risponde alla domanda posta da Virgilio, dura fino alla fine del canto. Il racconto della lingua di fuoco prende le mosse dall'isola della maga Circe, nei pressi di Gaeta, la maga delle metamorfosi che lo tenne prigioniero più di  un anno. Dopo (e qui il racconto si fa ellittico) nulla valse a trattenere il viaggiatore compulsivo, I nella sua terra ritrovata: non la moglie, non il figlio, non il vecchio padre (la triade degli accompagnatori di Enea quando Troia va in fiamme...). Conoscere il mondo, la sua intima essenza, è uno sprone invincibile per lui. Così parte con i compagni che sono tutti vecchi come lui, attraversano mari, costeggiano terre e giungono a un limes, anzi al limes, le colonne d'Ercole.  Per varcare il  limes ci vuole coraggio e così l'Ulisse dantesco pronuncia la sua orazion picciola, con cui richiama i compagni alla necessità di ricordarsi che uno dei semi dell'umanità è la curiosità, la volontà di conoscere, di seguire virtute e canoscenza, il bene e il sapere. IL discorso è convincente, l'imbarcazione procede in quello che viene definito il folle volo in un mare aperto al centro del quale svetta quello che nessun occhio umano dovrebbe vedere: l'isola/monte del purgatorio. La montagna bruna è un'apparizione di pochi secondi: Ulisse e i suoi fanno in tempo a emozionarsi, a gioire. Poi, tosto sopraggiungono dolore e disperazione: la mano di Dio interviene contro i folli, un gorgo fatale costringe la nave a un vorticoso sussulto, poi all'inabissamento che sprofonda tutti in inferno. Ulisse tace e nel canto successivo si parla d'altro. Anche questo, forse, ha un senso. 

Un'ultima notazione. In tanti hanno sostenuto che Dante sia Ulisse. Prima di sostenerlo, però, occorre prendere le distanze da questa affermazione: Dante, praticando l'intertestualità, nega che il suo sia un folle viaggio, mentre folle volo è senz'altro quello di Ulisse. Dante non intende, come Ulisse, sfidare Dio, anzi, chiede continuamente il suo appoggio. Allora chi sfida Dante e in che senso in lui c'è Ulisse? Conosco un'unica risposta possibile: Dante sfida se stesso e, diversamente da Ulisse, non va incontro a nessuna punizione. Scrive la Divina commedia e ottiene la consacrazione nei secoli dei secoli. Questo, tuttavia, non gli impedisce di sentire il brivido della condanna possibile, patita dal suo alter ego: ma il gorgo fatale, che nel caso della sfida dantesca sarebbe potuto essere l'oblio della sua opera, non si è mai prodotto. 








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